Venerdì 18 marzo: al “28 Maggio” di Rovato arriva la Cina con il libro di Paolo Do “Il tallone del drago”

da “rovato.org“

Venerdì 18 marzo alle ore 20,30 il centro sociale “28 Maggio” di via Europa, 54 a Rovato (di fronte al vecchio campo da rugby, zona stazione Fs) ospita un appuntamento internazionale dedicato alla Cina e ai suoi cambiamenti che ormai riguardano tutto il mondo.

A Rovato arriverà infatti Paolo Do, dottorando di ricerca presso il dipartimento di “Business and Management” della Queen Mary University of London e per lungo tempo residente in Cina.

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ADRO: PROVOCAZIONI LEGHISTE ALLA VIGILIA DEL 17 MARZO

da “radiondadurto.org”

Ennesima provocazione leghista nel comune franciacortino di Adro, tristemente noto per il tappezzamento di simboli leghisti voluti dal sindaco Oscar Lancini. Per domani l’Anpi locale ha indetto una giornata di iniziative in ricordo dei Fratelli Dandolo, eroi risorgimentali ai quali era intitolata la scuola del paese prima che il nuovo polo scolastico fosse intitolato a Gianfranco Miglio. Appuntamento davanti al Municipio alle ore 10.

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Giappone: esplosione in una centrale nucleare…e vorrebbero installarle anche da noi…

IL PROGRAMMA NUCLEARE IN GIAPPONE
Il Giappone possiede 52 centrali nucleari che soddisfano circa il 25% del fabbisogno energetico del paese. Il governo nipponico ha recentemente puntato al rilancio dell’energia nucleare mediante la progettazione di nuove centrali.

Il piano governativo del premier nipponico Koizumi prevede di giungere al 50% di copertura del fabbisogno nazionale tramite l’energia nucleare ma non sono poche le voci di protesta. Ovunque si cerchi di costruire nuove centrali atomiche sorgono dal nulla referendum popolari locali e proteste da parte dei cittadini. Ed i recenti incidenti alle centrali nucleari nipponiche non contribuiscono a ricreare un clima di fiducia tra i cittadini.

Nel Paese del Sol Levante sono infatti stati registrati frequenti incidenti nelle centrali nucleari, fortunatamente tutti di piccola entità. L’ultimo nel 1999, dalla centrale di Tokaimura fuoriuscì vapore radioattivo ed investì almeno 200 persone causando due morti accertate. Ed anche di recente sembrano essere avvenuti incidenti alle centrali nucleari nipponiche nel silenzio dei media e delle autorità, così si apprende da alcune notizie pubblicate a seguito dell’incidente del 9 agosto 2004.

“Secondo la rete tv pubblica ‘Nhk’, poi, un altro incidente piuttosto serio, con fuoriuscita di acqua di raffreddamento radioattiva, era avvenuto in un reattore della centrale nucleare di Shimane il 24 luglio scorso, ma è stato reso noto solo ieri sera dalla società di gestione ‘Chugoku Electric Power’. Proprio ieri sera nella stessa centrale era scoppiato un incendio, presto domato, nel deposito di scorie nucleari a basso livello di radioattività.” (LaStampa.it)

Il problema della sicurezza del nucleare resta ed è evidente che non può essere garantita in qualsiasi attività umana. Nel caso del nucleare le conseguenze possono però essere gravi e irreversibili per le popolazioni di interi continenti.

Le notizie si rincorrono, ma il fatto sembra confermato: è stata udita un’esplosione all’internodella centrale nucleare di Fukushima, Giappone. Dopo ilterremoto che ieri ha sconvolto l’isola, i tecnici avevano dato praticamente per certi i danni strutturali al complesso energetico: e ora, ci sarebbero anche dei feriti.

L’ESPLOSIONE – Pochi minuti dopo le 3 e mezza, ora locale: un grosso boato si ode dal complesso nucleare di Fukushima, 200 chilometri a nord di Tokyo. L’agenzia internazionale in lingua ingleseKyodo racconta la storia, rilanciando la tv pubblica NHK.

Quattro persone sono state ferite in un esplosione avvenuta nel reattore numero 1 della centrale 1 di Fukushima, colpita ieri dal sisma: ne da notizia la società di gestione Tokyo Electric Power. L’esplosione è stata udita alle 3.36 pm dopo molti tremori e una colonna di fumo bianco che è stata vista sollevarsi nella fabbrica della prefettura di Fukushima, ha detto la compagnia. I quattro lavoratori stavano lavorando per accomodare i problemi causati dal potente terremoto che ha sconvolto il giappone nordorientale solo ieri.

 

Delta in rivolta: pirateria e guerriglia contro le multinazionali del petrolio in Nigeria

da lottaunita.org

Da decenni la popolazione in Nigeria si batte contro lo sfruttamento selvaggio della propria terra da parte delle multinazionali del petrolio e del gas (tra le quali spicca la nostrana Eni-Agip), ma qui da noi il silenzio mediatico è al limite della censura. Sono decisamente rari i libri, infatti, pubblicati in Italia sulla rivolta che sta infiammando la Nigeria ed in particolar modo la zona del Delta del Niger, e non è affatto un caso strano, visto il livello di responsabilità e complicità del nostro paese nel conflitto dell’area.
Gli interessi dell’Eni, holding di San Donato Milanese, in questa regione strategica sono infatti enormi e la sua presenza risale al 1962: il petrolio del Delta alimenta le nostre automobili, il gas del Delta, attraverso i rigassificatori, accende i nostri fornelli e scalda le nostre case. Contemporaneamente il governo italiano non ha mai smesso di rifornire l’esercito nigeriano, al fine di reprimere il popolo in rivolta. Risale a febbraio del 2009, infatti, la visita del ministro degli esteri Frattini al presidente nigeriano Yar’Adua, in cui il ministro italiano ha assicurato ulteriori forniture e aiuti militari per reprimere la rivolta nel Delta a protezione delle estrazioni di gas e petrolio, dichiarando che “il governo nigeriano è interessato a usare tecnologie italiane, navi leggere, veicoli speciali, blindati Lince, aerei, tecnologie radar e controlli satellitari Alenia”.
La Nigeria oltre ad essere, con i suoi 130 milioni di abitanti, il paese più popoloso del continente africano, è anche il suo maggior esportatore di petrolio ed è il classico esempio degli esiti nefasti delle politiche coloniali nei cosiddetti paesi del terzo mondo.
Nel 1956, quando vennero scoperti enormi giacimenti di petrolio sotto le paludi del Delta del Niger, sogni e illusioni di prosperità dilagarono tra l’intera popolazione nigeriana, tutto sembrava possibile: una povera nazione africana miracolata da una smisurata e improvvisa ricchezza, quella dell’oro nero, poteva riscattarsi e autonomamente decidere del proprio futuro.
Gli unici, però, a trarre vantaggio dalle estrazioni di petrolio furono, e lo sono tuttora, da un lato le multinazionali degli idrocarburi, a cominciare dal colosso della Shell, che controlla circa la metà del greggio complessivo, passando per le varie Total, Mobil, Elf, Texaco, Chevron e la nostrana Eni-Agip, dall’altro la cricca di governanti ultra-corrotti nigeriani, mentre per l’intera popolazione fame, miseria e inquinamento.
L’avidità e la smania delle multinazionali, dunque, hanno svelato in poco tempo la terribile sentenza di morte che attendeva il popolo nigeriano: dopo mezzo secolo di sfruttamento dell’oro nero la situazione sociale, economica ed ambientale della Nigeria è, infatti, alla rovina. La Nigeria, dopo circa quattro decenni di produzione ininterrotta di petrolio, è diventata, dagli inizi degli anni novanta, completamente dipendente a livello economico dall’estrazione petrolifera generando, con la produzione del grezzo, il 40% del prodotto interno lordo. A dispetto delle incredibili ricchezze generate dal petrolio, i benefici della produzione di questa materia prima non hanno toccato la popolazione nativa che lentamente, dagli anni sessanta in poi, ha cominciato ad abbandonare le campagne e quella che è sempre stata l’attività principale: l’agricoltura. La produzione annuale di prodotti agricoli è crollata nell’ultima decade del XX secolo; la produzione di cacao è diminuita del 43% (la Nigeria era una delle più grandi esportatrici di cacao negli anni sessanta); la produzione del grano è diminuita del 29%, quella del cotone del 65%, quella di arachidi del 64%. La maggior parte degli strati della popolazione, specialmente di quella del Delta del Niger, sono rimasti poveri e degradati esattamente come negli anni sessanta. Il Delta del Niger ha una popolazione stabilmente in crescita stimata in circa 30 milioni di persone (2005), il 23% circa della popolazione totale della Nigeria. La densità abitativa è tra le più alte del mondo con 265 individui per chilometro quadrato. Questa popolazione si sta espandendo al ritmo del 3% all’anno e la capitale del petrolio, Port Harcourt, sta subendo una enorme crescita urbana. La povertà e l’urbanizzazione hanno portato ad uno stato in cui la corruzione è un fatto acquisito. Lo scenario risultante vede una incredibile urbanizzazione non accompagnata da sviluppo economico; di qui la disoccupazione a livelli intollerabili.
Sull’argomento è stato pubblicato a giugno di quest’anno un interessante libro dal titolo “Delta in rivolta” a cura di Daniele Pepino, ediz. Porfido, che volentieri segnaliamo con questo breve articolo perché lo riteniamo un eccellente contributo alla comprensione del conflitto in corso e degli interessi delle multinazionali nell’area ed anche un prezioso megafono di quel grido di rivolta e di dignità da cui gli animi intorpiditi di noi “privilegiati” d’Occidente avremmo molto da imparare. Da decenni la popolazione, infatti, si batte contro lo sfruttamento selvaggio della propria terra da parte delle multinazionali del petrolio e del gas e tra occupazioni di impianti e sabotaggi, manifestazioni non violente e azioni di guerriglia, una multiforme resistenza dimostra come sia ancora possibile opporsi alla devastazione sociale e ambientale che il capitalismo porta con sé.
Ed è in questo contesto di forte povertà e tentativi di resistenza che negli anni 2005 e 2006 nel Delta del Niger ha fatto la propria comparsa il Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger, gruppo di guerriglieri caratterizzato da un’organizzazione forte e da obiettivi precisi, quali la liberazione della regione dalle multinazionali straniere e il controllo delle ricchezze del sottosuolo da parte delle popolazioni native considerate legittime. In questo contesto, vengono tutt’oggi portati a compimento attacchi di guerriglia di varia natura tra i quali distruzione di oleodotti e sequestri di personale di compagnie petrolifere.
Vogliamo concludere questo scritto con la prima parte dell’introduzione del volume “Delta in rivolta”, con la speranza che la voluta brevità dell’articolo abbia solleticato il vostro interesse nel leggerlo e soprattutto vi abbia convinto, in questo periodo di censura e oscurantismo, della necessità di documentarsi sulle esperienze di lotta e resistenza che si sviluppano nel mondo, perché, anche se vogliono avvolgerli nel più rigoroso silenzio, ci sono milioni di persone che si battono contro i dettami del nuovo ordine mondiale ed urlano che questo non è il mondo migliore possibile!
< In Nigeria, tutte le speranze nella democrazia e nel benessere suscitate dall’indipendenza e dalla scoperta del petrolio, sono naufragate tra le paludi del Delta del fiume Niger, affondate dallo sfruttamento selvaggio di multinazionali come la Shell, l’AGIP, la Chevron e dai corrotti governi locali. All’ombra di un cielo inquinato e di un mare senza pesci, «la gente ha cominciato a pensare: “Dobbiamo armarci se non vogliamo morire”. La violenza genera violenza. E quando una persona perde la speranza, si sente devastata, e finisce per dire: “O combatto o tanto vale che muoia”». Così, a bordo di motoscafi veloci, con passamontagna, fucili automatici e kalashnikov, i ribelli del Delta sono passati al contrattacco, sabotando l’industria del petrolio. Sono la voce armata di una intera popolazione, stremata da decenni di saccheggio delle risorse e dalla repressione militare che tenta in ogni modo di stroncarne le proteste. Si battono per la fine dell’inquinamento delle loro terre, per il risarcimento dei danni subiti e la restituzione delle risorse alle comunità locali. Questo libro è un omaggio alla loro battaglia.

8 marzo di lotta

da Infoaut

altIn Italia tantissime le piazze convocate quest’oggi dentro dimensioni istituzionali e affini, nella pochezza del festeggiamento della scadenza, quindi espressione di piazze delle quali non ci si può affatto accontentare… pretendendo che anche l’8 marzo sia un giorno di lotta! eccedendo la ricorrenza e portando in piazza i contenuti che quotidianamente attraversano gli spazi e le realtà sociali del nostro paese.

Differenza che si è manifestanta in molte città d’Italia, incompatibilità che si è espressa nel rifiuto delle categorie educate e comode così come nella rivendicazione della riappropriazione di corpi e vite non assumibili dalla mercificazione e dalla strumentalità.

A Treviso il vicesindaco leghista Giancarlo Gentilini è stato contestato con un lancio di carciofi, scelto dalle donne in piazza come simbolo da portare in piazza dentro la giornata dell’8 marzo nel rifiuto della mimosa come dono e protesta contro il caro-vita. Due compagne sono state denunciate per il lancio dei carciofi che hanno sfiorato il volto dello sceriffo verde.

A Torino questo pomeriggio si è tenuto un presidio di diverse centinaia di donne: concentramento in piazza Castello, sotto il palazzo della Regione Piemonte, luogo dove non poteva mancare la contestazione alla delibera Ferrero quindi alla giunta del governatore leghista. Presidio che ha avuto la forza di diventare corteo e di spingersi per le vie del centro cittadino, concludendo nel cuore della movida torinese, piazza Vittorio. “Meglio insicure che violentate” e “Le donne sanno scegliere da sole” gli striscioni che hanno aperto il corteo, con chiaro riferimento a quanto successo – uno stupro – in una caserma dei carabinieri a Roma solo qualche giorno fa…

“Basta alla divisione tra brave ragazze e ragazze non per bene. Siamo tutte non per bene” è invece il leit motiv che ha aperto il corteo notturno a Roma, che ha sfilato per le vie della capitale, dalla Bocca della verità a Campo dei Fiori. Le “Indecorose e libere” hanno scelto il colore rosso per distinguersi quest’oggi, tonalità simbolo delle sex workers, la cui determinazione è stata esplicitata dagli slogan e dagli striscioni: “Riprendiamoci le nostre vite”, “Sul nostro corpo nessuna strumentalizzazione”, “Non c’è un cazzo da ridere”.

A Milano presidio in piazza Cordusio, dove le ultime compagne rimaste dopo lo scioglimento della manifestazione sono state circondate e minacciate dalla digos, che le identificate, imputando loro la paternalità dello striscione che già era stato oggetto di tensioni in passato (“Nei Cie la polizia stupra”), in riferimento alla vicenda di Joy.

Tante manifestazioni anche fuori dai nostri confini, da Il Cairo a Khartum, passando per Ankara. Tante capitali del mondo sono state attraversate dalla protesta delle donne. Un 8 marzo costituitosi nella differenza dai precedenti anni, dato anche dall’onda di protagonismo femminile nelle rivolte che stanno terremotando il mondo arabo – i riferimenti al Maghreb, negli striscioni e nei cori è stata trasversale e comune! I numeri più importanti ad Ankara, dove migliaia hanno denunciato le atrocità dei delitti d’onore e le correlazioni che questi hanno attraverso la legislazione della Turchia, dove assume il ruolo di vera e propria piaga che uccide 200 donne l’anno.


PRESIDIO DI SOLIDARIETA’ SOTTO IL CARCERE

Presidio in solidarietà
giovedì 10 marzo dalle ore 17.00
sotto il carcere di Canton Mombello
I detenuti della casa Circondariale di Brescia (Canton Monbello) hanno deciso di mettere in atto uno sciopero generale del vitto lunedì 7 marzo fino a giovedì 17 con battitura sui blindati dalle ore 8.00 alle 8.30, dalle ore 12.00 alle ore 12.30, e dalle ore 17.30 alle ore 18.00, questo dovuto al sovraffollamento e soprattutto alla mancata concessione di pene alternative da parte delle autorità competenti.

Addio ad Alberto Granado compagno di viaggio del Che

da Repubblica.it

E’ morto a 88 anni all’Avana. All’inizio degli anni Cinquanta era stato protagonista con Guevara del viaggio raccontato in “I diari della motocicletta”. “Prima volevamo conoscere il mondo, dopo volevamo cambiarlo”

Addio ad Alberto Granado compagno di viaggio del CheL’AVANA – “Quella motocicletta ci ha permesso di andarcene in fretta. Dalla famiglia, dagli amici, dalle fidanzate. Volevamo conoscere il mondo, avere un contatto con i popoli. Ma poi ci siamo resi conto che il mondo è grande, e quel che volevamo fare era un po’ troppo. E siamo rimasti in America Latina”. E’ cominciato così un viaggio che sarebbe diventato leggendario, ma chi poteva ricordarlo da protagonista non c’è più: è morto a Cuba Alberto Granado, il compagno di Ernesto Guevara nel celebre viaggio in moto attraverso il quale i due amici, all’inizio degli anni Cinquanta, entrambi studenti universitari cominciarono, senza saperlo, la costruzione di un mito.

VIDEO “I diari della motocicletta”

Granado aveva 88 anni. Nato nel 1922 a Cordoba in Argentina, laureato in Farmacologia e Scienze naturali, viveva dal 1961 a Cuba dove aveva fondato la Scuola medica di Santiago. Abitava in una casa del quartiere Miramar, all’Avana, con la moglie Delia.

Gioviale, simpatico, alter ego dissacrante del Che, di Granado resta il ritratto cinematografico tracciato nel film I diari della motocicletta di Walter Salles (Oscar nel 2005), oltre che nel documentario In viaggio con il Che di Gianni Minà. Fu proprio Granado ad annotare nei diari i dettagli di una straordinaria avventura che diventò anche una solida amicizia. In sella a quella Norton del 1939 ribattezzata “La poderosa”. “Non mi ha mai dimenticato e io non ha dimenticato lui”, disse in un’intervista del 2005 alla Bbc.

Granado era stato spesso in Italia e aveva rilasciato numerose interviste. In cui ricordava volentieri l’avventura che cambiò le loro vite. “Prima volevamo conoscere tutto il mondo, dopo volevamo cambiarlo. Il Che – disse – è stato l’uomo di cui avremmo bisogno anche ora per creare un mondo migliore. Era molto esigente con se stesso. Il maggior difetto che aveva era quello di avere troppe virtù”.

 

Dove finiscono i soldi dei tiranni?

da Carta.org

I tempi sono proprio brutti per i dittatori. Una volta i tiranni in pensione, finivano le loro vite in belle proprietà in Inghilterra, in Francia, Italia o in Svizzera. Non venivano disturbati da nessuno e potevano continuare a spendere le loro fortune colossali sparse per le varie banche del mondo ricco. Anche Bocassa «l’Orco della Repubblica Centro Africana» alla fine non se l’è spassata troppo male.

Oggi questo stesso mondo ricco sembra non volerli più accettare sulle proprie terre dopo averli spremuti. Sono costretti ad esili sempre dorati, ma lontani dal mondo libero e democratico. Sono diventati quasi come i rifiuti radioattivi, non si vuole metterli definitivamente al bando della storia, però tutti li tengono lontani dalla propria casa.

Ben Ali è in esilio in Arabia Saudita (probabilmente il più stabile e potente stato burattino della zona), Mubarak è in esilio a Sharm El Sheikh. Sì proprio così. Perché chi è andato a Sharm si è accorto che lì non è Egitto. Ma per niente. Gheddafi probabilmente, se cade, non si arrenderà. O sarà giustiziato come Ceaucescu, alla svelta, o come Saddam dopo un finto processo. Comunque un processo vero e proprio contro questa gente non ci sarà mai. Perché sanno troppe cose per lasciarli parlare.

Sia come sia, la fine di questa gente non importa molto. Anche la più brutta delle fini non riporterà mai giustizia a tutti quelli che hanno derubato, ingannato, insultato, ridotto in schiavitù, umiliato, arrestato arbitrariamente, torturato e/o ucciso. Un po’ più importanti sono invece le fortune astronomiche sottratte ai rispettivi popoli e esportate nelle banche occidentali e nei paradisi fiscali. Che fine faranno? I beni personali di Saddam, della sua famiglia e quelli dello stato iracheno, ad esempio, furono ritirati in contanti (almeno quelli che erano nelle banche statunitensi) e portati in Iraq. Ufficialmente, per finanziare la ricostruzione. Erano vari miliardi di dollari. Potevano veramente bastare a ricostruire le infrastrutture del paese e rilanciare l’economia. Invece… nulla! Vaporizzati. L’Iraq è ancora disastrato come all’indomani della guerra. Le strade sono come le ha lasciate Saddam. La ferrovia è un lontano ricordo. La rete elettrica è ancora primitiva e, laddove arriva, assicura una media di 5-6 ore di elettricità al giorno. La barzelletta irachena dice “l’elettricità nel nostro quartiere viene ad intermittenza: un ora non c’è e l’altra dopo … nemmeno.” L’acqua arriva poche ore al giorno anche quella. L’industria è quasi scomparsa da tempo e l’agricoltura è ridotta più o meno come tutto il resto. A che cosa sono serviti, allora, i vari miliardi di Dollari che Bremer e Negroponte (i due capi successivi dell’Authorità Provvisoria della Coalizione) avevano nelle loro casse all’inizio dell’occupazione? Probabilmente sono serviti per raggiungere il risultato attuale: il caos più totale. È vero che distruggere una nazione dalle sue fondamenta, dividere la popolazione in etnie che si odiano a morte, la guerra civile, la corruzione dilagante…. sono tutte cose che hanno dei costi piuttosto alti.

I soldi sono spesso andati a società americane che hanno subappaltato a società turche che hanno subappaltato a società egiziane che hanno subappaltato a società irachene per far finta di lavorare e non fare quasi niente; a compagnie di sicurezza privata (e di insicurezza pubblica), alla creazione di associazioni a delinquere travestite da partiti politici e di balordi in giacca e cravatta travestiti da personalità politiche; ad arricchire capi tribù e capi religiosi fantocci, milizie armate, formazioni militari e paramilitari nascoste, società di pseudo intervento umanitario, affaristi, spie, banditi, criminali, trafficanti di tutto e di niente, muri di cemento armato, filo spinato, attrezzature militari… tutto tranne qualcosa di utile per il paese.

Oggi, sono tanti i paesi che hanno annunciato il congelamento dei beni dei Ben Alì (e Tarabulsi, la famiglia della moglie), dei Mubarak e dei Gheddafi. Ma dove andranno a finire questi soldi è un grande punto interrogativo. Gran parte, probabilmente, andrà nel dimenticatoio della storia e se li mangeranno le banche. Come è successo nella storia molte volte con vari conti di capi di stato, di regimi e di piccoli e grandi delinquenti comuni, morti o incarcerati. Una altra parte sarà utilizzata da ogni paese dove sono depositate per ricattare i nuovi governi che nasceranno dalle proteste o dalle manipolazioni di esse. «Io ti do indietro i tuoi capitali alla condizione che li usi per fare “questo e per quell’altro”. E te gli ridò indietro soltanto se “quello e quell’altro” lo fai fare alla società “Pinco” o la compagnia “Pallino…»

Condizioni inaccettabili in una situazione normale. Condizioni che non accetterebbe che un nuovo governo corrotto quanto il primo, o forse ancora di più. Che accetterebbe, però, solo con la contro-condizione che una fetta consistente delle somme restituite vada su conti segreti intestati ai nuovi capi. Insomma, un eterno ritorno al punto di partenza! È anche per questo che gli stati potenti stanno premendo con tutta la loro forza perché queste rivolte portino solo un cambiamento di burattini ma che alla fine lo spettacolo sul teatrino sia sempre lo stesso. Per fortuna la strada sembra abbastanza cosciente di questi rischi e continua ad essere mobilitata. Ieri a Tunisi ci sono stati nuovi scontri di Piazza. Ghannouchi, il nuovo presidente-vecchio primo ministro- ha dovuto presentare le sue dimissioni. Speriamo che la stanchezza non si impadronisca dei rivoltosi prima che mandino a casa tutti i dinosauri.

Il Blog di Karim Metref