Lo scossone libico

Da Infoaut

photoE’ in corso una scossa forte, violenta come non mai da quando il Colonnello Gheddafi ha conquistato il potere in Libia. L’immagine di un gruppo di giovani che butta giù il monumento del Libro Verde facendolo cadere in frantumi ha fatto il giro del mondo, ma non tutti potevano immaginarsi che dalla metafora si potesse passare ai fatti. Oggi infatti cadono i primi importanti pezzi del regime: due rappresentanti dei comitati rivoluzionari (istituti delle millantata “democrazia diretta” del regime libico) si sono dimessi in segno di sdegno per la gestione repressiva delle manifestazioni di protesta.

Dalle informazioni che abbiamo l’indignazione per le mattanze, l’impiego di mercenari, e i disumani sabotaggi ai primi soccorsi dei feriti sembra che stia attraversando una parte dell’apparato di regime: dal basso fino ai vertici. I plotoni di Khamis, figlio di Gheddafi, sembrano che abbiano anche colpito AbdulQader AlGaddafi, un parente del rais, che si era rifiutato di sparare contro le manifestazioni, ripetendo il gesto compiuto in queste ore da diversi poliziotti e militari che si sono uniti al movimento. Tutto l’est del paese è attraversato da mobilitazioni caratterizzate da tendenze insurrezionali e mentre AlBaida e Bengasi sono teatro in queste ore di violenti scontri ai margini della città tra i lealisti (comandati da Khamis) e il movimento insorgente, pare che la protesta si stia diffondendo anche nelle altre città della Libia centrale e costiera, come a Misurata dove sono in corso cortei e scontri, proprio ad un passo da Tripoli.

Gheddafi promette una risposta micidiale e devastante, come se non gli bastasse il massacro già compiuto in questi giorni (ong parlano di almeno un centinaio di morti, ma le cifre sono destinate a salire), e da più parti si dice che potrebbero essere impiegati anche mezzi aerei per soffocare la rivolta. Non a caso a Bengasi il movimento sta tentando di rendere inagibile l’aeroporto. Gheddafi aveva parlato di piazze manovrate, evocando entità imperialiste e sioniste dietro le mobilitazioni, ma dopo le ripetute svolte del regime libico sullo scenario internazionale, in modo particolare dal post-11 settembre ad oggi, risulta difficile che la retorica del colonnello posso far presa sui sentimenti antimperialisti della popolazione. Il Rais  e il suo regime sono quindi in aperta crisi e in molti vedono nell’ampio utilizzo di truppe mercenarie un segno di profonda debolezza con cui l’apparato sta rispondendo alle rivendicazioni del composito movimento anti-regime. E proprio le defezioni, se non addirittura gli ammutinamenti di parte del corpo politico, militare e poliziesco, potrebbero divenire elementi decisivi per un conflitto che se dovesse estendersi anche alla città di Tripoli diverrebbe qualcosa di più che un grande scossone.

Mentre il conto delle vittime della violenza della repressione aumenta a dismisura, l’alleato italiano, Silvio Berlusconi, dichiara alla stampa che “la situazione è in evoluzione e quindi non mi permetto di disturbare nessuno”, confermando ancora il governo italiano come la sponda reazionaria ai regimi nord africani. Il signor Berlusconi non disturba nessuno? E poi si dice “preoccupato”, ma per cosa? Cos’è che preoccupa il capo del governo italiano? C’è da credere che delle vittime provocate dal suo alleato, nonché ispiratore e primo inventore di bunga bunga, non si preoccupi poi tanto, infatti la diplomazia italiana non si è stracciata le vesti a favore dei diritti umani come nel caso dell’Afganistan o dell’Iraq, ma che la preoccupazione sia tutta concentrata sulla destabilizzazione di un regime alleato che trema di ora in ora con l’incedere della collera delle piazze.

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