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Brunetta: “Basta col certificato antimafia”

da Blitzquotidiano.it

ROMA, 26 SET – Renato Brunetta dice basta al certificato antimafia per le imprese. Il ministro per la Semplificazione normativa ha infatti detto che in Italia la burocrazia va snellita.

”Una delle vitamine per la crescita e’ la semplificazione. Perche’ famiglie e imprese devono fornire certificati alla pubblica amministrazione che li ha gia’ in casa? Basta certificato antimafia. Basta pacchi di certificati per partecipare ai concorsi. Ci sono tante riforme che non costano niente ma che producono crescita”.

escalation di violenza‏

Due appunti che mi fanno pensare, oggi. uno è un comunicato recentissimo del ministro Maroni, si può leggere in
http://www.libero-news.it/news/818655/Hanno-intenzione-di-uccidere-Allarme-di-Maroni-sui-No-Tav.html 
 Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, lancia l’allarme: “Ho sentito che il sindacato di polizia Sap dice che questi hanno intenzione di uccidere: io temo sia così, perchè quando si prendono le bombe carta, le molotov, i massi da lanciare addosso a poliziotti e carabinieri si ha intenzione di uccidere”. Nel mirino del sindaco leghista ci finiscono i militanti No-tav, che nella notte passata sono tornati a manifestare a Chiomonte. “Lo avevo detto e lo ribadisco – ha aggiunto Maroni -: questa è la mia opinione”- 
Il secondo punto è un articolo di Massimo Fini, apparso sul Fatto quotidiano il 7/9 scorso. 
Dice Fini che dopo l’esternazione di Berlusconi che questo è “un paese di merda” (cito!) si sarebbe aspettato che gli italiani scendessero in strada, non per il solito e inutile sciopero politico alla Camusso, ma per dirigersi, con bastoni, con randelli, con mazze da baseball, con forconi verso la villa di Arcore o Palazzo Grazioli o qualsiasi altro bordello abitato dall’energumeno per cercare di sfondare i cordoni di polizia e l’esercito
di guardie private da cui è difeso, e dirgli il fatto suo. Invece la cosa è passata come se nulla fosse. Encefalogramma piatto
Ora, Fini, nonostante scriva sul Fatto quotidiano, è un uomo di destra. di estrema destra, quella che fa riferimento ad Alain de Benoist (si vedano i suoi riferimenti come Movimento Zero, il partito che ha fondato). Si legga il suo “Manifesto dell’antimodernità” a questo link
http://www.massimofini.it/ultime/manifesto-dell-antimodernita
dove appaiono anche i nomi dei firmatari, dallo stesso de Benoist a personaggi del calibro di Paolo Signorelli (oggi deceduto, l’ideologo di Terza posizione), di Alberto Mariantoni, che scrive da Ginevra dove risiede dal 1970, quando fu indagato per il tentato golpe di Borghese, di Franco Nerozzi, veronese, che patteggiò una condanna per un’accusa di traffici di mercenari in vista di un tentativo di golpe alle Comore, dei missini di lunga data Tomaso Staiti di Cuddia e Filippo Misserville, e tutta una serie di militanti di quella destra che è nota come “comunitarista”, che gravita intorno a riviste come “Aurora”, “Rinascita nazionale”, “Eurasia”; ed una serie di triestini, tra i quali Lorenzo Salimbeni, attivista della “Riva destra” di Azione giovani ed oggi membro del direttivo della Lega nazionale e di Generazione Europa assieme a Marco Bagozzi, altro firmatario.
In questo manifesto, del quale non sono riuscita a trovare la data esatta di pubblicazione (credo estate del 2010, ma aspetto ulteriori dati, se qualcuno li sa), si legge questa conclusione, che ben si accosta a quanto scritto da Fini nell’articolo sopra citato:
Levate la testa, gente. Non lasciatevi portare al macello docili come buoi, belanti come pecore, ciechi come struzzi che han ficcato la testa nella sabbia. Infondo non si tratta che di riportare al centro di Noi stessi l’uomo, relegando economia e tecnologia al ruolo marginale che loro compete. Chi condivide in tutto o in parte lo spirito del Manifesto lo firmi. Chi vuole collaborare anche all’azione politica, nei modi che preferisce e gli sono più congeniali, sarà l’arcibenvenuto. Abbiamo bisogno di forze fresche, vogliose, determinate, di uomini e donne stufi di vivere male nel “migliore dei mondi possibili” e di farsi prendere in giro. Forza ragazzi: si passa all’azione.
L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno oggi è di qualcuno che cavalchi il cavallo della protesta per fare ciò che Maroni dice di “temere”. Penso che sarebbe opportuno rispondere per le rime a personaggi del calibro di Fini, che dopo essersi creato un’immagine “alternativa” di uno che le canta a tutti e pensa ad un nuovo modo di fare politica, alla fine tira fuori battute che sembrano uscire da quel vecchissimo copione spesso replicato in Italia che ha il titolo di “strategia della tensione”.
Forse sono un’allarmista, ma è mia abitudine tenere gli occhi aperti.

Saluti resistenti

Claudia Cernigoi

 

 

 

“Che tempo che fa”. Si tocca la TAV, e il PD scatena il finimondo.

da Petrolio.it

Si fa tanto parlare di censura televisiva, di spazi democratici che si riducono sempre più sul piccolo schermo, di conduttori cacciati perché “di sinistra”. Fabio Fazio, col suo “Che tempo che fa” pare sopravvivere a tutte le bufere, continuando a rappresentare bene l’elettorato piddino e i suoi leader.

Ma anche il programma del weekend ha la sua variabile impazzita, imprevedibile, nei panni del meteorologo Luca Mercalli. Il quale, domenica sera, non ha avuto paura di sedersi su quella poltrona e pronunciare un’appassionata arringa contro la TAV(comprensibile: Luca è vasusino) e in difesa delle due attiviste ancora agli arresti (ne avevamo parlato qui).

Apriti cielo! Oggi si sono scatenate le cateratte piddine, che imperversano su ogni gazzetta ad invocare a gran voce, in sintesi, la censura. “Ha fatto propaganda contro la TAV coi soldi pubblici”, “non c’era contraddittorio“, “uso improprio del servizio pubblico” (questa mi ricorda tanto qualcuno), e si arriva persino a dare del “fazioso”a Fazio a mò di avvertimento. La prossima settimana si chiede anche al conduttore di“invitare gli agenti feriti”, e anche ciò mi ricorda qualcuno.

(Mode ingenua fanciulla: ON)

Ma come mai il PD attacca così ferocemente uno dei suoi ultimi baluardi televisivi, Fabio Fazio?

Ma come mai è il PD a difendere in modo così spasmodico una Grande Opera? O non era il Berlusca quello che si è inventato le Grandi Opere, coi disegnini da Bruno Vespa?

Ma come mai è il PD a invocare la censura, a chiedere la par condicio, a dar del terrorista a madri di famiglia che protestano?

Ma non sarà che il PD è coinvolto mani e piedi coi cementificatori della TAV, e non fa altro che difendere ciecamente gli interessi di tali soggetti invece di dar ascolto ai cittadini?

Ma non sarà che il PD mi ricorda tanto qualcuno?


IL 15 OTTOBRE SARÀ UNA GIORNATA EUROPEA E INTERNAZIONALE DI MOBILITAZIONE

“gli esseri umani prima dei profitti, non siamo merce nelle mani di politici e banchieri,

chi pretende di governarci non ci rappresenta,

l’alternativa c’è ed è nelle nostre mani, democrazia reale ora!”

 

Commissione Europea, governi europei, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale,  multinazionali e poteri forti ci presentano come dogmi intoccabili il pagamento del debito, il pareggio del bilancio pubblico, gli interessi dei mercati finanziari, le privatizzazioni, i tagli alla spesa, la precarizzazione del lavoro e della vita.

Sono ricette inique e sbagliate, utili a difendere rendite e privilegi, e renderci tutti più schiavi.

Distruggono il lavoro e i suoi diritti, i sindacati, il contratto nazionale, le pensioni, l’istruzione, la cultura, i beni comuni, il territorio, la società e le comunità, tutti i diritti garantiti dalla nostra Costituzione. Opprimono il presente di una popolazione sempre più impoverita, negano il futuro ai giovani.

Non è vero che siano scelte obbligate. Noi le rifiutiamo. Qualunque schieramento politico le voglia imporre, avrà come unico effetto un’ulteriore devastazione sociale, ambientale, democratica. Ci sono altre strade, e quelle vogliamo percorrere, riprendendoci pienamente il nostro potere di cittadinanza che è fondamento di qualunque democrazia reale.

Non vogliamo fare un passo di più verso il baratro in cui l’Europa e l’Italia si stanno dirigendo e che la manovra del Governo, così come le politiche economiche europee, continuano ad avvicinare.

Vogliamo una vera alternativa di sistema. Si deve uscire dalla crisi con il cambiamento e l’innovazione. Le risorse ci sono.

Si deve investire sulla riconversione ecologica, la giustizia sociale, l’altra economia, sui saperi, la cultura, il territorio, la partecipazione. Si deve redistribuire radicalmente la ricchezza. Vogliamo ripartire dal risultato dei referendum del 12 e 13 giugno, per restituire alle comunità i beni comuni ed il loro diritto alla partecipazione. Si devono recuperare risorse dal taglio delle spese militari. Si deve smettere di fare le guerre e bisogna accogliere i migranti.

Le alternative vanno conquistate, insieme. In Europa, in Italia, nel Mediterraneo, nel mondo. In tanti e tante, diversi e diverse, uniti. E’ il solo modo per vincere.

Il Coordinamento 15 ottobre, luogo di convergenza organizzativa dei soggetti sociali impegnati, invita tutti e tutte a preparare la mobilitazione e a essere in piazza a Roma, riempiendo la manifestazione con i propri appelli, con i propri contenuti, con le proprie lotte e proposte

PER LA NOSTRA DIGNITÀ E PER CAMBIARE DAVVERO

COORDINAMENTO 15 OTTOBRE

Si è costituito il Coordinamento 15 ottobre, luogo aperto di tanti e plurali attori sociali impegnati a costruire la partecipazione italiana alla giornata europea e internazionale di mobilitazione.

La giornata del 15 vedrà mobilitazioni in tutta Europa, nel Mediterraneo e in altre regioni del mondo. Anche in Italia è già stata raccolta da tanti soggetti organizzati, alleanze sociali, gruppi informali e persone.

Il Coordinamento si mette al servizio della riuscita della mobilitazione. Curerà unitariamente le caratteristiche, la logistica e l’organizzazione della manifestazione nazionale di Roma e ne definirà le sue parti comuni.

Il suo obiettivo è favorire la massima inclusione, convergenza, convivenza e cooperazione delle molteplici e plurali forze sociali, reti, energie individuali e collettive che stanno preparando e prepareranno la mobilitazione con i propri appelli, le proprie alleanze, i propri contenuti.

La prossima riunione del Coordinamento 15 ottobre è convocata a Roma, mercoledì 21 settembre, alle ore 10, in via dei Monti di Pietralata 16

Abolito con decreto il Sindacato e i diritti dei lavoratori. Incredibile, ma vero

da SenzaSoste.it

articolo_18_megafonoPurtroppo lo avevamo ampiamente previsto. La ricetta di questo governo è ormai nota:

a) si prende un obiettivo qualsiasi tipo la distruzione dei diritti più elementari dei lavoratori,
b) si inserisce in un maxidecreto cacciuccato all’interno del quale si introducono riforme idiote in grado di catturare l’attenzione dei media e di quegli allocchi dell’opposizione.
c) si fa discutere tutto il paese delle riforme idiote
d) si ritirano le riforme idiote
e) rimane ferma solo la riforma obiettivo che, tuttavia, siccome siamo stati magnanimi con la revoca delle riforme idiote, viene inasprita e corretta in favore degli interessi dei più forti.
Et voilà, il gioco è fatto. E’ successo con la somministrazione di lavoro, con l’arbitrato e sta succedendo ancora con l’abolizione dell’efficacia dell’art. 18 alla quale è stata aggiunta in extremis la soppressione sostanziale del sindacalismo confederale. L’art. 8 della manovra aggiuntiva, di quel Decreto 138/11, è il perno della riforma intorno al quale sono comparse e poi scomparse un centinaio di poco credibili intuizioni per la soluzione della crisi. Si tassano in via straordinaria i redditi superiori a 90.000 euro. Anzi no, non li tassiamo più. Si aboliscono il 25 aprile, il 2 giugno e il primo maggio. Anzi no, li teniamo. Si aboliscono le province e si accorpano i comuni. Anzi no, va tutto bene così com’è. Abolisco l’art. 18. No, non è vero, anzi, si, è vero.
E l’opposizione, di qualsiasi tipo, da quella bollita e priva di qualsiasi credibilità del PD, che addirittura frena sullo sciopero generale, a quella dei centri sociali più estremisti, ha cominciato a parlottare e a balbettare su queste clamorose minchiate e non ha visto questo bluff clamoroso dell’accoppiata Tremonti-Marcegaglia.
Ovviamente, come detto, in cambio del ritiro di tutte le leggi-minchiata, il Governo ha stretto ancora di più sulla riforma del diritto del lavoro ed ha introdotto il testo definitivo, quello che aveva preparato sin dall’inizio ma che se fosse stato presentato nella sua stesura completa avrebbe suscitato polemiche e reazioni feroci. Oggi, invece, venduto come risultante dell’incontro tra opposte fazioni, come merce di scambio con la scampata eliminazione del 25 aprile, assume una sua dignitosa presentabilità.
Il provvedimento passato in commissione si conferma nel suo nucleo centrale stabilendo che, “fermo restando il rispetto della Costituzione, nonché i vincoli derivanti dalle normative comunitarie e dalle convenzioni internazionali sul lavoro”, le specifiche intese aziendali e territoriali “operano anche in deroga alle disposizioni di legge” ed alle “relative regolamentazioni contenute nei contratti collettivi nazionali di lavoro”. Le intese valide, però, a differenza di quanto stabilito nella versione “Soft” della riforma, saranno non solo quelle “sottoscritte a livello aziendale o territoriale da associazioni comparativamente più rappresentative sul piano nazionale”, ma anche quelle sottoscritte dalle associazioni “territoriali” “con efficacia nei confronti di tutti i lavoratori interessati” che potranno avere ad oggetto: “le mansioni del lavoratore, i contratti a termine, l’orario di lavoro, le modalità di assunzione, le conseguenze del recesso dal rapporto di lavoro”.
L’emendamento approvato in Commissione, cioè, prevede che anche i sindacati percentualmente più rappresentativi a livello territoriale possano sottoscrivere accordi con le aziende. Possono sottoscrivere le intese o le “associazioni dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale o territoriale”, ovvero le “loro rappresentanze sindacali operanti in aziende” e le intese, si ribadisce, avranno “efficacia per tutti i lavoratori, a condizione di essere sottoscritte sulla base di un criterio maggioritario relativo alla presenze sindacali”.
Vi risparmio l’analisi sull’esclusione dell’operatività degli accordi di cui sopra per le lavoratrici madri, che, per quanto sacrosanto è solo il frutto di un intervento di Nostro Signore e dei suoi rappresentanti in Parlamento.
Vi invito, invece a riflettere sulla portata epocale di questa novità legislativa. Come già spiegato nel mio precedente intervento (138/11 del 13/8/11: l’apocalisse del diritto del lavoro) a cui vi rimando, ci potranno essere aziende, ad esempio, che, ricattando le rappresentanze sindacali interne con i livelli occupazionali in tempo di crisi, otterranno il placet su accordi che prevederanno, in caso di licenziamento, unicamente un risarcimento del danno in favore del lavoratore limitandolo a poche mensilità, al posto della reintegra e del risarcimento. E per aziende diverse si potranno avere situazioni differenti per cui in una il lavoratore che ha subito il licenziamento illegittimo si prenderà tre mensilità di risarcimento, in un’altra 5, in un’altra ancora 8 a seconda della forza contrattuale della RSU o dei sindacati territoriali. Questo schema, poi, si applica anche alla possibilità di utilizzare sistemi audiovisivi (fino ad oggi fortemente limitato), alla conversione dei contratti precari in contratti subordinato a tempo indeterminato, alle mansioni (e quindi al divieto di demansionamento) e all’orario di lavoro (e quindi ai suoi limiti). Ci troveremo aziende dove un lavoratore sarà costretto a lavorare con strumenti tecnologici che ne misurano la produttività, mentre in altre questo sarà vietato, lavoratori che possono passare da inquadramenti direttivi a semplice manovalanze ed altre dove questo non sarà possibile. Ci saranno aziende dove l’uso del contratto a termine e del contratto a progetto sarà indiscriminato e dove in caso di contratti precari illegittimi la conseguenza non sarà più la trasformazione in contratto subordinato a tempo indeterminato ma altro, magari ancora una volta un banale risarcimento.
Ebbene, non è più solo questo. Questi stravolgimenti senza precedenti della vita delle lavoratrici e lavoratori italiani non potranno essere introdotti solo a seguito di un accordo con i sindacati maggiormente rappresentativi, e quindi, si presume, maggiormente competenti sul piano nazionale ma, sostanzialmente con chiunque, con il primo gaglioffo che passa da quelle parti. Spieghiamo perché.
Prendiamo un’azienda media di una provincia (o, perché no, di un piccolo comun) del sud italia dove storicamente il livello di sindacalizzazione dei lavoratori è basso. Il datore di lavoro che voglia introdurre dei peggioramenti pesanti a danno dei lavoratori quali, ad esempio, l’eliminazione della reintegra nel proprio posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo, non potrà farlo se non in combutta con la RSU. Se questo “imprenditore” volesse, potrebbe architettare la creazione di un Sindacatino territoriale composto da impiegati e operai compiacenti che in cambio avrebbero privilegi e certezze, far guadagnare a questa organizzazione consenso con mezzi leciti e meno leciti per poi, una volta insediata una maggioranza di componenti della RSU nella propria azienda, scrivere le regole del diritto del lavoro aziendale.
E’ chiaro anche a coloro che non sono inclini ad osannare il Sindacalismo Confederale che in un contesto come questo la presenza di tali associazioni garantirebbe dei livelli minimi di tutele ed una armonizzazione a livello nazionale dei diritti. In questo modo, invece, in provincia di Varese ed in provincia di Livorno, avremmo due ordinamenti diversi con tutto ciò che ne consegue sul piano della concorrenza. Se a Benevento si licenzia con facilità si ricatta più agevolmente e quindi si produce di più, l’azienda di Torino, dove è maggiore la sindacalizzazione, non minaccerà più la delocalizzazione in Romania ma a Benevento fino a quando gli operai stessi si vedranno costretti a chiedere al sindacato di accettare l’accordo al ribasso pur di non perdere il posto di lavoro.
In tempi di crisi, vere o supposte, l’unico obiettivo di Confindustria e di questo Governo è l’abbattimento del costo del lavoro che si realizza solo con l’eliminazione del ruolo del sindacato e della sua funzione quasi che la crisi fosse stata determinata dai lavoratori dipendenti.
Inutile dire che lo sciopero generale in questo contesto è sacrosanto e dovrà vedere l’adesione e la partecipazione attiva di tutte e di tutti come momento iniziale di costruzione di una strategia complessiva per la destituzione di questa classe politica e per la creazione di un progetto di ristrutturazione del diritto del lavoro che abbia come unico fine quello di abrogare sic et simpliciter tutte le norma approvate negli ultimi dieci anni in questa materia.
Ribadisco che la debolezza dell’azione sindacale e politica degli ultimi anni è dovuta principalmente alla totale assenza di un progetto politico alternativo a quello del centro destra che, in quanto tale, sta solo facendo il suo lavoro che consiste nello smembramento del diritto del lavoro in favore dei ceti più ricchi che rappresenta. Quello che manca è il progetto della sinistra, l’alternativa a questo disastro, la possibilità concreta di sperare in un paese migliore. Nessuno lotta davvero se non sa con precisione per cosa e per chi.

 

Marco Guercio
5 settembre 2011

 

 

 

 

5 proposte per un fronte comune contro il governo unico delle banche


Incontriamoci il 1° ottobre a Roma

Per adesioni: appello.dobbiamofermarli@gmail.com
http://sites.google.com/site/appellodobbiamofermarli/

E’ da più di un anno che in Italia cresce un movimento di lotta diffuso. Dagli operai di Pomigliano e Mirafiori agli studenti, ai precari della conoscenza, a coloro che lottano per la casa, alla mobilitazione delle donne, al popolo dell’acqua bene comune, ai movimenti civili e democratici contro la corruzione e il berlusconismo, una vasta e convinta mobilitazione ha cominciato a cambiare le cose. E’ andato in crisi totalmente il blocco sociale e politico e l’egemonia culturale che ha sostenuto i governi di destra e di Berlusconi. La schiacciante vittoria del sì ai referendum è stata la sanzione di questo processo e ha mostrato che la domanda di cambiamento sociale, democrazia e di un nuovo modello di sviluppo economico, ha raggiunto la maggioranza del Paese.

A questo punto la risposta del palazzo è stata di chiusura totale. Mentre si aggrava e si attorciglia su se stessa la crisi della destra e del suo governo, il centrosinistra non propone reali alternative e così le risposte date ai movimenti sono tutte di segno negativo e restauratore. In Val Susa un’occupazione militare senza precedenti, sostenuta da gran parte del centrodestra come del centrosinistra, ha risposto alle legittime rivendicazioni democratiche delle popolazioni. Le principali confederazioni sindacali e la Confindustria hanno sottoscritto un accordo che riduce drasticamente i diritti e le libertà dei lavoratori, colpisce il contratto nazionale, rappresenta un’esplicita sconfessione delle lotte di questi mesi e in particolare di quelle della Fiom e dei sindacati di base. Infine le cosiddette “parti sociali” chiedono un patto per la crescita, che riproponga la stangata del 1992. Si riducono sempre di più gli spazi democratici e così la devastante manovra economica decisa dal governo sull’onda della speculazione internazionale, è stata imposta e votata come uno stato di necessità.

Siamo quindi di fronte a un passaggio drammatico della vita sociale e politica del nostro Paese. Le grandi domande e le grandi speranze delle lotte e dei movimenti di questi ultimi tempi rischiano di infrangersi non solo per il permanere del governo della destra, ma anche di fronte al muro del potere economico e finanziario che, magari cambiando cavallo e affidando al centrosinistra la difesa dei suoi interessi, intende far pagare a noi tutti i costi della crisi.

Nell’Unione europea la costruzione dell’euro e i patti di stabilità ad esso collegati, hanno prodotto una dittatura di banche e finanza che sta distruggendo ogni diritto sociale e civile. La democrazia viene cancellata da questa dittatura perché tutti i governi, quale che sia la loro collocazione politica, devono obbedire ai suoi dettati. La punizione dei popoli e dei lavoratori europei si è scatenata in Grecia e poi sta dilagando ovunque. La più importante conquista del continente, frutto della sconfitta del fascismo e della dura lotta per la democrazia e i diritti sociali del lavoro, lo stato sociale, oggi viene venduta all’incanto per pagare gli interessi del debito pubblico che, a loro volta, servono a pagare i profitti delle banche. Di quelle banche che hanno ricevuto aiuti e finanziamenti pubblici dieci volte superiori a quelli che oggi si discutono per la Grecia.

Questo massacro viene condotto in nome di una crescita e di una ripresa che non ci sono e non ci saranno. Intanto si proclamano come vangelo assurdità mostruose: si impone la pensione a 70 anni, quando a 50 si viene cacciati dalle aziende, mentre i giovani diventano sempre più precari. Chi lavora deve lavorare per due e chi non ha il lavoro deve sottomettersi alle più offensive e umilianti aggressioni alla propria dignità. Le donne pagano un prezzo doppio alla crisi, sommando il persistere delle discriminazioni patriarcali con le aggressioni delle ristrutturazioni e del mercato. Tutto il mondo del lavoro, pubblico e privato, è sottoposto a una brutale aggressione che mette in discussione contratti a partire da quello nazionale, diritti e libertà, mentre ovunque si diffondono autoritarismo padronale e manageriale. L’ambiente, la natura, la salute sono sacrificate sull’altare della competitività e della produttività, ogni paese si pone l’obiettivo di importare di meno ed esportare di più, in un gioco stupido che alla fine sta lasciando come vittime intere popolazioni, interi stati. L’Europa reagisce alla crisi anche costruendo un apartheid per i migranti e alimentando razzismo e xenofobia tra i poveri, avendo dimenticato la vergogna di essere stato il continente in cui si è affermato il nazifascismo, che oggi si ripresenta nella forma terribile della strage norvegese.

Il ceto politico, quello italiano in particolare coperto di piccoli e grandi privilegi di casta, pensa di proteggere se stesso facendosi legittimare dai poteri del mercato. Per questo parla di rigore e sacrifici mentre pensa solo a salvare se stesso. Centrodestra e centrosinistra appaiono in radicale conflitto fra loro, ma condividono le scelte di fondo, dalla guerra, alla politica economica liberista, alla flessibilità del lavoro, alle grandi opere.

La coesione nazionale voluta dal Presidente della Repubblica è per noi inaccettabile, non siamo nella stessa barca, c’è chi guadagna ancora oggi dalla crisi e chi viene condannato a una drammatica povertà ed emarginazione sociale.

Per questo è decisivo un autunno di lotte e mobilitazioni. Per il mondo del lavoro questo significa in primo luogo mettere in discussione la politica di patto sociale, nelle sue versioni del 28 giugno e del patto per la crescita. Vanno sostenute tutte le piattaforme e le vertenze incompatibili con quella politica, a partire da quelle per contratti nazionali degni di questo nome e inderogabili, nel privato come nel pubblico.

Tutte e tutti coloro che in questi mesi hanno lottato per un cambiamento sociale, civile e democratico, per difendere l’ambiente e la salute devono trovare la forza di unirsi per costruire un’alternativa fondata sull’indipendenza politica e su un programma chiaramente alternativo a quanto sostenuto oggi sia dal centrodestra, sia dal centrosinistra. Le giornate del decennale del G8 a Genova, hanno di nuovo mostrato che esistono domande e disponibilità per un movimento di lotta unificato.

Per questo vogliamo unirci a tutte e a tutti coloro che oggi, in Italia e in Europa, dicono no al governo unico delle banche e della finanza, alle sue scelte politiche, al massacro sociale e alla devastazione ambientale.

 

Per questo proponiamo 5 punti prioritari, partendo dai quali costruire l’alternativa e le lotte necessarie a sostenerla:

 

1.  Non pagare il debito. Bisogna colpire a fondo la speculazione finanziaria e il potere bancario. Occorre fermare la voragine degli interessi sul debito con una vera e propria moratoria. Vanno nazionalizzate le principali banche, senza costi per i cittadini, vanno imposte tassazioni sui grandi patrimoni e sulle transazioni finanziarie. La società va liberata dalla dittatura del mercato finanziario e delle sue leggi, per questo il patto di stabilità e l’accordo di Maastricht vanno messi in discussione ora. Bisogna lottare a fondo contro l’evasione fiscale, colpendo ogni tabù, a partire dall’eliminazione dei paradisi fiscali, da Montecarlo a San Marino. Rigorosi vincoli pubblici devono essere posti alle scelte e alle strategie delle multinazionali.

2.  Drastico taglio alle spese militari e cessazione di ogni missione di guerra. Dalla Libia all’Afghanistan. Tutta la spesa pubblica risparmiata nelle spese militari va rivolta a finanziare l’istruzione pubblica ai vari livelli. Politica di pace e di accoglienza, apertura a tutti i paesi del Mediterraneo, sostegno politico ed economico alle rivoluzioni del Nord Africa e alla lotta del popolo palestinese per l’indipendenza, contro l’occupazione. Una nuova politica estera che favorisca democrazia e sviluppo civile e sociale.

3.  Giustizia e diritti per tutto il mondo del lavoro. Abolizione di tutte le leggi sul precariato, riaffermazione al contratto a tempo indeterminato e della tutela universale garantita da un contratto nazionale inderogabile. Parità di diritti completa per il lavoro migrante, che dovrà ottenere il diritto di voto e alla cittadinanza. Blocco delle delocalizzazioni e dei licenziamenti, intervento pubblico nelle aziende in crisi, anche per favorire esperienze di autogestione dei lavoratori. Eguaglianza retributiva, diamo un drastico taglio ai superstipendi e ai bonus milionari dei manager, alle pensioni d’oro. I compensi dei manager non potranno essere più di dieci volte la retribuzione minima. Indicizzazione dei salari. Riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, istituzione di un reddito sociale finanziato con una quota della tassa patrimoniale e con la lotta all’evasione fiscale. Ricostruzione di un sistema pensionistico pubblico che copra tutto il mondo del lavoro con pensioni adeguate.

4.  I beni comuni per un nuovo modello di sviluppo. Occorre partire dai beni comuni per costruire un diverso modello di sviluppo, ecologicamente compatibile. Occorre un piano per il lavoro basato su migliaia di piccole opere, in alternativa alle grandi opere, che dovranno essere, dalla Val di Susa al ponte sullo Stretto, cancellate. Le principali infrastrutture e i principali beni dovranno essere sottratti al mercato e tornare in mano pubblica. Non solo l’acqua, dunque, ma anche l’energia, la rete, i servizi e i beni essenziali. Piano straordinario di finanziamenti per lo stato sociale, per garantire a tutti i cittadini la casa, la sanità, la pensione, l’istruzione.

5.  Una rivoluzione per la democrazia. Bisogna partire dalla lotta a fondo alla corruzione e a tutti i privilegi di casta, per riconquistare il diritto a decidere e a partecipare affermando ed estendendo i diritti garantiti dalla Costituzione. Tutti i beni provenienti dalla corruzione e dalla malavita dovranno essere incamerati dallo Stato e gestiti socialmente. Dovranno essere abbattuti drasticamente i costi del sistema politico: dal finanziamento ai partiti, al funzionariato diffuso, agli stipendi dei parlamentari e degli alti burocrati. Tutti i soldi risparmiati dovranno essere devoluti al finanziamento della pubblica istruzione e della ricerca. Si dovrà tornare a un sistema democratico proporzionale per l’elezione delle rappresentanze con la riduzione del numero dei parlamentari. E’ indispensabile una legge sulla democrazia sindacale, in alternativa al modello prefigurato dall’accordo del 28 giugno, che garantisca ai lavoratori il diritto a una libera rappresentanza nei luoghi di lavoro e al voto sui contratti e sugli accordi. Sviluppo dell’autorganizzazione democratica e popolare in ogni ambito della vita pubblica.

 

Questi 5 punti non sono per noi conclusivi od esclusivi, ma sono discriminanti. Altri se ne possono aggiungere, ma riteniamo che questi debbano costituire la base per una piattaforma alternativa ai governi liberali e liberisti, di destra e di sinistra, che finora si sono succeduti in Italia e in Europa variando di pochissimo le scelte di fondo.

Vogliamo trasformare la nostra indignazione, la nostra rabbia, la nostra mobilitazione, in un progetto sociale e politico che colpisca il potere, gli faccia paura, modifichi i rapporti di forza per strappare risultati e conquiste e costruire una reale alternativa.

 

Aderiamo sin d’ora, su queste concrete basi programmatiche, alla mobilitazione europea lanciata per il 15 ottobre dal movimento degli “indignados” in Spagna. La solidarietà con quel movimento si esercita lottando qui e ora, da noi, contro il comune avversario.

Per queste ragioni proponiamo a tutte e a tutti coloro che vogliono lottare per cambiare davvero, di incontrarci. Non intendiamo mettere in discussione appartenenze di movimento, di organizzazione, di militanza sociale, civile o politica. Riteniamo però che occorra a tutti noi fare uno sforzo per mettere assieme le nostre forze e per costruire un fronte comune, sociale e politico che sia alternativo al governo unico delle banche.

 

Per questo proponiamo di incontrarci il 1° ottobre, a Roma, per un primo appuntamento che dia il via alla discussione, al confronto e alla mobilitazione, per rendere permanente e organizzato questo nostro punto di vista.

 

Firme dei promotori

 

Vincenzo Achille (studente AteneinRivolta Bari)
Claudio Amato (segr. Gen. Fiom Roma Nord)
Adriano Alessandria (rsu Fiom Lear Grugliasco)
Fausto Angelini (lavoratore Comune di Torino)
Davide Banti (Cobas lavoro privato settore igiene urbana)
Imma Barbarossa (femminista, docente di liceo in pensione)

Giovanni Barozzino (rsu Fiom licenziato Fiat Sata di Melfi)

Giovanna Bastione (disoccupata)

Alessandro Bernardi (comitato acqua, Bologna)

Sergio Bellavita (segr. naz. Fiom)

Sandro Bianchi (ex dirigente Fiom)

Ugo Bolognesi (Fiom Torino)
Salvatore Bonavoglia (Rsu Cobas scuola normale superiore Pisa)

Laura Bottai (impiegata, Filt-Cgil Arezzo)

Massimo Braschi (rsu Filctem TERNA)
Paolo Brini (Comitato Centrale Fiom)
Stefano Brunelli (rsu IRIDE Servizi)

Fabrizio Burattini (direttivo naz. Cgil)

Sergio Cararo (direttore rivista Contropiano)

Carlo Carelli (rsu Unilever, direttivo naz. Filctem Cgil)

Massimo Cappellini (Rsu Fiom Piaggio)
Francesco Carbonara (Rsu Fiom Om Bari)
Paola Cassino (Intesa Sanpaolo, segr. naz. Cub Sallca)
Stefano Castigliego (Rsu Fiom Fincantieri Marghera – Venezia)
Francesco Chiuchiolo (rsa ARES)

Eliana Como (Fiom Bergamo)

Danilo Corradi (dottorando Università “Sapienza” – Roma)

Gigliola Corradi (Fisac Verona)
Giuseppe Corrado (Direttivo Fiom Toscana)

Giorgio Cremaschi (pres. Comitato centrale Fiom)

Dante De Angelis (ferroviere Orsa)
Riccardo De Angelis (rsu Flmu Cub Telecom Italia coord. lav. autoconvocati Roma)
Paolo De Luca (FP Cgil Comune di Torino)
Daniele Debetto (Pirelli Settimo Torinese)
Emanuele De Nicola (segr. Gen. Fiom Basilicata)

Paolo Di Vetta (Blocchi Precari Metropolitani)

Francesco Doro (Rsu OM Carraro Padova, CC Fiom)

Valerio Evangelisti (scrittore)

Marco Filippetti (Comitato Romano Acqua Pubblica)

Andrea Fioretti (rsa Flmu Cub Sirti coord. lav. autoconvocati Roma)

Roberto Firenze (rsu Usb Comune di Milano)

Eleonora Forenza (ricercatrice universitaria)

Delia Fratucelli (direttivo naz. Slc Cgil)

Ezio Gallori (macchinista in pensione, fondatore del Comu)

Evrin Galesso (studente AteneinRivolta Padova)
Giuliano Garavini (ricercatore universitario)
Michele Giacché (Fincantieri, Comitato Centrale Fiom)
Walter Giordano (rsu Filctem AEM distribuzione Torino)
Federico Giusti (Rsu Cobas Comune di Pisa)
Paolo Grassi (Nidil Cgil)
Simone Grisa (segr. Fiom Bergamo)
Franco Grisolia (CdGN Cgil)
Mario Iavazzi (direttivo nazionale FP Cgil)
Tony Inserra (Rsu Iveco, Comitato Centrale Fiom)

Antonio La Morte (rsu Fiom licenziato Fiat Sata di Melfi)

Massimo Lettieri (segr. Flmu Cub Milano)

Francesco Locantore (direttivo Flc Cgil Roma e Lazio)

Domenico Loffredo (rsu Fiom Pomigliano)

Pasquale Loiacono (rsu Fiom Fiat Mirafiori)

Francesco Lovascio (sindacalista Usb Livorno)

Mario Maddaloni (rsu Napoletanagas, direttivo naz. Filctem Cgil)
Eva Mamini (direttivo naz. Cgil)

Anton Giulio Mannoni (segr. Camera del lavoro di Genova)

Maurizio Marcelli (Fiom nazionale)

Gianfranco Mascia (giornalista)

Armando Morgia (Roma Bene Comune)

Antonio Moscato (storico)
Massimiliano Murgo (Flmu Cub Marcegaglia Buildtech, coord. lav. uniti contro la crisi Milano)
Alessandro Mustillo (studente universitario, Roma)
Stefano Napoletano (rsu Fiom Powertrain Torino)
Antonio Paderno (rsu Fiom Same Bergamo)
Alfonsina Palumbo (dir. Fisac Campania)
Alberto Pantaloni (rsu Slc Cgil Comdata, assemblea lav. autoconvocati Torino)
Marcello Pantani (Cobas lavoro privato Pisa)
Massimo Paparella (segreteria Fiom Bari)

Emidia Papi (esecutivo naz. Usb)

Pietro Passarino (segr. Cgil Piemonte)

Matteo Parlati (Rsu Fiom Cgil Ferrari)

Angelo Pedrini (sindacalista Usb Milano)

Licia Pera (sindacalista Usb Sanità)

Alessandro Perrone (Fiom-Cgil, coord. cassintegrati Eaton Monfalcone)

Marco Pignatelli (lavoratore Fiom licenziato Fiat Sata Melfi)

Antonio Piro (rsu Cobas Provincia di Pisa)
Ciro Pisacane (ambientalista)
Rossella Porticati (Rsu Fiom Piaggio)
Pierpaolo Pullini (Rsu Fiom Fincantieri Ancona)

Mariano Pusceddu (rsu Alenia Caselle-Torino, direttivo Fiom Piemonte)

Stefano Quitadamo (Flmu Cub Coordinamento cassintegrati Maflow di Trezzano S/N – Milano)

Margherita Recaldini (rsu Usb Comune di Brescia)

Giuliana Righi (segr. Fiom Emilia Romagna)

Bruno Rossi (portuale, in pensione, Spi-Cgil)

Franco Russo (forum “diritti e lavoro”)

Michele Salvi (rsu Usb Regione Lombardia)

Antonio Saulle (segreteria Camera del Lavoro Trieste)

Marco Santopadre (Radio Città Aperta)

Antonio Santorelli (Fiom Napoli)

Luca Scacchi (ricercatore università, segreteria FLC Valle d’Aosta, direttivo reg. Cgil VdA)
Massimo Schincaglia (Intesa Sanpaolo, segr. naz. Cub Sallca)
Yari Selvatella (giornalista)
Giorgio Sestili (studente AteneinRivolta Roma)

Giuseppe Severgnini (Fiom Bergamo)

Nando Simeone (coord. lav. autoconvocati, direttivo Filcams Cgil Lazio)

Luigi Sorge (Usb Fiat Cassino)
Francesco Staccioli (cassintegrato Alitalia, esecutivo Usb Lazio)
Enrico Stagni (direttivo Cgil Friuli Venezia Giulia)

Antonio Stefanini (direttivo FP Cgil Livorno)

Alessia Stelitano (studente AteneinRivolta Reggio Calabria)
Alioscia Stramazzo (rsa Azienda Gruppo Generali)
Antonello Tiddia (rsu CarboSulcis Filctem-Cgil)

Fabrizio Tomaselli (esecutivo naz. Usb)

Luca Tomassini (ricercatore precario Cpu Roma)
Laura Tonoli (segreteria Filctem-Cgil Brescia)
Cleofe Tolotta (Rsa Usb Alitalia)
Franca Treccarichi (direttivo FP Cgil Piemonte)
Arianna Ussi (coordinamento precari scuola Napoli)

Luciano Vasapollo (docente università La Sapienza)

Paolo Ventrice (rsu IRIDE Servizi)
Antonella Visintin (ambientalista)

Emiliano Viti (attivista Coord. No Inceneritore Albano – RM)

Antonella Clare Vitiello (studente Ateneinrivolta Roma)

Nico Vox (Rsu Fp-Cgil Don Gnocchi, Milano)
Pasquale Voza (docente Università di Bari)
Anna Maria Zavaglia (insegnante, direttivo nazionale Cgil)
Riccardo Zolia (Rsu Fiom Fincantieri Trieste)
Massimo Zucchetti (professore Politecnico Torino)

 

ADRO: SUL MONTE ALTO COMPARE UN’ENORME SCRITTA NO TAV

da http://franciacorta.radiondadurto.org

Ha suscitato non poca sorpresa nei cittadini franciacortini e nei passanti che percorrevano la statale Rovato-Iseo il veder comporsi, nel tardo pomeriggio di sabato 6 agosto, un’enorme scritta sul monte Alto di. La scritta è stata posizionata sotto il pratone della croce, proprio in vetta al monte che segna l’inizio delle prealpi a sud del lago d’Iseo.

Di un’altezza di almeno 40 metri è visibile da tutta la sezione est della franciacorta ma anche dall’autostrada A4 nei pressi del casello di Rovato. Sul territorio sono già diverse le azioni di questo tipo che anche la stampa locale, oltre che la redazione Franciacorta di Radio Onda d’Urto, non ha mancato di evidenziare: oltre alle solite scritte sui muri si contano diversi striscioni appesi sui cavalcavia e grandi opere murarie di protesta, sopratutto contro l’autostrada Brebemi in costruzione proprio a sud della franciacorta.

Nonostante il nome rinomato legato ai vini, negli ultimi anni la franciacorta ha subito un enorme sviluppo urbanistico, con centri commerciali e aree industriali che hanno eroso man mano il territorio agricolo. Anche la monocultura del vigneto ha dimostrato tutta la sua debolezza a causa del massicio uso di antiparassitari e l’inquinamento delle falde di molti dei paesi franciacortini. Su tutto questo la redazione Franciacorta di Radio Onda d’Urto ha spesso scritto e intervistato ma è la prima volta che le lotte per la tutela del territorio si collegano così esplicitamente alla lotta della val di Susa contro la TAV.

Quasi a dire, questo è il nostro pensiero, che si vuole andare oltre la semplice e sacrosanta salvaguardia ambientale ma che si vuole, con quest’enorme scritta sul monte, dire che è un’intero sistema politico-imprenditorial-mafioso che si vuole mettere in discussione.

Altro che una crisi, sembra gridare quella scritta, qui è l’intero sistema che va capovolto.

PS. siamo certi che, il sindaco di Adro, balzato agli onori della cronaca per la faccenda dei soli nelle scuole (ma quante ne abbiamo raccontate su di lui in questo blog?) porrà velocente fine all’ignobile affronto: proprio sul territorio + leghista d’Italia covano così pericolosi  sovversivi? scaldate i motori dei trial e salite sul monte a strappare tutto il prima possibile, leghisti dal sole tatuato… non sia mai che si dica che siete stai voi a srotolare quella scritta!

 

Riflessioni sugli indignados

da Militant-blog.org

 

Sulla scorta del bell’articolo di Alain Touraine (sebbene pieno di cliché para-democratici) pubblicato su Repubblica qualche giorno fa, vogliamo provare a dire due parole anche noi su questa ondata indignata che ha attraversato alcuni paesi europei e nordafricani. Provare a sistematizzare un discorso che abbiamo molte volte accennato nel corso di questi mesi, nel susseguirsi delle varie vicende politiche e delle numerose proteste che si sono alternate nelle capitali di mezza Europa, ma mai affrontato nel suo complesso. Ovviamente, siamo ancora dentro le mobilitazioni, ne siamo troppo vicini cronologicamente e troppo toccati politicamente per avere quella visione distaccata e lucida che sarebbe necessaria. Però, dopo più di un anno di spinta politica apparentemente omogenea ed effettivamente diffusa, gli elementi in campo sono già abbastanza.

 

I media e le proteste

 

Innanzitutto che queste proteste siano omogenee politicamente è una lettura mediatica che andrebbe contestata. Almeno in Europa, i cosiddetti indignadosesistono solo in Spagna. In Grecia la protesta va avanti da anni, e solo parzialmente la crisi e il vortice di merda in cui è entrata sta influenzando un livello di protesta che era già altissimo da molto tempo. Soprattutto, le proteste greche non hanno nulla a che vedere con le rivendicazioni spagnole, italiane, inglesi o francesi. Là esiste un movimento strutturato e politicizzato che non ha paragoni col resto del continente, in cui la dialettica politica dell’opposizione è fra quattro partiti comunisti e il movimento anarchico. E’ evidentemente una situazione sui generis, non paragonabile.

Il paragone regge poco anche con i vari movimenti italiani di protesta, soprattutto con quello del popolo viola e dei grillini, al quale molte volte è stato accomunato. Una lettura distorta della situazione che abbiamo subìto in questi mesi da giornali, tv e internet, ci ha portato a credere che le rivendicazioni, la spinta e gli ideali fossero gli stessi. Niente di più falso. Questi sono movimenti d’opinione che chiedono più democrazia all’interno delle istituzioni, meno privilegi di casta e più diritti civili; non che non siano presenti anche queste rivendicazioni all’interno delle proteste spagnole, ma una lettura tossica della situazione in questi mesi ci ha portato a sovrapporle identificandole. E invece, nelle proteste spagnole il dato politico egemone è la richieste di un cambiamento economico. E’ vero, anche gli indignados chiedono un parlamento più pulito, senza pregiudicati, con maggiore chiarezza e visibilità nel processo decisionale e meno privilegi per i governanti, ma è un discorso che fa da supporto ad una richiesta di progresso economico e di redistribuzione della ricchezza che è il vero cuore della protesta. Gli spagnoli hanno preso a protestare quando la crisi economica ha iniziato a farsi sentire, in Spagna più che altrove, vista la natura distorta e sostanzialmente finanziaria della propria crescita negli anni precedenti (come l’Irlanda, ma non come l’Italia). Gli indignados, in questi mesi, non hanno mai confuso il metodo, cioè un processo decisionale più aperto e pulito, col merito, che è rimasto quello di richiedere un cambiamento economico del paese. Gli spagnoli stanno protestando contro il capitalismo che li ha portati alla crisi. Questo non è mai indubbio nelle proteste, se si avesse il tempo di sentire le interviste o leggere i cartelli e gli striscioni che veicolano le parole d’ordine delle manifestazioni, nonché i documenti che questi hanno prodotto. E’ un fatto decisivo, visto che in Italia non è mai stato accennato, nelle varie proteste “democratiche” di questi anni, ad una svolta economica del paese. E non perché la gente non la voglia, visto il chiaro risultato dei referendum anti-liberisti. Ma non la vogliono quei partiti e quelle associazioni (e quei sindacati) che hanno organizzato e diretto quelle proteste, o che ci si sono infilati raccogliendo e mediando la spinta dal basso che le animava.

Dunque, il discorso è un po’ questo: qualsiasi cosa si muova in Europa o nel nord Africa, il regime mediatico italiano cerca di riportarlo sotto un’unica spinta politica, che in realtà non esiste. Ci ha fatto credere che esista una pressione europea contro i parlamenti e contro la politica, quando queste semmai sono le rivendicazioni tipiche di alcune proteste italiane, non certo di quelle spagnole, e mai e poi mai di quelle greche o di quelle londinesi di Aprile-Maggio. C’è una spiegazione a tutto questo, ma la vedremo dopo.

Anche perché gli indignados colgono lo spunto ideale dal bel pamphlet di Stefan Hessel (bello perché scritto da un partigiano novantenne ancora giustamente incazzato, che rivendica il diritto di non aver lottato e rischiato la vita per questa merda di “democrazia” neoliberista), il pamphlet che si intitola, appunto,Indignatevi! Le loro radici le ritrovano chiaramente nella resistenza, non solo come movimento di liberazione ma anche come momento rivoluzionario.

Anche il fatto che questi indignados siano così forti in Spagna dovrebbe rendere chiaro che i diritti civili c’entrano poco in tutto il discorso. E infatti, nonostante la Spagna sia il paese europeo più avanzato in tema di diritti civili e Zapatero il campione europeo della sinistra “borghese”, agli indignados non gliene è importato una mazza. Non si capisce bene cosa farci con questi diritti civili, senza il cambiamento economico, e questo gli spagnoli lo hanno capito molto bene. E infatti, il vero nemico e obiettivo di queste manifestazioni era proprio Zapatero e il suo governo, che è stato attaccato in quanto governo di neoliberisti. Anche questo è un aspetto che i media italiani tendono puntualmente ad oscurare, cercando di far rientrare in un unico calderone proteste che più diverse non potrebbero essere.

Dunque, la lettura degli organi di informazione deforma la realtà. Non c’è alcuna spinta omogenea, ma diverse proteste nei vari contesti mediterranei. Qualcuno tenta una reductio ad unum, più per fini politici che per fini analitici. E se politicamente ci può far comodo parlare di ondate di proteste dalla Spagna alla Grecia, dalla Francia all’Egitto, nella realtà le cose stanno un po’ diversamente. Anche perché chi opera questa reductio solitamente lo fa per secondi fini, e cioè prendendo la protesta più moderata e la generalizza, eliminando ogni aspetto anti-sistema delle manifestazioni per focalizzare l’opinione pubblica solo su quelle rivendicazioni desiderabili dal sistema stesso. E’ un gioco nel quale non dobbiamo cadere, ma non è facile, e infatti in questi mesi troppi compagni ci sono cascati.

Le proteste contro i partiti e il ruolo dei social network

 

Una delle cose che accomuna effettivamente le manifestazioni di questi mesi è il rifiuto di un certo tipo di politica, nonché il netto rigetto dell’organizzazione partitica quale strumento per governare la democrazia. Insomma, non solo la politica non è vista più di buon occhio, anche se ci si mobilita politicamente per realizzare degli obiettivi, ma di certo il partito in quanto tale non è più lo strumento che viene ritenuto più efficace per veicolare i propri messaggi e per organizzarsi. Non è una protesta contro i partiti che ci governano o che ci hanno tradito dagli scranni dell’opposizione, ma è una protesta generale contro il modello-partito (questo vale ovunque meno che in Grecia). Questo è direttamente connesso al ruolo essenziale che hanno assunto Internet, i blog e i social network come fattore organizzativo e mobilitante delle proteste stesse.

In Europa come nel Maghreb, sembrerebbe essere questo il ruolo ormai necessariodei blog e dei social network, cioè strumenti indispensabili alle mobilitazioni. Anche questa è una lettura che andrebbe un pochino approfondita, anche se non del tutto falsa. Effettivamente, un dato comune di tutte le mobilitazione è l’uso della rete come elemento organizzativo delle mobilitazioni. Questo però ha una sua spiegazione proprio in ciò che dicevamo prima, sulla crisi della politica e dei suoi agenti.  Non essendoci più partiti capaci di stare efficacemente nelle proteste, e non avendo più intenzione di organizzarsi su quel modello, chi manifesta deve comunque darsi una sua organizzazione. Anche solo per chiamare le mobilitazioni, discutere, confrontarsi. Questo ruolo è stato assunto dai blog e dai social network. Solo che mentre in Spagna Internet rimane un mezzo, anzi sempre più il mezzo, per organizzarsi e ovviare a tutti quei problemi connessi all’assenza di una struttura forte e organizzativa (che è un limite, sia chiaro), negli altri paesi e soprattutto in Italia (in questo molto simile al nord Africa), Internet viene assunto come valore in sé. Qui si parla di democrazia dei social network, di piattaforma democratica, di strumento rivoluzionario. Insomma, come in altre circostanze, il mezzo viene confuso con l’obiettivo, e quando questo avviene in genere si producono mostri. Ogni cosa che viene dalla rete viene subito assunta come interessante, o quantomeno innovativa, dando alla rete un ruolo che potrebbe avere ma sarebbe meglio che non abbia. Anche perché da qui alla degenerazione il passo è breve, come dimostrano le decine di manifestazioni e proteste nate sulla scorta del falso rapimento della blogger siriana che in realtà era un professore del Michigan (proteste che hanno portato anche a dei morti…com’era quel proverbio sul battito d’ali che produce una tempesta?). Se la rete serve da supporto organizzativo e strumento di discussione, allora possono essere sfruttate appieno le proprie potenzialità. Però andrebbe sempre trattata come luogo neutro, vagliando sempre attentamente ciò che circola, ma soprattutto avendo sempre un riscontro nella vita reale. In Italia e nel nord Africa, invece, la rete ha assunto un ruolo pericolosamente protagonista, creando un sistema di valori in sé. Mentre nel nord Africa questo può essere spiegato col tentativo da parte delle giovani generazioni di uniformarsi a canoni europei da loro tanto agognati, confondendo un metodo con il merito (senza contare l’effettivo utilizzo di questi strumenti da parte della popolazione, notevolmente – e volutamente – sovrastimato), in Italia siamo di fronte alla solita manipolazione ideologica di uno strumento in sé per sé indefinito. Un po’ come le rivolte generazionali tanto care ai neofascisti. Un giovane può dire cose giuste o sbagliate, ma non ha ragione solo perché “giovane”. Non porta cambiamento o miglioramento solo perché è under 30 o altre simili stronzate. Insomma, è molto più rivoluzionario Stefan Hessel che ha novant’anni che un giovane qualsiasi imbevuto di strane neodottrine scaturite dalla rete o dal capopopolo di turno. Sembra sempre scontato dirlo, ma ogni tanto repetita iuvant.

Parallelamente, Internet è stato creato dal capitale e il capitale è ben felice di vederne sfruttate le sue immense potenzialità. Non è uno strumento rivoluzionario, ma può essere utilizzato in maniera rivoluzionaria se si hanno le capacità e l’intelligenza di sfruttare ciò che il capitale ha creato contro sé stesso. In una società e in un modello di sviluppo che tende all’atomizzazione e all’individualismo, sfruttare Internet per organizzarsi è il danno maggiore che si può fare al capitale stesso. Solo che tutto questo deve rimanere un mezzo, e infatti la grande ondata di partecipazione politica di questi mesi in Europa e nel Maghreb smentisce questi ideologi della rete. Il vero fatto positivo e potenzialmente rivoluzionario è la partecipazione politica, e infatti in Spagna, appena avviata la mobilitazione, il fattore democratico principale sono state le assemblee dei barrios, no i messaggi su Twitter. In Spagna il modello partecipativo è rimasto saldamente l’assemblea popolare, o di quartiere, che mai e poi mai è stata sostituita dalla rete, che infatti ha un altro ruolo e non quello di sostituirsi al confronto dialettico de visu.  Soprattutto, non deve sostituirsi all’azione politica, come invece si augurerebbe una certa lettura data dai soliti noti. La rete ha senso se serve a creare le condizioni per poi fare politica, ma non sostituisce la militanza politica. Questo è quello che vorrebbe il capitale, e infatti è proprio il capitale a incentivare l’uso di Internet. Noi dobbiamo ritorcerglielo contro, utilizzando i social network e i blog quando è opportuno, ma dandogli il valore che hanno e non sopravvalutarli.

Una conclusione o una speranza

 

Nonostante quanto detto nei post precedenti, queste mobilitazioni che hanno caratterizzato la primavera europea e araba continuano a soffrire di evidenti limiti politici che non le fanno mai condizionare la realtà politica dei paesi. Eppure la durata e l’imponenza di certe manifestazioni sarebbero bastate, negli anni settanta, a far cadere governi o a promuovere riforme progressive di ben altro tenore. Anche gli apparenti cambiamenti nel Maghreb sono dovuti più ad una spinta internazionale in favore del cambiamento che alla forza esplicita dei movimenti. Più ad una dichiarazione di Obama che a trenta morti in una manifestazione. E infatti, nonostante in Egitto continuino a prodursi manifestazioni e proteste, il disinteresse internazionale le sta relegando ad una sostanziale inutilità, o quantomeno all’impossibilità di incidere alcunché. Perché tutto questo?

Il passo decisivo fra l’opposizione ai governi esistenti e la proposta di una società diversa è ciò che manca a tutte le mobilitazioni. Sia in quelle più moderate e riformiste, come quelle italiane, sia in quelle più radicali, come possono essere quelle spagnole (o londinesi, o francesi nello scorso autunno).

Il capitalismo, anche in queste proteste, continua a non avere alternative. Manca un progetto di società alternativo, ma soprattutto ne manca uno immediatamente chiaro e spendibile, ed è esattamente il motivo per cui nelle analisi per l’opinione pubblica le sintesi dei media risultano più efficaci delle analisi prodotte dai movimenti stessi, mettendogli in bocca parole e idee che nella realtà non hanno. Una serie di parole d’ordine semplici e immediate, capaci di essere comprese a tutte le fasce della popolazione, capaci di divenire sentire comune non solo per i militanti, ma anche per tutti coloro che assistono alle proteste ma non partecipano. A tutti i lavoratori, a tutta quella maggioranza (o minoranza) silenziosa che possa valutare l’alternativa senza doversi necessariamente leggere decine di saggi politici. La mobilitazione in sé non è l’alternativa. E’ uno strumento. Le assemblee popolari, il processo decisionale dal basso, non costituiscono già l’alternativa. Sono lo strumento (giusto) per proporre il cambiamento, ma se questo manca il metodo utilizzato diviene o inutile o fine a sé stesso. Non basta essere il soggetto del cambiamento per cambiare l’oggetto,cioè la realtà sociale.

Il cogniariato (sic), che è l’anima e il protagonista di queste manifestazioni, è portatore di un insieme di valori e di conoscenze che non sono patrimonio comune della popolazione, e soprattutto non lo sono dei lavoratori dipendenti, che fino a prova contraria rimangono i protagonisti del cambiamento anche se non si attivano politicamente in massa.  Hanno dei bisogni, delle necessità e degli stimoli che non possono essere generalizzati, ma soprattutto parlano un linguaggio che non viene inteso dalla gente. Queste manifestazioni continuano a parlare a sé stesse e a chi fa politica. Lo strumento, per quanto importante, dell’assemblea popolare (per fare un esempio), non risolverà il problema dei lavoro e della disoccupazione se all’interno di questi ritrovi non si parlerà di lavoro e di disoccupazione, di redistribuzione e di lotta politica a chi produce la precarietà. E soprattutto se non si metteranno in pratica queste discussioni con un’attività politica conseguente.

E poi, se tutto ciò che viene espresso non viene sistematizzato in un insieme coerente e generalizzabile di proposte politiche (e di facile comprensione), difficilmente potrà costruire quell’altro mondo possibile per il quale lottiamo. Insomma, bisogna iniziare, secondo noi, a immaginare l’alternativa, a renderla appetibile e direttamente realizzabile. Bisogna tornare a fare delle proposte, non solo a scagliarci contro questo modello di sviluppo (là dove avviene..). Ha poco senso, ormai, parlare ad esempio di beni comuni se manca il progetto concreto  di come renderli comuni. Di capire quale Stato, con quale governo, con quali proposte e scelte politiche verranno realizzati i nostri obiettivi. Far capire se siamo davvero rivoluzionari, o semplicemente dei riformisti radicali. Se cerchiamo di preparare un diverso modello di sviluppo sociale ed economico, o se semplicemente il nostro obiettivo è fungere da lobbie che cerca di condizionare la politica “ufficiale”. Sono tutte domande che ancora non hanno trovato una risposta, e questa incertezza sta determinando l’impasse di questi mesi e il continuo rincorrersi di movimenti che nascono e muoiono senza aver prodotto nella società quei cambiamenti che invece avrebbero la forza di produrre. Quanti movimenti abbiamo attraversato, quante onde ci avrebbero dovuto travolgere e invece stiamo messi come e peggio di prima (lavoratori, studenti, precari, immigrati, donne, omosessuali, ecc..)? Qualcosa, evidentemente, dobbiamo cambiare, e scaricare tutte le colpe su una realtà oggettiva che ti impedisce di influire politicamente non è l’atteggiamento che ci farà fare il salto di qualità.

Borghezio condivide le idee del terrorista norvegese. VERGOGNA!

 

 

 

da enricoberlinguer.it  

Non ci bastava Feltri per leggere pezzi sconcertanti dopo l’attacco terroristico in Norvegia, ci si mette Mario Borghezio, europarlamentare della Lega Nord a spargere ulteriore schifezza sulla questione.  ”Le idee di Breivik (l’autore della strage di Oslo e di Utoya, ndr) sono condivisibili” dichiara il leghista durante trasmissione ‘La zanzara’ di Radio24.

“Buone alcune idee di Breivik, alcune ottime” insiste Borghezio “la difesa della cristianità in Europa è sacrosanta”. Nonostante gli interventi dei conduttori, non riesce proprio a opporsi e a condannare la violenza scaturita da quelle idee, salvaguardandole e difendendole strenuamente. Per un europarlamentare come Borghezio quindi, anche se le idee scaturiscono violenza, quelle vanno comunque salvaguardate. Non possiamo che rimanere allibiti dal cinismo del personaggio in questione, incapace di esprimere anche un benché minimo cenno di umanità e rispetto verso le vittime delle stragi, specialmente per i giovani diciottenni-ventenni morti durante l’attacco a Utoya.

Con dichiarazioni come queste, non c’è che da aspettarsi altre stragi simili: l’odio chiama odio e i risultati sono agli occhi di tutti. Anni e anni di campagne xenofobe, di odio verso il diverso, di non rispetto verso lo straniero, portano a gesti liberticidi.

Per fortuna ci sono alcuni garanti delle libertà costituzionali e dei diritti dell’uomo, come la Corte Costituzionale italiana che ha stabilito tramite sentenza che la condizione di immigrato o immigrata irregolare non può essere di per sé un ostacolo alla celebrazione delle nozze con un cittadino o una cittadina italiana.

UN’ALTRO GIORNO DI SCUOLA

da Notav.info

La giornata appena trascorsa porta con sè le due facce della medaglia della situazione che stiamo vivendo: da un lato la ricchezza, l’unità, la solidarietà del movimento notav e dall’altra l’arroganza di un potere sempre più in difficoltà che sa rispondere a un popolo che difende il suo territorio solo con idranti, lacrimogeni e manganelli.

La giornata inziata con uan gita al Rocciamelone, la cui vetta allieta sempre i nostri sguardi ricordandoci la potenza della montagna, ha avuto due grandi appuntamenti che si sono dimostrati unici: alle 16 il raduno degli alpini notav, che in oltre trecento si sono ritrovati davanti al cancello della centrale per manifestare contro la presenza degli alpini all’interno del non-cantiere di Chiomonte. L’orgoglio di un popolo di montagna, che ha sempre inteso il cappello con la penna come una missione di defa del territorio e della popolazione, non per la guerra e per difendere con il proprio operato, la militarizzazione della Valsusa. Un comunicato syampa dell’ANA , diffidava gli alpini a prtecipare al raduno, in barba agli ordini, gli alpini, ribelli e notav, non solo si sono radunati, ma hanno percorso il sentiero che dalla centrale va alla Maddalena, fermandosi poi anche successivamente.

Alle 18 l’incontro con Heidi Giuliani e Giuliano Giuliani, madre e padre di Carlo. Heidi ci ha riempito il cuore con la determinazione e il suo affetto, parlandoci di Carlo, della loro esperienza con un informazione allineata ai voleri del proprietario di turno. “il g8 oggi è alla Maddalena” ci ha detto heidi ricordando come Carlo venne a manifestare a Torino per la morte di Edo e Sole. Un’intervento toccante che si è tenuto sotto il ritmo insulso dell’elicottero delle forze dell’ordine, che per ore ha sorvolato l’area.

Durante tutto il pomeriggio si è protratta la libera battitura delle rete e dei guard rail. Migliaia di notav hanno frequentato il campeggio/presidio per tutta la giornata e intorno alle 20 hanno dovuto fronteggiare l’ennesima arroganza da parte delle forze dell’ordine, che hano lanciato lacrimogeni e getti d’idranta per dispendere l’assedio continuo al non cantiere. Ad un tratto, come per incanto, il fortino più difeso del mondo si è trovato sprovvisto della sua entrata centrale, e il suo cancello è stato aperto, permettendo l’ingresso di alcuni notav, che sono stati respinti dall’idrante e dal cs in quantità. Incuranti della presenza di centinaia di famiglie, i solerti difensori del partito trasversale degli affari, hanno pensato bene di lanciare i lacrimogeni ovunque, ad altezza d’uomo come all’area del campeggio.  Sono riusciti, sparando in faccia a poca distanza a ferire un notav con , fratture naso e mandibola, lacerazioni interne a palato e gengiva, maschera antigas dilaniata. LA democrazia tanto invocata dal politico di turno e tanto ricercata dal giornalista di settore si è manifestata immediatamente con l’uso delle armi e dell’oramai continuo attacco alle persone.

In seguito, per difendere il cancello apetro e per fronteggiare un pavido ntav nascosto nel bosco, le forze dell’ordine sono uscite a fronteggiare i notav e contemporaneamente incuranti del fdanno possibile, hanno lanciato lacrimogeni nel bosco, riuscendio a creare l’ennesimo incendio, che ci augriamo non ci si volgia attribuire anche questa volta. Ne è nato un lungo fronteggiamento, dove il popolo notav non è indietreggiato e solo poi grazie ad un estremo senso di responsabilità, intorno alle 21.30 è stati sciolto.

Dalle 20 un presidio di donne notav si è formato alla baita di Chiomonte, “la notte delle streghe” che ha visto motissime donne di tutte le età maledire il cantiere, sbeffeggiarlo,osteggiarlo con la cratività e la determinazione che solo le donne hanno.

Si sprecano le cronache fatte con il copia- incolla dall’ennesimo comunicato stampa della Questura di Torino, la realtà è sotto gli occhi di tutti. E anche il fortino più difeso a volte…può essere aperto!

Oggi, secondo gli organi di informazione e l’intelligence della Questura, era il giorno in cui i manifestant di Genova venivano in Val Susa. Invece ieri la Valsusa è andata a Genova, trovando braccia aperte in ogni luogo, ed oggi, ancora una volta la Genova dei gas Cs e dell’arroganza di stato, l’hanno portata gli stessi che dieci anni fa massacravano uomini e donne su quel lungomare.