Dove finiscono i soldi dei tiranni?

da Carta.org

I tempi sono proprio brutti per i dittatori. Una volta i tiranni in pensione, finivano le loro vite in belle proprietà in Inghilterra, in Francia, Italia o in Svizzera. Non venivano disturbati da nessuno e potevano continuare a spendere le loro fortune colossali sparse per le varie banche del mondo ricco. Anche Bocassa «l’Orco della Repubblica Centro Africana» alla fine non se l’è spassata troppo male.

Oggi questo stesso mondo ricco sembra non volerli più accettare sulle proprie terre dopo averli spremuti. Sono costretti ad esili sempre dorati, ma lontani dal mondo libero e democratico. Sono diventati quasi come i rifiuti radioattivi, non si vuole metterli definitivamente al bando della storia, però tutti li tengono lontani dalla propria casa.

Ben Ali è in esilio in Arabia Saudita (probabilmente il più stabile e potente stato burattino della zona), Mubarak è in esilio a Sharm El Sheikh. Sì proprio così. Perché chi è andato a Sharm si è accorto che lì non è Egitto. Ma per niente. Gheddafi probabilmente, se cade, non si arrenderà. O sarà giustiziato come Ceaucescu, alla svelta, o come Saddam dopo un finto processo. Comunque un processo vero e proprio contro questa gente non ci sarà mai. Perché sanno troppe cose per lasciarli parlare.

Sia come sia, la fine di questa gente non importa molto. Anche la più brutta delle fini non riporterà mai giustizia a tutti quelli che hanno derubato, ingannato, insultato, ridotto in schiavitù, umiliato, arrestato arbitrariamente, torturato e/o ucciso. Un po’ più importanti sono invece le fortune astronomiche sottratte ai rispettivi popoli e esportate nelle banche occidentali e nei paradisi fiscali. Che fine faranno? I beni personali di Saddam, della sua famiglia e quelli dello stato iracheno, ad esempio, furono ritirati in contanti (almeno quelli che erano nelle banche statunitensi) e portati in Iraq. Ufficialmente, per finanziare la ricostruzione. Erano vari miliardi di dollari. Potevano veramente bastare a ricostruire le infrastrutture del paese e rilanciare l’economia. Invece… nulla! Vaporizzati. L’Iraq è ancora disastrato come all’indomani della guerra. Le strade sono come le ha lasciate Saddam. La ferrovia è un lontano ricordo. La rete elettrica è ancora primitiva e, laddove arriva, assicura una media di 5-6 ore di elettricità al giorno. La barzelletta irachena dice “l’elettricità nel nostro quartiere viene ad intermittenza: un ora non c’è e l’altra dopo … nemmeno.” L’acqua arriva poche ore al giorno anche quella. L’industria è quasi scomparsa da tempo e l’agricoltura è ridotta più o meno come tutto il resto. A che cosa sono serviti, allora, i vari miliardi di Dollari che Bremer e Negroponte (i due capi successivi dell’Authorità Provvisoria della Coalizione) avevano nelle loro casse all’inizio dell’occupazione? Probabilmente sono serviti per raggiungere il risultato attuale: il caos più totale. È vero che distruggere una nazione dalle sue fondamenta, dividere la popolazione in etnie che si odiano a morte, la guerra civile, la corruzione dilagante…. sono tutte cose che hanno dei costi piuttosto alti.

I soldi sono spesso andati a società americane che hanno subappaltato a società turche che hanno subappaltato a società egiziane che hanno subappaltato a società irachene per far finta di lavorare e non fare quasi niente; a compagnie di sicurezza privata (e di insicurezza pubblica), alla creazione di associazioni a delinquere travestite da partiti politici e di balordi in giacca e cravatta travestiti da personalità politiche; ad arricchire capi tribù e capi religiosi fantocci, milizie armate, formazioni militari e paramilitari nascoste, società di pseudo intervento umanitario, affaristi, spie, banditi, criminali, trafficanti di tutto e di niente, muri di cemento armato, filo spinato, attrezzature militari… tutto tranne qualcosa di utile per il paese.

Oggi, sono tanti i paesi che hanno annunciato il congelamento dei beni dei Ben Alì (e Tarabulsi, la famiglia della moglie), dei Mubarak e dei Gheddafi. Ma dove andranno a finire questi soldi è un grande punto interrogativo. Gran parte, probabilmente, andrà nel dimenticatoio della storia e se li mangeranno le banche. Come è successo nella storia molte volte con vari conti di capi di stato, di regimi e di piccoli e grandi delinquenti comuni, morti o incarcerati. Una altra parte sarà utilizzata da ogni paese dove sono depositate per ricattare i nuovi governi che nasceranno dalle proteste o dalle manipolazioni di esse. «Io ti do indietro i tuoi capitali alla condizione che li usi per fare “questo e per quell’altro”. E te gli ridò indietro soltanto se “quello e quell’altro” lo fai fare alla società “Pinco” o la compagnia “Pallino…»

Condizioni inaccettabili in una situazione normale. Condizioni che non accetterebbe che un nuovo governo corrotto quanto il primo, o forse ancora di più. Che accetterebbe, però, solo con la contro-condizione che una fetta consistente delle somme restituite vada su conti segreti intestati ai nuovi capi. Insomma, un eterno ritorno al punto di partenza! È anche per questo che gli stati potenti stanno premendo con tutta la loro forza perché queste rivolte portino solo un cambiamento di burattini ma che alla fine lo spettacolo sul teatrino sia sempre lo stesso. Per fortuna la strada sembra abbastanza cosciente di questi rischi e continua ad essere mobilitata. Ieri a Tunisi ci sono stati nuovi scontri di Piazza. Ghannouchi, il nuovo presidente-vecchio primo ministro- ha dovuto presentare le sue dimissioni. Speriamo che la stanchezza non si impadronisca dei rivoltosi prima che mandino a casa tutti i dinosauri.

Il Blog di Karim Metref

 

Tessera del tifoso: intervista all’avvocato Lorenzo Contucci

da osservatoriorepressione.org
Avvocato, per la prossima stagione si vuole limitare le trasferte ai soli tesserati, è possibile?
“Dovrebbero ritenere a rischio tutte le centinaia di partite che nei fine settimana vengono giocate ma in base a cosa? Fai una legge dove ritieni potenzialmente a rischio ogni gara? Non vedo come sia possibile”.
La sensazione è che il progetto Tessera del Tifoso non sia stato gestito adeguatamente.
“Loro pensavano di risolvere ogni problema di “sicurezza”. Hanno fatto leva sul tifoso che segue in casa la squadra e che ha sottoscritto la tessera per aver l’abbonamento, non pensando che la grande maggioranza di coloro che la squadra la seguono anche in trasferta, avrebbero detto no. Si sono trovati di fronte a un movimento numeroso e colorato che ha di fatto messo in “crisi”, il sistema della tessera, tanto che i questori talvolta prendono decisioni autonome per “sistemare” i tifosi in trasferta. La sensazione è che il giocattolo gli sia scoppiato tra le mani e che navighino a vista”.
Dei famosi vantaggi per i tesserati, promessi e ripromessi non si vede traccia?
“Perchè è stata una sorta di “imposizione” per le società di calcio. Non erano e non sono preparati a una strategia di marketing”.
La sensazione però è che le società, tessera o non tessera, guardano solo alle pay-tv mentre non c’è rispetto per i tifosi
“E’ vero, e il duopolio Mediaset-Sky, i tanti abbonati in più, porteranno di riflesso più soldi nelle casse delle società ma quanto può continuare questo giochino?”
A Udine cinema allo stadio, a Torino sponda Juve e presto a Firenze leCheerleaders, più che il modello inglese un vero e proprio modello americano
“Senza dubbio, si guarda sicuramente a un modello che culturalmente non ci appartiene e niente ha a che vedere con il calcio”.
E sul comunicato della curva maratona puoi darci delle delucidazioni? Cosa sta accadendo quindi?
“Esattamente quello che avevo segnalato qualche anno fa: si tratta del famigerato ed incostituzionale articolo 9 della legge Amato, che vieta a chiunque abbia avuto un daspo o una condanna per reati da stadio di acquistare biglietti.
Maroni – a voce – ha interpretato l’art. 9 dicendo che i biglietti non vengono rilasciati a chi ha daspo in corso e a chi ha avuto condanne per reati da stadio negli ultimi 5 anni, anche se poi l’art. 9 dice tutt’altro.
E’ stata creata una “black list” nella quale sono inseriti i nominativi di coloro che sono sottoposti a daspo ed anche le condanne ricevute: poi, se la Questura segue le direttive di Maroni, non verranno rilasciati biglietti a chi ha avuto condanne “da stadio” negli ultimi 5 anni (anche se per lo stesso episodio si è già scontato il daspo!), se seguono la legge, chi ha avuto una condanna da stadio, anche nel 1990, non potrà più avere biglietti.
La proposta di modifica della norma che avevo fatto era quella per cui non potesse avere un biglietto chi ha un daspo in corso e chi ha avuto condanne “da stadio” negli ultimi 5 anni purché per lo stesso episodio non abbia già scontato il daspo: se il mio daspo è finito, vuol dire che per la stessa questura non sono più pericoloso e quindi perché non posso andare allo stadio?
Tuttavia è difficile far passare concetti così semplici in un Regime tutto incentrato su come far più soldi e autoassolversi in caso di reati.”

 

16 marzo 2011: otto anni senza te, otto anni con te

16 MARZO 2003/ 16 MARZO 2011: otto anni senza te, otto anni con te
daxresiste.org

dax_2011

Sono passati otto anni dalla notte nera di Milano: l’omicidio fascista
di Dax e i pestaggi di polizia e carabinieri all’ospedale San Paolo. Ne
sono passati dieci dall’omicidio di Stato di Carlo Giuliani e dalla
mattanza del G8 genovese. Si muore per i coltelli e le botte dei
fascisti e razzisti, si muore per la brutalità dello Stato in strada, in
caserma e in carcere. Istituzioni repressive, polizia, carabinieri e
guardie carcerarie uccidono, coperti da menzogne e depistaggi.
Continuiamo a ricordare Davide, insieme a Carlo e a tutti gli amici, i
compagni e i fratelli uccisi da razzisti, fascisti o dallo Stato, in
Italia come in Europa.

Con il sangue agli occhi e la rabbia nel cuore. Dax odia ancora

Domenica 13 Marzo ore 15
incontro pubblico “Polizia dapperttutto. Giustizia da nessuna parte”
presso il Centro Sociale Barrios (via Barona ang. via Boffalora ), con:
– Patrizia (madre di Federico Aldrovandi)
– presentazione del film”E’ Stato morto un ragazzo” di Filippo
Vendemmiati,
– i familiari di Dennis Jäckstedt ,un ragazzo tedesco ucciso a sangue
freddo da un agente di polizia vicino a Berlino
– Ass. culturale antifascista Dax16Marzo2003

Mercoledì 16 Marzo ore 20.30
ricordo di Dax in via Brioschi:
– reading teatrale (sui 10 anni dalle manifestazioni contro il G8 di
Genova del 2001 e dall’omicidio di Carlo Giuliani) della compagnia
“C.T.A.S. Reloaded” di Milano
– presentazione nuovo video “Viva Dax libero e ribelle”
– interventi dell’ass.antifascista Dax 16Marzo2003, del coordinamento
Memoria Antifascista e di Haidi Giuliani.

Giovedì 17 Marzo ore 22
csa Baraonda Via Pacinotti 13, a Segrate (MI),
concerto con
Assalti Frontali,
Signor K,
Acero Moretti
per non dimenticare

Sabato 19 Marzo ore 23
Zam Via Olgiati, 12 Milano
Sound system ska
Quattro Assi
Trash Milano

Lampi di Cassandra/ Vi ricordate di Julian? di Marco Calamari

Roma – Penso di si, di Julian un ricordo lo dovreste avere. Non parlo del clamore suscitato dal sito Wikileaks nell’ultimo anno. il sito c’era anche prima, ma le azioni di pubblicazione che aveva effettuato non avevano raggiunto quella massa critica che le rende notizie di cronaca e che automaticamente ne moltiplica la risonanza ed i (positivi) effetti.

Non parlo neppure delle sue peripezie in giro per il mondo per essere un bersaglio meno facile, culminate nella sua vicenda giudiziaria anglo-svedese che lo vede oggi bersaglio di una ormai concessa estradizione dal Regno Unito alla Svezia.

Anche se magari vi ricordaste del fatto che Julian viene estradato sulla base di un evidente attacco mediatico, da un paese per cui il reato contestato non esiste nemmeno e quindi contro qualsiasi prassi del diritto internazionale, non sarebbe nemmeno questo, a parere di Cassandra, il ricordo più importante.
Il ricordo più importante sarebbe quello del debito di gratitudine che chiunque abbia a cuore libertà di informazione e trasparenza delle istituzioni ha nei confronti di una persona che, tra luci ed ombre, porta avanti questo suo scomodo ideale da molti anni.

Infatti non esiste solo una campagna di fango, volta a cancellare i molti lati positivi che l’esposizione mediatica del fondatore di Wikileaks aveva portato a conoscenza anche del pubblico più disattento: da parecchi mesi ormai Julian ed i suoi legali hanno descritto la manovra che è in atto nei suoi confronti per zittirlo definitivamente. Questa manovra richiede appunto la sua estradizione in Svezia, per subire un processo che anche se lo vedesse condannato potrebbe terminare con una semplice multa, visto che non si tratta (tecnicamente) di stupro.

Ma nel frattempo giungerà dagli Stati Uniti una richiesta di estradizione basata su una legge retroattiva approvata nel frattempo, o su “prove” ancora mai emerse e su cui si potrebbero fin da ora avanzare andreottianamente seri dubbi, dove potrebbe dover affrontare buchi neri come Guantanamo o sentenze di morte per spionaggio.

Il silenzio che lo circonda facilita questa manovra, per ora puntualmente realizzatasi, anzi ne è requisito indispensabile. E questo silenzio è palpabile anche in persone come quelle che leggono queste righe. Non dovrebbe essere così.

La voce di Cassandra è poco utile perché solitamente non creduta, ma forse se si sentissero le vostre, forti e numerose, questo triste ed ingiusto finale potrebbe cambiare.

Don Gallo a Bossi: «Nessuno può fermare i migranti»

da IlsecoloXIX.it

«Le parole di Bossi sono inutili, nessuno può fermare i fenomeni migratori, sono come un fenomeno sismico». Don Andrea Gallo, fondatore e anima della comunità di San Benedetto al Porto di Genova, commenta così l’invito del leader della Lega Nord a mandare «in Francia e in Germania» gli immigrati in fuga dal Nord Africa.

«Per la probabile emergenza migratoria dal Maghreb serve l’impegno di tutta l’Europa, – aggiunge il sacerdote genovese a margine dell’inaugurazione di una nuova struttura d’accoglienza – e l’Italia deve cominciare per prima ad accogliere i profughi».

Secondo don Gallo, «c’è bisogno di un nuovo incontro di civiltà», aggiunge, ricordando che «gli italiani hanno invaso il mondo in cent’anni, dal 1850 al 1950 sono emigrati in 30 milioni».

 

«Invito il ministro Bossi – afferma don Gallo – ad ascoltare di nuovo la canzone “Creuza de mà” di De Andrè, che ormai ha trent’annì, ed è dedicata ai marinai e alle loro vite da eterni viaggiatori. «La musica sì che ha visto il Mediterraneo – conclude – raccogliere tutte le sue culture».

 

Italia primo fornitore europeo di armi alla Libia

da Unimondo.org

Gaeta, consegna di tre motovedette italiane alla Guardia costiera libica - Foto: Interno.it

L’Italia non solo è uno dei principali partner commerciali della Libia, ma è il maggiore esportatore europeo di armamenti al regime di Gheddafi. I Rapporti dell’Unione europea sulle esportazioni di materiali e sistemi militari (qui l’ultimo rapportoun’analisi) certificano che nelbiennio 2008-2009 l’Italia ha autorizzato alle proprie ditte l’invio di armamenti alla Libia per oltre 205 milioni di euro che ricoprono più di un terzo (il 34,5%) di tutte le autorizzazioni rilasciate dall’UE (circa 595 milioni di euro). Tra gli altri paesi europei che nel recente biennio hanno dato il via libera all’esportazione di armi agli apparati militari di Gheddafi, figurano la Francia (143 milioni di euro), la piccola Malta (quasi 80 milioni di euro), la Germania (57 milioni), il Regno Unito (53 milioni) e il Portogallo (21 milioni).

A differenza dei colleghi europei, il ministro degli Esteri Frattini si è guardato bene dal dichiarare anche solo la sospensione temporanea dei rifornimenti di armi a Gheddafi. Eppure da quando sono iniziate le manifestazioni di piazza in diversi paesi del nord Africa non sono mancate le dichiarazioni in tal senso delle principali cancellerie europee.

Ha cominciato la Francia annunciando la sospensione dell’invio all’Egitto non solo di sistemi militari ma anche di ogni materiale esplosivo o destinato al controllo dell’ordine pubblico tra cui i gas lacrimogeni. Ha proseguito la Germania dichiarando l’interruzione delle forniture di armi verso l’Egitto manifestando specifiche “preoccupazioni per le violazioni dei diritti umani nella risposta alle proteste” da parte delle forze dell’ordine vicine al presidente Mubarak. Il 17 febbraio la Francia ha quindi esteso lo stop alla vendita di armi anche al Bahrain e alla Libia. E lo stesso Foreign Office britannico, inizialmente poco propenso ad ammettere l’uso di armi inglesi contro la popolazione a Manama, il giorno successivo ha revocato numerose autorizzazioni all’esportazione di armi in Bahrain e LibiaTra i principali esportatori europei di armamenti solo l’Italia tace.

Eppure non sono mancate le sollecitazioni. Dopo i primi tumulti nei paesi del nord Africa,Rete Disarmo e la Tavola della pace avevano chiesto esplicitamente al Governo italiano di sospendere ogni forma di cooperazione militare con Algeria, Egitto e Tunisia e di fatto con tutti i paesi dell’area. Simili richieste sono state inoltrate dalle associazioni pacifiste in Germania, in Francia e nel Regno Unito. I cui governi, inizialmente refrattari, hanno dovuto rispondere all’opinione pubblica. Solo il ministro Frattini è sordo ad ogni sollecitazione.

Non sono certo bruscolini gli affari in armi delle industrie militari italiane con il colonnello Gheddafi a cominciare da quelle controllate Finmeccanica. La holding italiana è partecipata per la quota di maggioranza (il 32,5%) dal Ministero dell’Economia, ma ha come secondo azionista proprio la Lybian Investment Authority (LIA), l’autorità governativa libica che detiene una quota del 2,01%: quota che Gheddafi mira ad espandere fino al 3% del capitale per imporre nel consiglio di amministrazione alcuni dei suoi uomini fidati e che comunque già adesso le permetterebbe di eleggere fino a quattro delegati.

Da quando nel 2004 l’Unione europea ha revocato l’embargo totale alla Libia, le esportazioni di armamenti italiani al regime del colonnello Gheddafi hanno visto un crescendo impressionante. Si è passati dai poco meno di 15 milioni di euro del 2006 ai quasi 57 milioni del 2007. Ma è soprattutto nell’ultimo biennio – anche a seguito del “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e Libia” firmato a Bengasi nell’agosto del 2008 dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e dal leader della Rivoluzione, Muammar El Gheddafi – che le esportazioni di armamenti italiani verso le coste libiche hanno preso slancio. L’articolo 20 del Trattato prevede infatti “un forte ed ampio partenariato industriale nel settore della Difesa e delle industrie militari”, nonché lo sviluppo della “collaborazione nel settore della Difesa tra le rispettive Forze Armate”. Si è cominciato quindi con 93 milioni di euro nel 2008 e proseguito nel 2009 con quasi 112 milioni di euro che fanno oggi dell’Italia il principale fornitore europeo – e probabilmente mondiale – di armi al colonnello Gheddafi.

Le asettiche Relazioni della Presidenza del Consiglio sulle esportazioni militari degli ultimi anni parlano di generici “aeromobili” (Rapporto 2006, Tabella P.), “veicoli terrestri” e ancora “aeromobili” (Rapporto 2007, Tabella 18), ma poi anche di “bombe, siluri,razzi, missili e accessori” e “apparecchiature per la direzione del tiro” e i soliti “aeromobili” (Rapporto 2008, Tabella 15) e più di recente anche di tutto quanto sopra con l’aggiunta di sempre generiche “apparecchiature elettroniche” e “apparecchiature per la visione di immagini” (Rapporto 2009, Tabella 15).

Spulciando le più corpose Relazioni annuali si scopre qualcosa di più: nel 2006 è stata autorizzata l’esportazione a Tripoli di due elicotteri AB109 militari dell’Agusta del valore di quasi 15 milioni di euro. Nel 2007 sempre l’Agusta ha incassato 54 milioni di euro per l’ ammodernamento degli aeromobili CH47. Nel 2008 è stato dato il via libera per l’esportazione di otto elicotteri A109 per 59,9 milioni di euro sempre dell’Agusta e all’Alenia Aeronautica per un aeromobile ATR42 Maritime Patrol del valore di 29,8 milioni di euro. Nel 2009 altri due elicotteri AW139 dell’Agusta per circa 24,9 milioni di euro e quasi 3 milioni per “ricambi e addestramento” per velivoli F260W della Alenia Aermacchi, ma anche una autorizzazione alla MBDA Italiana, azienda leader a livello mondiale nei sistemi missilistici, per materiali di cui non si rintraccia l’autorizzazione (se non il numero: MAE 18160) del valore di 2.519.771 euro.

Non sembrino poca cosa i poco più di 2,2 milioni di euro e per “ricambi e addestramento” dei velivoli F260W della Alenia Aermacchi: la Libia infatti possiede circa 250 aerei F260W, “un numero spropositato, anche considerando che si tratta delmodello armabile” – notano gli analisti. “Questi velivoli in origine Siai Marchetti, che in Europa vengono utilizzati come addestratori, ma che in Africa e America latina sonospesso impiegati come bombardieri, sono stati venduti all’Aeronautica libica negli anni Settanta. Ne erano stati acquistati 240, oggi non si sa quanti siano in servizio. Nel 2006 un certo numero di questi velivoli sono stati ceduti alle forze armate ciadiane che li hanno utilizzati per bombardare i ribelli sulle frontiere con il Sudan” – ricorda Enrico Casale.

Nella sua approfondita inchiesta sulle esportazioni di armamenti italiani alla Libia dal titolo “Roma-Tripoli: compagni d’armi”, il giornalista del mensile Popoli, evidenzia inoltre che Finmeccanica e la Libyan Investment Authority hanno stretto ulteriormente i loro rapporti il 28 luglio 2009 con un nuovo accordo: si tratta di un’intesa generale attraverso la quale la holding di piazza Montegrappa e il fondo sovrano si impegnano a creare una nuova joint-venture (con capitale di 270 milioni di euro) attraverso la quale gestiranno gli investimenti industriali e commerciali in Libia, ma anche in altri Paesi africani. Il primo frutto è stato un accordo siglato da Selex Sistemi Integrati, società controllata da Finmeccanica, e dal governo libico: un contratto, del valore di 300 milioni di euro, che prevede la creazione di un sistema di “protezione e sicurezza” dei confini meridionali della Libia per frenare l’immigrazione.

Forse anche per questo il ministro Frattini è in difficoltà ad intervenire quando sente parlare di sanzioni contro il leader libico. Gli andrebbe ricordato che la legge 185 del 1990 e la Posizione Comune dell’Unione europea sulle esportazioni di armamenti chiedono di accertare il “rispetto dei diritti umani nel paese di destinazione finale e il rispetto del diritto internazionale umanitario da parte di detto paese” e dirifiutare le esportazione di armamenti “qualora esista un rischio evidente che la tecnologia o le attrezzature militari da esportare possano essere utilizzate a fini di repressione interna”.

Proprio per evitare questo tipo di utilizzo, Francia, Germania e Regno Unito hanno deciso nei giorni scorsi di sospendere le esportazioni militari a diversi paesi tra cui la Libia. Il ministro degli Esteri italiano, invece tace. Che sia all’oscuro delle dichiarazioni dei suoi colleghi?

Intanto il ministro della Difesa, La Russa conferma da Abu Dhabi che la nave della marina militare Elettra è stata mobilitata per far fronte alla emergenza creata dalla crisi in Libia. La Russa si trova negli Emirati Arabi per una non ben specificata (dai media italiani) “visita ufficiale”. Guarda caso proprio nell’emirato dove è in corsol’International Defence Exhibition and Conference (IDEX 2011), “il più grande salone espositivo su difesa e sicurezza nel Medio Oriente e nel Nord Africa”. Al quale non potevano mancare tutte le maggiori industrie italiane di armamenti. Specialmente Finmeccanica che ha realizzato “un padiglione all’avanguardia in linea con i principi espressi nel suo Rapporto di sostenibilità“. E per cercare nuovi acquirenti in un’area che è sicuramente di “interesse strategico” adesso che diversi dittatori sono in bilico.

Giorgio Beretta

 

Retorica di Sinistra

da Il Fatto Quotidiano

Ho sempre trovato vacuamente retorico l’inno di Mameli, non per il buon Mameli, che era anche tanto giovane e quindi giustificabile, ma perché qualunque inno è necessariamente retorico. Ora che lo cantaBenigni non vedo perché dovrei cambiare idea. Se poi dovessimo cantarlo tutto intero, ci sarebbero anche strofe a dir poco imbarazzanti per chi crede nella democrazia. Che l’Italia sia unita nella crescita culturale e sociale di un Paese mi va bene, che l’Italia sia unita nella retorica del volemosebene o dell’orgoglio dei soldati no.

L’orgoglio è un sentimento pericoloso, non vedo perché dovrei sentirmi orgoglioso di essere italiano, quando questo dovrebbe significare che preferisco essere italiano invece di francese o lèttone o curdo o israeliano o americano. Mi sarebbe indifferente appartenere a qualsiasi nazionalità, perché ritengo che l’amor patrio sia una cosa vuota oltre che pericolosa. E in fondo non è da questo che nascono le guerre? Non è dagli inni nazionali? Non è dallo stringiamci a coorte? Dalle bandiere?

Quando al telegiornale danno notizia di un disastro o di un attentato all’estero, si affrettano a dire che fra le vittime non vi sono italiani. Ma, fatte salve le preoccupazioni degli eventuali parenti delle vittime, per quale motivo dovrei sentirmi sollevato se fra centinaia di morti non ci sono italiani? Non sono morti gli altri? C’è da dispiacersi meno se i morti non parlavano la nostra lingua? Rispondere alla retorica della Lega con una retorica ancor più vecchia non mi sembra cosa utile. No, Benigni che canta l’inno nazionale non mi commuove affatto e a dire il vero mi preoccupa una sinistra che sembra rispondere alla mancanza di moralità e all’arroganza dei governanti con un bigottismo cieco o una vacua retorica.

Natalino Balasso

I manifestanti sono ratti pagati dai servizi segreti stranieri

da Infoaut

gheddafi

I manifestanti sono ratti pagati dai servizi segreti stranieri” così Muammar Gheddafi nel video alla nazione definisce gli insorti. Il video è un concentrato di retorica politica, che se non fosse per le migliaia di vittime che gli fanno da corollario sembrerebbe quasi una farsa.

Comunque un dato è certo il passo verso laguerra civile è vicinissimo. “Non me ne andrò, rimarrò fino alla morte” e ancora “io sono il leader di una rivoluzione, non sono un presidente. Non ho un mandato da cui dimettermi”. Il tentativo del rais libico nel suo discorso è duplice: da un lato invocare la guerra e la repressione e quindi mettere paura ai suoi nemici, dichiarando per esempio che i migliaia di morti non rientrano nei suoi canoni di uso della forza “noi non abbiamo ancora utilizzato la forza, se ci troveremo costretti lo faremo”; dall’altro dare morale ai suoi. Incitarli in una nuova missione che trova le fondamenta nella “rivoluzione” del 1969 e nella necessità di difenderla dalle “bande di giovani drogati e ubriachi” pagati dalle potenze straniere. E inoltre di difenderla dagli integralisti islamici che vorrebbero trasformare la Libia in “una base di Al-Qaeda […] Volete questo? Che gli Stati Uniti occupino la Libia come hanno fatto con Afghanistan, Iraq e Somalia per sradicare l’estremismo islamico?”

Fatto sta che intanto la rivolta dilaga. Tutta la parte est e gran parte di quella occidentale del paese è in mano ai rivoltosi. Sono circa una decina le città in mano agli insorti. Oltre a Bengasi, i ribelli controllano Sirte e Torbruk, Misurata, Khoms, Tarhounah, Zenten, Al-Zawiya e Zouara. Praticamente Gheddafi e i suoi controllano solo Tripoli dove le operazioni di morte non si sono fermate neanche mentre parlava Gheddafi. I morti nella sola Tripoli durante i bombardamenti sui manifestanti scesi in piazza sembrano essere circa mille.

Ma se Tripoli è rimasta la roccaforte di Gheddafi, difesa da pochi apparati dell’esercito e da mercenari, il comitato di liberazione che guida la rivoluzione è deciso a continuare e ha già lanciato l’appello di manifestare e conquistare l’ultima città che farebbe cadere di fatto definitivamente il rais.

Intanto il governo italiano è in forte crisi, e rischia di affondare insieme al rais libico. Piazza Affari, ieri, ha subito un misterioso stop dovuto a problemi tecnici non meglio definiti. Fatto sta, che le previsioni se fosse stata aperta la Borsa davano una partenza intorno ad un meno 10%. Il flusso di gas verso l’Italia e l’Europa attraverso Greenstream, ha annunciato l’Eni, sono del tutto sospese. La retorica dei respingimenti resa possibile grazie a tutte le contropartite economiche giocate dal governo sulla pelle dei migranti rischiano di saltare. Berlusconi, ieri ha chiamato al telefono l’amico Gheddafi, i media naturalmente parlano di una condanna alla forte repressione. Ma la domanda è cosa si sta muovendo dietro? Il governo italiano può abbandonare con tutti gli investimenti che ha in Libia e che la Libia ha in Italia, Gheddafi? Insomma, Berlusconi si renderà complice ulteriormente?

Da oggi parte probabilmente l’ultima fase, in cui Gheddafi si giocherà il tutto per tutto. Ieri ha preparato il terreno per la guerra civile e difficilmente oggi lo abbandonerà. La rivoluzione del 17 febbraio da una parte e il regime dall’altra, con i suoi mercenari e caccia bobardieri. Da notare comunque che in questo contesto anche le migliaia di profughi e migranti sub sahariani stanno diventando bersagli inconsapevoli della caccia al mercenario.

Comunque il termometro di questa soggettività che stà trasformando le sorti del mondo lo misuriamo da questi messaggi che dalla Libia tramite twitter sono stati mandati in tutto il mondo:“Tell the word we died for our country tell them we died with honor. Goodbye.

“ Il segreto è che siamo sognatori, siamo utopistici, ma non di quei sognatori che stanno sempre con il cuscino sotto la testa sulla veranda di casa, siamo sognatori con i piedi piantati per terra, siamo sognatori con gli occhi bene aperti, siamo sognatori che conoscono gli amici e conoscono i nemici”