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La Ue rivede la soglia per l’etichettatura sementi

da Greenplanet.net

seeds“Una decisione grave e preoccupante – secondo Andrea Ferrante di Aiab – le sementi devono essere semplicemente OGM free. Non esiste soglia di contaminazione che tenga”. Mentre a Bali è in corso la quarta sessione dell’organo direttivo del Trattato internazionale sulle risorse genetiche vegetali per l’alimentazione e l’agricoltura (Trattato Fao sui Semi), AIAB segue con attenzione gli sviluppi e propone, insieme a un vasto schieramento di associazioni e realtà, il libero usa dei semi per i piccoli agricoltori, la Commissione Agricoltura del Parlamento europeo ha approvato, a stretta maggioranza (22 voti a favore e 21 contro), una richiesta della Commissione europea di rivedere la soglia per l’etichettatura di tracce OGM nelle sementi convenzionali.”Si tratta di una decisione grave e preoccupante, che per altro segna una forte spaccatura all’interno della stessa Commissione Agricoltura – commenta Andrea Ferrante, presidente nazionale AIAB – le sementi devono essere semplicemente OGM free. Non esiste soglia di contaminazione che tenga”.

 

 

Manlio Milani si deve dimettere

La Rete Provinciale Antifascista stigmatizza la decisione del Presidente dell’Associazione Familiari vittime di Piazza della Loggia, Manlio Milani, di partecipare al convegno organizzato da Casa Pound Italia sulla strage del 28 maggio 1974.

L’associazione Casa Pound, come si legge sul sito www.casapound.org “si propone di sviluppare in maniera organica un progetto ed una struttura politica nuova, che proietti nel futuro il patrimonio ideale ed umano che il Fascismo italiano ha costruito con immenso sacrificio”;

il suo programma, al punto 18, propone di riscrivere la Costituzione: “La Costituzione della Repubblica Italiana va riscritta. Essa è opera di uomini che la compilavano all’indomani della guerra civile ed adempivano a quel compito nella scia dei carri armati stranieri “;

i suoi esponenti in numerose interviste e comunicati si definiscono “fascisti del terzo millennio”: essi si rifanno esplicitamente al programma di San Sepolcro, elaborato da Mussolini nel marzo del 1919, con il quale furono fondati i fasci di Combattimento, e alla Repubblica di Salo, che si ispirava a quel programma.

Casa Pound ha sede in diverse città e si è resa protagonista di intimidazioni, irruzioni, provocazioni, aggressioni, spedizioni punitive, nonché di iniziative di propaganda contro i disabili, contro la società multirazziale, e di brindisi alla Shoa.

La XII  delle disposizioni transitorie finali della Carta Costituzionale afferma:

“E’ vietata la riorganizzazione,sotto qualsiasi forma,del disciolto partito fascista”

Milani in quaranta anni di costante e tenace attività per la ricerca della verità ha insegnato a tutte le generazioni che ha incontrato sul suo cammino che, a prescindere dagli esiti processuali, la storia ha evidenziato come  la strage di Brescia sia l’esempio concreto del connubio tra destra eversiva e apparati deviati dello Stato.

Una strage, quella di piazza della Loggia, che ha colpito direttamente al cuore l’attivismo operaio degli anni ’70, costituendo l’apice della “strategia della tensione”. Una strage di chiara matrice fascista e che ha visto all’opera il più complesso meccanismo di organi dello Stato, teso a deviare indagini ed a coprire responsabilità, al punto che, dopo otto processi, ancora nessuno è stato identificato come esecutore e come mandante.

Chi è rimasto sul selciato di Piazza Loggia partecipava in modo convinto ad una manifestazione antifascista, perché la risposta messa in atto dal movimento operaio contro la violenza dell’estrema destra al servizio del potere padronale era ampia ed intransigente.

Tutto ciò ci rende incomprensibile la decisione di Milani di accettare il confronto con chi ideologicamente appartiene e, in forme meno visibili, giustifica la stessa storia di chi ha sparato e messo bombe contro compagni e militanti antifascisti.

Anche il tentativo di Milani di giustificare la sua partecipazione con l’apertura di un dialogo tra Giustizia e Perdono, teso a spiegare ai “fascisti del terzo millennio”, quelli dalla faccia da bravi ragazzi, il proprio punto di vista e la propria verità storica, è anacronistico perché si schianta contro la presenza di Gabriele Adinolfi. Fondatore di Terza Posizione e dei Nar.  Adinolfi è stato condannato per banda armata e coinvolto nel processo per la strage di Bologna, a lungo latitante all’estero è rientrato in Italia solo a reato caduto in prescrizione.

L’unico risultato ottenuto da Milani è lo sdoganamento di Casa Pound Italia e la legittimazione politica di una formazione di ispirazione fascista dai pesanti connotati xenofobi, razzisti ed antisemiti; che utilizza la violenza come strumento di attività politica.

Il risultato ottenuto da Milani è l’aver dato dignità politica ad una formazione che, secondo la nostra Carta Costituente, dovrebbe essere bandita ed emarginata.

Non crediamo che Milani ignorasse di dover dibattere con esponenti storici dell’eversione fascista, e con una generazione di nuovi fascisti appartenenti comunque ad un’area che non rinuncia alla violenza, spesso assassina, anche nella fase storica attuale. Sono militanti fascisti quelli che il 16 marzo del 2003 a Milano hanno accoltellato a morte il militante di sinistra, Davide Cesare Dax; sono sempre squadracce fasciste quelle che si sono rese protagoniste di diversi episodi  di violenza in varie città d’Italia:

a Verona il primo maggio 2008, un ragazzo, Nicola Tommasoli, veniva pestato a morte da cinque neonazisti;

a Roma il Blocco Studentesco di Casa Pound si rende protagonista dello scontro in piazza Navona dell’ottobre 2008, aggredendo e terrerorizzando giovanissimi studenti in manifestazione, e pochi giorni dopo si rendeva protagonista dell’irruzione alla RAI contro la trasmissione di RAI 3 “Chi l’ha visto” colpevole di aver denunciato e documentato l’aggressione.

A Brescia si sono verificati diversi fatti preoccupanti: l’aggressione in pieno giorno di uno studente da parte di quattro nazifascisti di Casa Pound, sotto gli occhi della madre, per il solo fatto di essere stato riconosciuto come militante del movimento studentesco bresciano; la comparsa sui muri di Chiari e di Brescia di scritte deliranti che inneggiavano a un’altra strage di Piazza Loggia; infine la sera del 10 febbraio scorso, in Piazza Tebaldo Brusato, a Brescia, tre attivisti della Rete Antifascista, di cui due donne, hanno subito una violentissima aggressione da parte di una trentina di uomini di queste formazioni neonaziste, che con nomi diversi e molte volte intercambiabili, perseguono gli analoghi fini politici di carattere fascista e nazista.

L’iniziativa di Milani non ha giustificazioni plausibili se non il suo desiderio, ben poco condivisibile, di mantenere uno stretto legame con le istituzioni, anche quando queste ultime sono connotate di principi ed azioni distanti dal percorso antifascista e costituzionale, e si collocano all’interno di quel revisionismo storico che dura da anni e che tende a mettere sullo stesso piano vittime e carnefici. La lunga fase di analfabetizzazione politica ha eroso i valori civili della nostra convivenza. A parole nessuno attacca frontalmente il valore della Costituzione nata dall’Antifascismo, ma allo stesso tempo viene innescato un processo sotterraneo di svuotamento della nostra democrazia, che sostiene di lasciare inalterati i principi della carta costituzionale; ma che in realtà modifica i rapporti politici e sociali, arrivando anche a riscrivere la storia. La deriva verso destra caratterizzata dall’era berlusconiana induce chi è malato di “istituzionalismo” a cercare chiavi di ingresso, passando anche da ambiti non solo diametralmente opposti ai propri principi fondanti, ma che sono addirittura gli stessi che sono sempre stati individuati e che sono sempre stati combattuti come nemici.

Non entriamo nella polemica se Milani fosse  al convegno a titolo personale o come Presidente dell’Associazione Familiari vittime di Piazza Loggia. Manlio Milani a quell’iniziativa non doveva partecipare, perché il ruolo politico e sociale che ha sempre ricoperto a Brescia ne aveva fatto la figura di riferimento delle vittime del fascismo. Del resto tutto il materiale di pubblicizzazione lo indicava come Presidente e lo stesso titolo del convegno è senza equivoci: “Casa Pound Italia incontra l’Associazione Familiari Vittime di Piazza della Loggia”.

L’iniziativa di Milani segna uno spartiacque senza possibilità di recupero, per gli otto morti di Piazza Loggia, per tutti gli antifascisti. Per la città di Brescia è uno sfregio irreparabile, ancor più dopo l’ultima sentenza del processo che ha visto ancora una volta lo Stato assolversi dalle sue responsabilità.

Crediamo che Manlio Milani debba compiere un gesto di umiltà e dignità , ma soprattutto di rispetto verso i bresciani e le vittime della strage Fascista e di Stato di Piazza Loggia, dimettendosi dalla presidenza della associazione, e che con il suo atto abbia di fatto rinunciato al ruolo politico e sociale che ha rivestito a Brescia. Anzi, riteniamo che lo abbia volutamente ripudiato.

Di fronte a questo grave episodio noi non possiamo più tacere,chi tace diventa complice di questo processo che intende legittimare organizzazioni nazifasciste collocate fuori dalla nostra Costituzione dettata dal sacrificio della lotta Partigiana di Resistenza.

 

 

Rete Provinciale Antifascista

 

E’ ALLARME PLUTONIO IN GIAPPONE…dovremo attendere anche noi una catastrofe nucleare per capire che è ora di passare all’energia pulita?

da Radiondadurto La situazione a  resta “imprevedibile, e non si possono escludere tracce di plutonio” nel nordest del . E’ lo stesso premier giapponese Kan a ammetterlo, senza però fornire alcuna alternativa valida. Unica notizia che arriva da Tokyo, e pare essere scontata, il fatto che secondo il governo “i piani di ricostruzione dopo la catastrofe atomica dell’11 marzo si baseranno sull’energia pulita”. In  intanto stanno arrivando anche i tecnici del colosso francese Areva per aiutare la Tepco, gestore privato dell’impianto, a rimuovere il materiale radioattivo contenuto nell’acqua che interessa soprattutto il reattore n.2 su cui sono concentrate le maggior preoccupazioni.

Ascolta l’intervista a Salvatore Barbera, fisico nucleare e reasponsabile della campagna contro il nucleare di Greenpeace.

 

Strage, Milani a Casa Pound innesca la protesta antifascista

da Bresciaoggi

IL CASO. È polemica per la scelta del presidente della Casa della memoria e dell’Associazione familiari delle vittime
«Sono qui a livello personale, perchè dobbiamo andare oltre le nostre diversità». Ma la Rete chiede le sue dimissioni

Zoom Foto

La manifestazione di protesta di ieri sera

CasaPound e la Casa della Memoria allo stesso tavolo. Fuori, a 300 metri, il presidio della Rete antifascista che grida allo scandalo e chiede le dimissioni di Manlio Milani, presidente dell’Associazione Familiari delle vittime di piazza Loggia, per aver accettato di partecipare al dibattito al President, a Roncadelle. Ma se il dispiegamento delle forze dell’ordine induceva a pensare all’agitazione, alla fine la protesta si è tradotta, verso metà serata, nell’occupazione di via Roncadelle da parte dei manifestanti con cori e striscioni. Nessuna autorizzazione, quindi, alla «Partecipazione indignata» che gli antifascisti avrebbero voluto, faccia a faccia con CasaPound. «Vogliamo le dimissioni di Milani, che si presenta a un convegno con quelli che si definiscono i fascisti del terzo millennio a nome dell’associazione che guida – tuona Giuseppe Corioni, della Rete -: è vergognoso». «Dopo la sentenza sulla strage Cpi cerca di legittimarsi politicamente attraverso squallidi momenti di rivisitazione storica» gli fa eco Walter Longhi.
Eppure, dall’altra parte, seppur a distanza, Milani e CasaPound rispediscono le accuse al mittente con decisione. «Non sono qui a nome dell’associazione che rappresento, ma solo come Milani – precisa, pregando Cpi di precisarlo nella locandina -: non parlerò del processo, o del terrorismo di sinistra. Cercherò invece di affrontare con voi un percorso, che parte da me e finisce con me. Ho accettato – ribadisce – perché in questa memoria distratta dell’Italia che preferisce rimuovere gli anni’70, è necessario andare oltre le nostre diversità e incontrarci, senza limitarci ad osservare l’orrore in quanto tale, ma nel tentativo di trovare nella memoria elaborata degli insegnamenti utili rispetto al presente e al domani». Della stessa linea anche Adriano Scianca, responsabile cultura di Cpi (affiancato dal collega regionale Pietro Falagiani e da Gabriele Adinolfi del Centro Studi Polaris): «Questo è un incontro epocale nel panorama politico nazionale – dice -: Manlio è l’esempio di quel coraggio intellettuale che ci vede qui per parlare di stragismo come una ferita aperta nel cuore del Paese e come qualcosa che non ci appartiene naturalmente».
Quello di Manlio è un racconto, il suo racconto, fatto di contesti politici e sociali: l’iscrizione al Pci, l’amore per la resistenza e la Costituzione, gli incontri con i partigiani costretti a scegliere «per l’impossibilità di poter esprimere se stessi : per l’idea di poter vivere in una società libera». Come accadde per la manifestazione sindacaledi quel 28 maggio’74: «Quegli 8 morti sono ancora lì, a raccontare i valori di democrazia, lavoro, libertà di espressione – spiega Milani – Perché chi compì quella strage voleva sovvertire le istituzioni». Poi l’accenno alla responsabilità della destra eversiva per stessa ammissione dei camerati, gli attentati del prima e dopo piazza Loggia, e «i depistaggi delle istituzioni e dei Servizi deviati. Ecco dove sta l’impunità: il disegno eversivo si basa sulle collusioni. Allora, la memoria, deve prendere atto dei fatti e chiedere verità». Una storia che non piace poi tanto ad Adinolfi, certo che «le responsabilità del Pci siano enormi e che visioni come questa contribuiscano a non fare luce sulle stragi». In prima fila anche Benedetta Tobagi, «perché credo sia molto importante che Manlio abbia accettato di parlare con questi ragazzi: per spiegare che la violenza, è sempre sbagliata».

Mara Rodella

 

Ecco la risposta di Haidi Giuliani alla solidarietà espressa dal c.s. 28Maggio per la sentenza della corte europea dei diritti dell’uomo che assolve l’Italia dalle responsabilità della morte di Carlo Giuliani…

Perdonate se vi rispondo con un messaggio cumulativo: ho ricevuto moltissime telefonate, sms, email e non riesco a rispndere ad ognuno e ognuna di voi ma desidero ringraziarvi per la solidarietà che ci avete espresso, che noi sentiamo fortemente, e che ci aiuta davvero.

In piazza Alimonda abbiamo visto molti sassi, tra presunti e reali, ma questa sentenza è un macigno che coprirà tutto definitivamente.

Per questo motivo, e per il clima generale di “guerra” in cui viviamo, temo davvero che la causa civile non servirà a niente, se non a consumare le nostre energie residue, perché tutti gli errori sono stati fatti nei primissimi giorni (e non solo dai genitori di Carlo).

Tuttavia non possiamo non provare.

 

Grazie ancora

 

Haidi


BRESCIA: PRESIDIO STASERA CONTRO CHI STRUMENTALIZZA LA STRAGE DI PIAZZA LOGGIA

Questa sera Brescia vivrà un nuovo, triste, primato: sarà la prima città in Italia ad ospitare un incontro sullo stragismo, nel caso specifico si parlerà della  fascista e di stato di Piazza della Loggia, con la presenza di un  neofascista di spicco degli anni’70 , Gabriele Adinolfi, e un Presidente  di un’associazione familiari delle vittime, in questo caso  Manlio Milani in qualità di Presidente di quella per la  di. Ad organizzare la serata Casapound Italia, che rimasta senza una sede a Brescia, ha deciso di tenere questo strumentale convegno all’hotel President di Roncadelle, in provincia di Brescia.

Anche se Milani afferma ai nostri microfoni che parteciperà all’iniziativa a titolo personale e non come presidente dell’associazione dei famigliari delle vittime, ruolo che però viene sottolineato nelle note stampa e sui manifesti diffusi sul web da CPI (a dimostrazione della strumentalità che sottende questa operazione dei fascisti), l’appuntamento trova la completa disapprovazione da parte di diverse realtà politiche, sociali e sindacali bresciane, nonchè di moltii dei famigliari delle vittime e i feriti stessi di quella strage,.

Prima di tutto vi proponiamo l’intervista realizzata a Manlio Milani, al quale abbiamo chiesto innanzitutto di spiegare come mai ha accettato di partecipare a questa strumentale  iniziativa.Ascolta

Altra intervista che abbiamo realizzato è quella con Enzo Romani, ferito in piazza il 28 maggio 1974 e dell’associazione famigliari vittime della strage di Piazza della Loggia.

Vi proponiamo infine le considerazioni critiche di Marco Fenaroli , Presidente dell’Anpi di Brescia e Damiano Galletti, segretario generale della Cgil di Brescia.

 

Di fronte a questo becero uso politico e strumentale della storia, questa sera la rete antifascista di Brescia e provincia promuove un PARTECIPAZIONE INDIGNATA all’iniziativa. Appuntamento alle ore 20 all’esterno del President hotel di Brescia. Questo l’appello:

Casa Pound, nota organizzazione neofascista ha organizzato un convegno sulla strage FASCISTA
e di STATO di Piazza della Loggia.

Proprio all’indomani dell’epilogo dell’ennesimo processo sulla strage del 28 maggio 1974 che non
ha individuato ne autori ne mandanti i fascisti di Casa Pound Italia cercano di legittimarsi
politicamente attraverso squallidi momenti di rivisitazione storica.

PER IMPEDIRE LA MANIPOLAZIONE DELLA STORIA

INVITIAMO TUTTI GLI  ALLA

“PARTECIPAZIONE INDIGNATA”

SABATO 26 marzo – ore 20.00

President Hotel di Roncadelle BS

ReteAntifaBs

 

Carlo Giuliani e Stefano Cucchi: verità ancora negata

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da Infoaut

Giornata pesante, quella di ieri, per la “giustizia” italiana ed europea.
Nella mattinata arriva la sconvolgente notizia che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha definitivamente assolto l’Italia riguardo le accuse di responsabilità nell’omicidio di Carlo Giuliani, durante le manifestazioni contro il G8 del 2001 a Genova.
Il ricorso era stato presentato dai genitori di Carlo nel 2002, invocando in particolar modo l’articolo 2 della Convenzione sui Diritti dell’uomo, in quanto la morte di Carlo è dovuta ad un uso eccessivo della forza: con una sentenza choc che ribalta quella data in primo grado, la corte di Strasburgo ha assolto completamente Mario Placanica, il carabiniere che saprò in Piazza Alimonda, e anche l’Italia, accusata dai Giuliani di non aver organizzato e pianificato in modo adeguato le operazioni di polizia durante il summit del 2001.
Sempre nella giornata di ieri è anche iniziato il processo nell’aula bunker del carcere di rebibbia per la morte di Stefano Cucchi, morto nel 2009 a seguito di un fermo di polizia. Dodici gli imputati alla sbarra, agenti di polizia penitenziaria accusati di lesioni e abuso di autorità e personale dell’ospedale Pertini, accusati di abbandono di persona incapace, favoreggiamento, omissione di referto e abuso d’ufficio.
Stefano, che dopo l’arresto per possesso di stupefacenti venne picchiato dagli agenti, era poi stato trasferito all’ospedale Pertini dove gli erano state negate le minime cure.
Il processo è stato rinviato al 28 aprile, giorno in cui verranno ascoltati i carabinieri che arrestarono Stefano Cucchi.

Toccanti le parole della sorella della vittima, che legittimamente sconfortata e poco fiduciosa ha dichiarato: “L’impressione è che sarà un processo scandito dal dolore e teso a difendere l’operato dei pubblici ministeri e della consulenza tecnica a scapito della verità. L’auspicio è che chi deve giudicare si renda conto di ciò che è capitato a Stefano“.

 

La battaglia dei referendum

Car* compagn*,

vorrei segnalarvi che ormai è aperta la campagna elettorale referendaria per i 2 sì all’acqua pubblica e contro il nucleare.

La campagna è già in salita, non solo per la decisione del governo di non accorpare le votazioni dei referendum con le amministrative che si svolgono il 15 maggio, e quindi di fissare la celebrazione dei referendum il 12 giugno (a scuole chiuse e con l’estate in agguato, spudorato tentativo di far saltare il quorum), cui è stato opposto ricorso alla corte costituzionale (ma non ci scommetto nulla sul suo accoglimento), ma anche perchè c’è un’ombra famelica che si allunga sui referendum, l’ombra di Di Pietro che ha raccolto le firme sul nucleare e adesso sta tentando di appropriarsi della paternità di quello sull’acqua. In più Di Pietro ha proposto il referendum sul legittimo impedimento, che si presenta come una specie di plebiscito pro o contro Berlusconi, che rischia di oscurare tutti gli altri e di aprire una deriva politicista che potrebbe mettere tra parentesi il profondo significato sociale e ambientale degli altri.

Tra l’altro i referendum sull’acqua non sono soltanto sull’acqua, ma in generale contro la privatizzazione dei beni comuni, l’art. 1 del primo referendum cita espressamente il sistema dei trasporti pubblici urbani e quello della raccolta dei rifiuti come non privatizzabili.

Quindi abbiamo l’occasione di condurre una grande battaglia sociale, ma anche culturale e politica, di valenza generale, che riesca ad aggregare dal basso, forze sociali non necessariamente contaminate dal fetore che emana dai cadaveri in avanzato stato di decomposizione dei partiti politici e di organizzazioni sindacali o di scopo che vivono in rapporto simbiotico con le istituzioni.

D’altra parte la valanga dell’oltre un milione e quattrocento mila firme con cui sono state corredate le richieste dei referendum è indice di una disponibilità diffusa a livello di massa a farla finita con l’ubriacatura neoliberista e privatizzante che tanti guasti ha prodotto negli ultimi decenni.

Lo stesso referendum sul nucleare, che è nato come trovata propagandistica dell’istrione Di Pietro, ha oggi, in maniera forse cinicamente paradossale, grandi possibilità di essere vincente, se solo pensiamo alle notizie/immagini choccanti del blocco delle centrali giapponesi dopo la terribile devastazione dello tsunami/terremoto.

Pare però che tutti questo ai compagni e alle compagne di Brescia non importi granchè. Altrimenti non si spiegherebbe il loro non intervento e durante la campagna della raccolta di firme ed oggi che ormai siamo alla vigilia della scadenza elettorale.

Certamente non siamo in un periodo in cui la militanza è l’orizzonte quotidiano che attraversa la vita di molti/e di noi e coloro che invece tirano la carretta sono a volte allo stremo delle forze.

Né voglio sostenere che la battaglia sui referendum sia più importante di altre. Tante altre sono ugualmente degne e necessarie.

Semplicemente affermo che la battaglia per l’acqua e contro il nucleare, che faccia emergere la possibilità di un ciclo virtuoso rifondativo della politica e della società basate sulla difesa, la coltivazione, il rispetto dei beni comuni, si trova oggi ad uno snodo fondamentale. Ci rendiamo conto che questa battaglia entra oggi e per i prossimi tre mesi in una fase decisiva? O forse siamo talmente abituati a perdere e a piangerci addosso, che l’idea che si possa vincere non ci deve neanche sfiorare? O forse pensiamo che entrerà in campo qualche entità taumaturgica che ci risolverà i problemi o almeno ci risolleverà il morale?.

Quest’estate, durante i preparativi della festa della radio, mentre si allestivano i vari stand, ero rimasto piacevolmente sorpreso dagli addobbi e quindi dalla caratterizzaione visiva e quindi politica che i compagni e le compagne della salamaia avevano dato al proprio stand: il leit motiv era quello dell’acqua pubblica.

Allora, mi sono detto, quet’argomento ha fatto breccia tra tanti e tante di noi.

C’è un però. Perchè non c’era nessuno di questi equeste tanti e tante a raccogliere firme, perchè adesso non si comincia a partecipare alle riunioni che stanno lanciando quella, che, ora e per i prossimi tre mesi potrebbe e dovrebbe essere la madre di tutte le battaglie? Esagero? MAH!

Magari qualcun* particolarmente ortodoss* potrebbe pensare che a Brescia questa battaglia è

inquinata dalla forte presenza delle parrochhie e dei cattolici. Certo però che, se non ci si misura concretamente su tali questioni, la parte più genuinamente antiliberista o addirittura anticapitalista rischia di essere sempre in minoranza anche se si sbatte.

Possibile che i vari comitati ambientalisti, che dal centro città alla periferia si impegnano su temi importanti, non abbiano la sensibilità di cogliere l’importanza di questa battaglia, che, ripeto, è improcrastinabile. Tra tre mesi, infatti, non ci sarà più. Forse non riusciamo ad immaginare quale contraccolpo negativo potrebbe derivare dalla sconfitta di questi referendum soprattutto per l’iniziativa a livello di base, che dovrebbe stare a cuore a tant* di noi.

Queste note confuse vogliono essere un po’ una specie di invito/appello con il cuore in mano, un appello a partecipare ai lavori e alle iniziative, alla battaglia del comitato referendario bresciano

“2 SI’ per l’acqua bene comune”. Si può aderire come gruppi, comitati, collettive e associazioni organizzate versando 50 euro al comitato oppure come singol* compagn* versando 20 euro, questi soldi serviranno a finanziare la campagna elettorale.

Martedì 22 marzo presso i comboniani, viale Venezia 116, ci sarà una prima assemblea pubblica con Marco Bersani.

Sabato 26 marzo a Roma ci sarà la manifestazione nazionale incentrata sulla difesa dell’acqua pubblica e di tutti i beni comuni, da Brescia partirà un pullman alle ore 6 da via Volturno-piazzale Iveco (contributo 10 euro). Spero che quel giorno riusciremo a mettere da parte qualche impegno.

Occorre la forza, la ragione e la partecipazione di tutt* noi. Non perdiamola questa occasione.

Ciao

Pino

 

armi da brescia alla libia…

“E’ accertato. Il governo Berlusconi nel 2009 ha autorizzato l’invio a Gheddafi di oltre 11mila tra pistole e fucili semiautomatici di alta precisione e di tipo quasi militare della ditta Beretta decidendo poi di non segnalarlo all’Unione europea”. Lo riportano in un comunicato, diffuso oggi alla stampa, la Rete Italiana per il Disarmo e la Tavola della Pace.

Le due organizzazioni affermano di aver ottenuto i documenti di esportazione e presa in carico da parte dei funzionari del regime di Gheddafidelle armi transitate per Malta. Si tratta di 7.500 pistole semiautomatiche modello Beretta PX4 Storm cal. 9×19, di 1.900 carabine semiautomatichemodello Beretta CX4 Storm cal. 9×19 e di 1.800 fucili Benelli modo M4 cal.12 sempre della ditta Beretta esportate dall’Italia via Malta.

“Oltre 11mila tra carabine, fucili e pistole del valore di quasi otto milioni di euro – tutti sistemi d’arma semiautomatici di alta precisione e talune di tipo quasi militare, ma autorizzate come “armi da difesa” – sono stati esportati nel 2009 con beneplacito del governo Berlusconi dalla Fabbrica d’armi Beretta al colonnello Gheddafi. Il fatto non sarebbe mai venuto alla luce se non ci fosse stata la nostra indagine su documenti resi pubblici dal governo maltese a seguito di discrepanze nei rapporti europei” – affermano nel comunicato congiunto la Rete Italiana per il Disarmo e la Tavola della Pace.

Le due organizzazioni definiscono “grave e irresponsabile” la condotta dei ministri degli Esteri, Franco Frattini, e degli Interni, Roberto Maroni e stigmatizzano le “reiterate falsità” del ministro della Difesa, Ignazio La Russa, sul tema delle forniture militari italiane alla Libia (La ricostruzione dettagliata di tutta la vicenda della fornitura di armi è riportata a fondo pagina).

L’elevato valore della partita (oltre 79 milioni di euro) – valore rettificato verbalmente solo nei giorni scorsi da parte dei funzionari maltesi adducendo un “errore di trascrizione” (!) – sommato al fatto che non Malta bensì l’Italia e è uno dei maggiori produttori ed esportatori mondiali di armi leggere e, soprattutto, che l’esportazione di quelle armi al regime del colonnello Gheddafi non è mai stata riportata dal Governo italiano nell’appositaRelazione annuale della Presidenza del Consiglio e nemmeno agli organi competenti dell’Unione Europea avevano indotto in un primo tempo le due organizzazioni – e anche il sito di Unimondo – a pensare ad una “triangolazione”: un escamotage, cioè, da parte del governo italiano per eludere il controllo parlamentare e soprattutto delle organizzazioni nazionali che da anni tengono monitorato il commercio di armamenti.

“Al di là del singolare “errore di trascrizione” dei funzionari maltesi – che avevano inizialmente riportato un carico di oltre 79 milioni di euro invece che di 7,9 milioni di euro di armi, una faccenda ancora poco chiara sulla quale il Governo dove ancora rispondere in Parlamento – abbiamo ampiamente accertato che l’Italia nel 2009 ha esportato oltre 11mila armi di tipo semiautomatico, molto simili a quelle militari e comunque estremamente letali alla Libia senza darne alcuna comunicazione né al Parlamento né all’Unione Europea” – afferma Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Italiana per il Disarmo. “Seppure, stando alle procedure burocratiche, l’autorizzazione possa anche essere fatta rientrare nella normativa nazionale prevista per le armi di ‘non specifico uso militare’, resta il fatto – gravissimo – che il Governo italiano abbia deciso di non segnalarla nelle relazioni all’Unione Europeasenza poi fare un passo ufficiale di chiarezza una volta esploso il caso segnalato congiuntamente da Tavola della Pace e Rete Disarmo” e riportato da numerosi organi di stampa nazionale (tra cui le agenzie Ansa e Asca) e internazionali (si veda a fondo pagina).

“Il ministro La Russa – spiega Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della pace – ha cercato di sviare l’attenzione dalla faccenda affermando pubblicamente che ‘il Ministero della Difesa non ha dato nemmeno un coltellino per unghie a Gheddafi’. E’ vero – commenta Lotti. Non si tratta di coltellini per unghie, ma di vere e proprie armi che oggi stanno facendo stragi di civili. Non è forse vero che il suo Ministero il 17 ottobre 2008 ha autorizzato la vendita di armi alla Libia per 3 milioni di euro? In ogni caso, al popolo libico interessa molto poco se le armi italiane siano state esportate con il consenso del Ministero degli Interni, degli Esteri o della Difesa. Sta di fatto che quelle armi vengono oggi usate per reprimere nel sangue chi si oppone al regime di Gheddafi. Che ne pensa il ministro degli Interni, Roberto Maroni? E’ lui che ha autorizzato l’invio di 11.100 armi al regime di Gheddafi”.

“Stesso discorso per il ministro Frattini – aggiunge Giorgio Beretta, caporedattore del portale Unimondo e analista della Rete Disarmo. Il ministro degli Esteri sa bene che – seppur sia stato sollevato l’embargo di armi verso la Libia – è incaricato di far eseguire la Posizione Comune dell’Unione europea sulle esportazioni di armamenti (la 2008/944/PESC, qui in .pdf)”. Tale decisione comunitaria chiede espressamente ai governi prima di ogni esportazione di armi di accertare il “rispetto dei diritti umani nel paese di destinazione finale”, il “rispetto del diritto internazionale umanitario da parte di detto paese” e dirifiutare le esportazione di armi “qualora esista un rischio evidente che la tecnologia o le attrezzature militari da esportare possano essere utilizzate a fini di repressione interna” (Criterio 2).

“Signor Ministro, chi le ha dato le necessarie garanzie? Forse Gheddafi quando è venuto a Roma nel giugno del 2009? – chiede Giorgio Beretta. E, badi bene, quelle armi sono state personalmente prese in carico – come ha certificato l’Ambasciatore italiano a Tripoli, Vincenzo Schioppa – dal Colonnello libico Abdelsalam Abdel Majid Mohamed El Daimi, Direttore della Direzione Armamenti della Pubblica Sicurezza del colonnello Gheddafi, non quindi da una qualsiasi ditta autorizzata alla rivendita al dettaglio di “armi per uso civile”: sono cioè armi consegnate a funzionari del regime del rais e, lei signor Ministro non può dirsi estraneo alla faccenda” – conclude l’analista di Rete Disarmo.

“Vi è poi una grave mancanza di trasparenza della ditta Beretta” – aggiunge Carlo Tombola, direttore dell’Osservatorio sulle armi leggere (OPAL) con sede a Brescia. “A seguito del comunicato della Rete Disarmo la ditta bresciana produttrice delle armi esportate alla Libia si è prontamente pronunciata per ‘smentire seccamente’ il coinvolgimento nella fornitura di 79 milioni di euro di armi leggere alla Libia tramite Malta riportato da organi di stampa belgi, maltesi e italiani. Ma la ditta si è guardata bene dal dichiarare che in quello stesso anno aveva inviato oltre 11mila armi di sua fabbricazione ai funzionari del colonnello Gheddafi. Per non dire poi che le armi esportate sono di fatto alquanto simili a quelle presenti nel catalogo militare della Beretta (vedi qui). Le variazioni sono minime, assolutamente irrilevanti ai fini della repressione interna” – conclude Tombola.

La Rete italiana per il disarmo e la Tavola della pace avanzano quindi una serie di richieste urgenti al Governo e al Parlamento italiano.

“Chiediamo al Governo italiano di fare immediata chiarezza sull’intera vicenda delle “armi leggere” italiane esportate via Malta alla Libia mostrando in Parlamento tutti i documenti ufficiali di esportazione e di transito e dimostrando che erano davvero solo del valore di 7,9 milioni di euro e non – come inizialmente riportato da Malta – di oltre 79 milioni di euro. Inoltre il Governo dovrebbe informare noi e tutti i cittadini a riguardo di chi sia oggi in effettivo possesso delle 11mila armi semiautomatiche italiane finite in Libia, che utilizzo ne venga fatto in questi giorni in cui – come riportano accreditate fonti di stampa internazionali – è in atto una violenta repressione della popolazione da parte del regime del colonnello Gheddafi”.

Tavola della Pace e Rete Italiana per il Disarmo sollecitano poi il Parlamento “affinché interroghi il Governo su tutto l’insieme delle armi vendute dall’Italia alla Libia, su tutte le forniture di armamenti, i servizi e le operazioni militari congiunte col regime di Gheddafi sia che siano state effettuate dal ministero degli Interni, degli Esteri e da quello della Difesa. Quante armi abbiamo venduto in questi ultimi anni alla Libia, quali, quando e in base a quali accordi politici e militari?” – domandano le due organizzazioni.

Tavola della Pace e Rete Italiana per il Disarmo chiedono inoltre “ai Ministri Maroni e Frattini di spiegare in Parlamento sulla base di quale criteri della Posizione Comune dell’Unione Europea e, quindi, di quali effettive garanzie di tutela dei diritti umani sia stata autorizzata l’esportazione di oltre 11mila armi semiautomatiche al Direttore della Direzione Armamenti della Pubblica Sicurezza del regime di Gheddafi”.

E domandano infine “al Ministro della Difesa Ignazio La Russa di spiegare in cosa consista l’autorizzazione rilasciata dal suo Ministero il 17 ottobre 2008 del valore di 3 milioni di euro avente come destinatario la Libia (Autorizzazione “Nulla Osta” n.53861 del Ministero della Difesa) e che tipo di armamenti prodotti dalla ditta Oto Melara del valore di 3 milioni di euro siano stati esportati su autorizzazione sempre del suo Dicastero (SMD/47890/05) segnalata nella Relazione della Presidenza del Consiglio nel 2009″.

Le due organizzazioni rinnovano “le richieste al Governo a sospendere con atto formale e di fatto tutte le forniture di armamenti e ogni forma di aiuti e cooperazione militare con i paesi del Nord Africa (Algeria, Egitto, Tunisia e Libia, Marocco, Yemen e Bahrein) le cui popolazioni in questi mesi hanno manifestato e stanno manifestando contro regimi dispotici e illiberali”.

Tavola della Pace e Rete Italiana per il Disarmo, infine, “rinnovano la richiesta al Governo e a tutte le forze parlamentari di stralciare le annunciate – e peggiorative – modifiche alla legislazione nazionale sulle esportazioni di armamenti dalla Legge Comunitaria attualmente in discussione nelle commissioni parlamentari per aprire un serio e approfondito confronto con le associazioni della società civile sulla normativa sui controlli all’esportazione di armi alla luce delle recenti direttive europee”.

 

Ricostruzione del caso delle armi italiane alla Libia di Gheddafi

 

  1. La Rete Italiana per il Disarmo e della Tavola della Pace per prime con un comunicato del 24 febbraio hanno denunciato l’affaire, dai contorni tipici di una triangolazione, delle armi italiane fornite nel 2009 al regime di Gheddafi. Il caso è emerso a causa di quello che solo successivamente è stato detto essere un “errore di battitura” da parte di funzionari maltesi all’Unione Europea: sul caso ha poi fatto una certa luce anche un’indagine giornalistica del sito della rivista Altreconomia.
  2. Il caso è questo: il governo de La Valletta nel 2010 ha notificato all’Unione Europea la fornitura alla Libia oltre 79 milioni di euro di armi della categoria ML 1 e cioè “armi ad anima liscia di calibro inferiore a 20 mm e armi automatiche di calibro 12,7 mm o inferiore”. Una fornitura puntualmente riportata da Malta nel Rapporto 2010 dell’Unione Europea sulle esportazioni di armamenti (scaricabile qui) pubblicato lo scorso gennaio, nel quale però non appariva alcuna menzione dell’Italia come effettivo fornitore che, anzi, risultava appunto essere Malta che però smentiva di essere il “produttore” di quelle armi.
  3. Con l’inizio della manifestazioni popolari in Libia, la Rete Italiana per il Disarmo ha prontamente contattato il governo maltese per avere dettagli sulla fornitura di quelle armi alla Libia. Il ministero degli Esteri maltese con una nota scritta e senza verificare il valore totale della fornituraassicurava alla Rete Disarmo e anche altri organi di stampa belgi e maltesi che si trattava di armi “di provenienza italiana che non hanno mai toccato il suolo maltese” e il cui produttore ed esportatore aveva presentato “una licenza delle Autorità italiane” e pertanto il transito era stato autorizzato dai funzionari delle dogane maltesi. Nessuna rettifica in quel momento sul valore della fornitura di armi (cioè 79.689.691 di euro) alla Libia. Il ministero degli Esteri maltese però precisava che “il destinatario finale della consegna era il Governo libico” come era stato loro “confermato dall’ambasciata italiana a Tripoli”: poiché nel 2009 non erano attive forme di sanzione verso il governo libico “l’autorizzazione al transito era stata rilasciata senza problemi” dalle dogane maltesi.
  4. Tutti questi elementi confluivano nel succitato comunicato congiunto di Rete Disarmo e Tavola della Pace e inducevano le due organizzazioni a pensare ad una “triangolazione” di armi da parte dell’Italia: la tipologia delle armi (la classificazione ML1 dell’UE, cioè le cosiddette “armi leggere” di cui l’Italia e non Malta è uno dei maggiori produttori ed esportatori mondiali), il transito per Malta (assolutamente non necessario vista la breve distanza tra l’Italia e la Libia) e – soprattutto – l’elevato valore della partita (oltre 79 milioni di euro) sommato al fatto che l’esportazione di quelle armi al regime del colonnello Gheddafi non era stata mai riportata dal Governo italiano nell’apposita Relazione annuale della Presidenza del Consiglio e nemmeno agli organi competenti dell’Unione Europea inducevano infatti a pensare ad un escamotage per eludere il controllo parlamentare e soprattutto delle organizzazioni che da anni tengono monitorato il commercio italiano di armamenti.
  5. Nella serata del 24 febbraio la ditta Fabbrica d’Armi Pietro Beretta – con un comunicato tuttora irreperibile sul sito ufficiale dell’azienda – smentiva “seccamente” e giudicava “priva di qualunque fondamento” la notizia relativa ad una “presunta fornitura di 79 milioni di euro di armi da parte dell’azienda al governo libico tramite Malta” e ribadiva “di operare nel pieno rispetto dei regolamenti, normative e procedure che regolano la commercializzazione di armi a livello mondiale”. La ditta bresciana – sebbene espressamente richiesta dalla Rete Disarmo di offrire dati o notizie atti a “fare chiarezza su un trasferimento di armi oscuro e problematico” replicava di non essere in “grado di fornire dati o notizie che possano aiutare a far luce su questa vicenda specifica”. E questo nonostante la ditta Beretta sapesse per certo di aver esportato proprio nel novembre del 2009 oltre 11mila armi semiautomatiche ai funzionari del regime di Gheddafi.
  6. A seguito dell’indagine indipendente delle associazioni italiane ed europee, il governo maltese, adducendo un “errore di battitura” (“a typing error” dovuto all’aggiunta di uno “zero”) da parte della compagnia navale, nei giorni scorsi ha rettificato il valore complessivo della fornitura: non €79.369.000 (79 milioni) bensì solo €7.936.900 (7,9 milioni). La questione resta comunque da appurare nella sua completezza richiedendo al Governo italiano e maltese di esibire tutti i documenti ufficiali di autorizzazione, esportazione e transito del carico.
  7. L’indagine della Rete Italiana per il Disarmo ha dimostrato (con documenti ufficiali alla mano) che comunque nel 2009 vi è stata di fatto un’esportazione partita dal porto di La Spezia e autorizzata dalle competenti autorità italiane ma mai notificata al Parlamento e all’Unione Europea di 7.500 pistole semiautomatiche modello Beretta PX4 Storm cal. 9×19; di 1.900 carabine semiautomatiche modello Beretta CX4 Storm cal. 9×19 e di 1.800 fucili Benelli modo M4 cal.12 sempre della ditta Beretta verso la Libia el valore di all’incirca 8 milioni di euro. Questa esportazione non è mai stata segnalata da parte dei competenti uffici governativi italiani all’Unione Europea.
  8. Tra l’altro il “semiautomatico M4 Super 90 della Benelli è il fucile a canna liscia usato dal corpo dei Marines USA dal 1998” – riporta il sito ufficiale della ditta. “L’azienda Benelli ha vinto il bando di concorso indetto dal Centro dell’esercito statunitense per la ricerca, sviluppo e ingenierizzazione delle armi, superando tutti i rigidi requisiti richiesti” – sostiene con orgoglio la ditta. Anche le altre armi di tipo semiautomatico sono per tipologia molto simili alle armi in dotazione a corpi militari. Le semi-automatiche PX4 (www.px4storm.it) possono avere caricatori da oltre 10 colpi (fino a 15) e sono disegnate in maniera ergonomica per permettere uno sparo più facile, con un peso davvero ridotto di circa 800 grammi. Ancora più impressionanti sono le carabine CX4 Storm (www.cx4storm.it): secondo i dati tecnici diffusi dalla stessa Beretta si tratta di una “carabina semi-automatica di facilissimo impiego, con grande affidabilità e stabilità nel tiro in rapida successione. La canna in acciaio ad alta resistenza garantisce un elevato standard di precisione”. La carabina può essere accoppiata, tra le altre cose, con sistemi di puntamento ottico e laser.

 

Giappone: esplosione in una centrale nucleare…e vorrebbero installarle anche da noi…

IL PROGRAMMA NUCLEARE IN GIAPPONE
Il Giappone possiede 52 centrali nucleari che soddisfano circa il 25% del fabbisogno energetico del paese. Il governo nipponico ha recentemente puntato al rilancio dell’energia nucleare mediante la progettazione di nuove centrali.

Il piano governativo del premier nipponico Koizumi prevede di giungere al 50% di copertura del fabbisogno nazionale tramite l’energia nucleare ma non sono poche le voci di protesta. Ovunque si cerchi di costruire nuove centrali atomiche sorgono dal nulla referendum popolari locali e proteste da parte dei cittadini. Ed i recenti incidenti alle centrali nucleari nipponiche non contribuiscono a ricreare un clima di fiducia tra i cittadini.

Nel Paese del Sol Levante sono infatti stati registrati frequenti incidenti nelle centrali nucleari, fortunatamente tutti di piccola entità. L’ultimo nel 1999, dalla centrale di Tokaimura fuoriuscì vapore radioattivo ed investì almeno 200 persone causando due morti accertate. Ed anche di recente sembrano essere avvenuti incidenti alle centrali nucleari nipponiche nel silenzio dei media e delle autorità, così si apprende da alcune notizie pubblicate a seguito dell’incidente del 9 agosto 2004.

“Secondo la rete tv pubblica ‘Nhk’, poi, un altro incidente piuttosto serio, con fuoriuscita di acqua di raffreddamento radioattiva, era avvenuto in un reattore della centrale nucleare di Shimane il 24 luglio scorso, ma è stato reso noto solo ieri sera dalla società di gestione ‘Chugoku Electric Power’. Proprio ieri sera nella stessa centrale era scoppiato un incendio, presto domato, nel deposito di scorie nucleari a basso livello di radioattività.” (LaStampa.it)

Il problema della sicurezza del nucleare resta ed è evidente che non può essere garantita in qualsiasi attività umana. Nel caso del nucleare le conseguenze possono però essere gravi e irreversibili per le popolazioni di interi continenti.

Le notizie si rincorrono, ma il fatto sembra confermato: è stata udita un’esplosione all’internodella centrale nucleare di Fukushima, Giappone. Dopo ilterremoto che ieri ha sconvolto l’isola, i tecnici avevano dato praticamente per certi i danni strutturali al complesso energetico: e ora, ci sarebbero anche dei feriti.

L’ESPLOSIONE – Pochi minuti dopo le 3 e mezza, ora locale: un grosso boato si ode dal complesso nucleare di Fukushima, 200 chilometri a nord di Tokyo. L’agenzia internazionale in lingua ingleseKyodo racconta la storia, rilanciando la tv pubblica NHK.

Quattro persone sono state ferite in un esplosione avvenuta nel reattore numero 1 della centrale 1 di Fukushima, colpita ieri dal sisma: ne da notizia la società di gestione Tokyo Electric Power. L’esplosione è stata udita alle 3.36 pm dopo molti tremori e una colonna di fumo bianco che è stata vista sollevarsi nella fabbrica della prefettura di Fukushima, ha detto la compagnia. I quattro lavoratori stavano lavorando per accomodare i problemi causati dal potente terremoto che ha sconvolto il giappone nordorientale solo ieri.