La battaglia dei referendum

Car* compagn*,

vorrei segnalarvi che ormai è aperta la campagna elettorale referendaria per i 2 sì all’acqua pubblica e contro il nucleare.

La campagna è già in salita, non solo per la decisione del governo di non accorpare le votazioni dei referendum con le amministrative che si svolgono il 15 maggio, e quindi di fissare la celebrazione dei referendum il 12 giugno (a scuole chiuse e con l’estate in agguato, spudorato tentativo di far saltare il quorum), cui è stato opposto ricorso alla corte costituzionale (ma non ci scommetto nulla sul suo accoglimento), ma anche perchè c’è un’ombra famelica che si allunga sui referendum, l’ombra di Di Pietro che ha raccolto le firme sul nucleare e adesso sta tentando di appropriarsi della paternità di quello sull’acqua. In più Di Pietro ha proposto il referendum sul legittimo impedimento, che si presenta come una specie di plebiscito pro o contro Berlusconi, che rischia di oscurare tutti gli altri e di aprire una deriva politicista che potrebbe mettere tra parentesi il profondo significato sociale e ambientale degli altri.

Tra l’altro i referendum sull’acqua non sono soltanto sull’acqua, ma in generale contro la privatizzazione dei beni comuni, l’art. 1 del primo referendum cita espressamente il sistema dei trasporti pubblici urbani e quello della raccolta dei rifiuti come non privatizzabili.

Quindi abbiamo l’occasione di condurre una grande battaglia sociale, ma anche culturale e politica, di valenza generale, che riesca ad aggregare dal basso, forze sociali non necessariamente contaminate dal fetore che emana dai cadaveri in avanzato stato di decomposizione dei partiti politici e di organizzazioni sindacali o di scopo che vivono in rapporto simbiotico con le istituzioni.

D’altra parte la valanga dell’oltre un milione e quattrocento mila firme con cui sono state corredate le richieste dei referendum è indice di una disponibilità diffusa a livello di massa a farla finita con l’ubriacatura neoliberista e privatizzante che tanti guasti ha prodotto negli ultimi decenni.

Lo stesso referendum sul nucleare, che è nato come trovata propagandistica dell’istrione Di Pietro, ha oggi, in maniera forse cinicamente paradossale, grandi possibilità di essere vincente, se solo pensiamo alle notizie/immagini choccanti del blocco delle centrali giapponesi dopo la terribile devastazione dello tsunami/terremoto.

Pare però che tutti questo ai compagni e alle compagne di Brescia non importi granchè. Altrimenti non si spiegherebbe il loro non intervento e durante la campagna della raccolta di firme ed oggi che ormai siamo alla vigilia della scadenza elettorale.

Certamente non siamo in un periodo in cui la militanza è l’orizzonte quotidiano che attraversa la vita di molti/e di noi e coloro che invece tirano la carretta sono a volte allo stremo delle forze.

Né voglio sostenere che la battaglia sui referendum sia più importante di altre. Tante altre sono ugualmente degne e necessarie.

Semplicemente affermo che la battaglia per l’acqua e contro il nucleare, che faccia emergere la possibilità di un ciclo virtuoso rifondativo della politica e della società basate sulla difesa, la coltivazione, il rispetto dei beni comuni, si trova oggi ad uno snodo fondamentale. Ci rendiamo conto che questa battaglia entra oggi e per i prossimi tre mesi in una fase decisiva? O forse siamo talmente abituati a perdere e a piangerci addosso, che l’idea che si possa vincere non ci deve neanche sfiorare? O forse pensiamo che entrerà in campo qualche entità taumaturgica che ci risolverà i problemi o almeno ci risolleverà il morale?.

Quest’estate, durante i preparativi della festa della radio, mentre si allestivano i vari stand, ero rimasto piacevolmente sorpreso dagli addobbi e quindi dalla caratterizzaione visiva e quindi politica che i compagni e le compagne della salamaia avevano dato al proprio stand: il leit motiv era quello dell’acqua pubblica.

Allora, mi sono detto, quet’argomento ha fatto breccia tra tanti e tante di noi.

C’è un però. Perchè non c’era nessuno di questi equeste tanti e tante a raccogliere firme, perchè adesso non si comincia a partecipare alle riunioni che stanno lanciando quella, che, ora e per i prossimi tre mesi potrebbe e dovrebbe essere la madre di tutte le battaglie? Esagero? MAH!

Magari qualcun* particolarmente ortodoss* potrebbe pensare che a Brescia questa battaglia è

inquinata dalla forte presenza delle parrochhie e dei cattolici. Certo però che, se non ci si misura concretamente su tali questioni, la parte più genuinamente antiliberista o addirittura anticapitalista rischia di essere sempre in minoranza anche se si sbatte.

Possibile che i vari comitati ambientalisti, che dal centro città alla periferia si impegnano su temi importanti, non abbiano la sensibilità di cogliere l’importanza di questa battaglia, che, ripeto, è improcrastinabile. Tra tre mesi, infatti, non ci sarà più. Forse non riusciamo ad immaginare quale contraccolpo negativo potrebbe derivare dalla sconfitta di questi referendum soprattutto per l’iniziativa a livello di base, che dovrebbe stare a cuore a tant* di noi.

Queste note confuse vogliono essere un po’ una specie di invito/appello con il cuore in mano, un appello a partecipare ai lavori e alle iniziative, alla battaglia del comitato referendario bresciano

“2 SI’ per l’acqua bene comune”. Si può aderire come gruppi, comitati, collettive e associazioni organizzate versando 50 euro al comitato oppure come singol* compagn* versando 20 euro, questi soldi serviranno a finanziare la campagna elettorale.

Martedì 22 marzo presso i comboniani, viale Venezia 116, ci sarà una prima assemblea pubblica con Marco Bersani.

Sabato 26 marzo a Roma ci sarà la manifestazione nazionale incentrata sulla difesa dell’acqua pubblica e di tutti i beni comuni, da Brescia partirà un pullman alle ore 6 da via Volturno-piazzale Iveco (contributo 10 euro). Spero che quel giorno riusciremo a mettere da parte qualche impegno.

Occorre la forza, la ragione e la partecipazione di tutt* noi. Non perdiamola questa occasione.

Ciao

Pino

 

armi da brescia alla libia…

E’ accertato. Il governo Berlusconi nel 2009 ha autorizzato l’invio a Gheddafi di oltre 11mila tra pistole e fucili semiautomatici di alta precisione e di tipo quasi militare della ditta Beretta decidendo poi di non segnalarlo all’Unione europea”. Lo riportano in un comunicato, diffuso oggi alla stampa, la Rete Italiana per il Disarmo e la Tavola della Pace.

Le due organizzazioni affermano di aver ottenuto i documenti di esportazione e presa in carico da parte dei funzionari del regime di Gheddafidelle armi transitate per Malta. Si tratta di 7.500 pistole semiautomatiche modello Beretta PX4 Storm cal. 9×19, di 1.900 carabine semiautomatichemodello Beretta CX4 Storm cal. 9×19 e di 1.800 fucili Benelli modo M4 cal.12 sempre della ditta Beretta esportate dall’Italia via Malta.

“Oltre 11mila tra carabine, fucili e pistole del valore di quasi otto milioni di euro – tutti sistemi d’arma semiautomatici di alta precisione e talune di tipo quasi militare, ma autorizzate come “armi da difesa” – sono stati esportati nel 2009 con beneplacito del governo Berlusconi dalla Fabbrica d’armi Beretta al colonnello Gheddafi. Il fatto non sarebbe mai venuto alla luce se non ci fosse stata la nostra indagine su documenti resi pubblici dal governo maltese a seguito di discrepanze nei rapporti europei” – affermano nel comunicato congiunto la Rete Italiana per il Disarmo e la Tavola della Pace.

Le due organizzazioni definiscono “grave e irresponsabile” la condotta dei ministri degli Esteri, Franco Frattini, e degli Interni, Roberto Maroni e stigmatizzano le “reiterate falsità” del ministro della Difesa, Ignazio La Russa, sul tema delle forniture militari italiane alla Libia (La ricostruzione dettagliata di tutta la vicenda della fornitura di armi è riportata a fondo pagina).

L’elevato valore della partita (oltre 79 milioni di euro) – valore rettificato verbalmente solo nei giorni scorsi da parte dei funzionari maltesi adducendo un “errore di trascrizione” (!) – sommato al fatto che non Malta bensì l’Italia e è uno dei maggiori produttori ed esportatori mondiali di armi leggere e, soprattutto, che l’esportazione di quelle armi al regime del colonnello Gheddafi non è mai stata riportata dal Governo italiano nell’appositaRelazione annuale della Presidenza del Consiglio e nemmeno agli organi competenti dell’Unione Europea avevano indotto in un primo tempo le due organizzazioni – e anche il sito di Unimondo – a pensare ad una “triangolazione”: un escamotage, cioè, da parte del governo italiano per eludere il controllo parlamentare e soprattutto delle organizzazioni nazionali che da anni tengono monitorato il commercio di armamenti.

“Al di là del singolare “errore di trascrizione” dei funzionari maltesi – che avevano inizialmente riportato un carico di oltre 79 milioni di euro invece che di 7,9 milioni di euro di armi, una faccenda ancora poco chiara sulla quale il Governo dove ancora rispondere in Parlamento – abbiamo ampiamente accertato che l’Italia nel 2009 ha esportato oltre 11mila armi di tipo semiautomatico, molto simili a quelle militari e comunque estremamente letali alla Libia senza darne alcuna comunicazione né al Parlamento né all’Unione Europea” – afferma Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Italiana per il Disarmo. “Seppure, stando alle procedure burocratiche, l’autorizzazione possa anche essere fatta rientrare nella normativa nazionale prevista per le armi di ‘non specifico uso militare’, resta il fatto – gravissimo – che il Governo italiano abbia deciso di non segnalarla nelle relazioni all’Unione Europeasenza poi fare un passo ufficiale di chiarezza una volta esploso il caso segnalato congiuntamente da Tavola della Pace e Rete Disarmo” e riportato da numerosi organi di stampa nazionale (tra cui le agenzie AnsaAsca) e internazionali (si veda a fondo pagina).

“Il ministro La Russa – spiega Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della pace – ha cercato di sviare l’attenzione dalla faccenda affermando pubblicamente che ‘il Ministero della Difesa non ha dato nemmeno un coltellino per unghie a Gheddafi’. E’ vero – commenta Lotti. Non si tratta di coltellini per unghie, ma di vere e proprie armi che oggi stanno facendo stragi di civili. Non è forse vero che il suo Ministero il 17 ottobre 2008 ha autorizzato la vendita di armi alla Libia per 3 milioni di euro? In ogni caso, al popolo libico interessa molto poco se le armi italiane siano state esportate con il consenso del Ministero degli Interni, degli Esteri o della Difesa. Sta di fatto che quelle armi vengono oggi usate per reprimere nel sangue chi si oppone al regime di Gheddafi. Che ne pensa il ministro degli Interni, Roberto Maroni? E’ lui che ha autorizzato l’invio di 11.100 armi al regime di Gheddafi”.

“Stesso discorso per il ministro Frattini – aggiunge Giorgio Beretta, caporedattore del portale Unimondo e analista della Rete Disarmo. Il ministro degli Esteri sa bene che – seppur sia stato sollevato l’embargo di armi verso la Libia – è incaricato di far eseguire la Posizione Comune dell’Unione europea sulle esportazioni di armamenti (la 2008/944/PESC, qui in .pdf)”. Tale decisione comunitaria chiede espressamente ai governi prima di ogni esportazione di armi di accertare il “rispetto dei diritti umani nel paese di destinazione finale”, il “rispetto del diritto internazionale umanitario da parte di detto paese” e dirifiutare le esportazione di armi “qualora esista un rischio evidente che la tecnologia o le attrezzature militari da esportare possano essere utilizzate a fini di repressione interna” (Criterio 2).

“Signor Ministro, chi le ha dato le necessarie garanzie? Forse Gheddafi quando è venuto a Roma nel giugno del 2009? – chiede Giorgio Beretta. E, badi bene, quelle armi sono state personalmente prese in carico – come ha certificato l’Ambasciatore italiano a Tripoli, Vincenzo Schioppa – dal Colonnello libico Abdelsalam Abdel Majid Mohamed El Daimi, Direttore della Direzione Armamenti della Pubblica Sicurezza del colonnello Gheddafi, non quindi da una qualsiasi ditta autorizzata alla rivendita al dettaglio di “armi per uso civile”: sono cioè armi consegnate a funzionari del regime del rais e, lei signor Ministro non può dirsi estraneo alla faccenda” – conclude l’analista di Rete Disarmo.

“Vi è poi una grave mancanza di trasparenza della ditta Beretta” – aggiunge Carlo Tombola, direttore dell’Osservatorio sulle armi leggere (OPAL) con sede a Brescia. “A seguito del comunicato della Rete Disarmo la ditta bresciana produttrice delle armi esportate alla Libia si è prontamente pronunciata per ‘smentire seccamente’ il coinvolgimento nella fornitura di 79 milioni di euro di armi leggere alla Libia tramite Malta riportato da organi di stampa belgi, maltesi e italiani. Ma la ditta si è guardata bene dal dichiarare che in quello stesso anno aveva inviato oltre 11mila armi di sua fabbricazione ai funzionari del colonnello Gheddafi. Per non dire poi che le armi esportate sono di fatto alquanto simili a quelle presenti nel catalogo militare della Beretta (vedi qui). Le variazioni sono minime, assolutamente irrilevanti ai fini della repressione interna” – conclude Tombola.

La Rete italiana per il disarmo e la Tavola della pace avanzano quindi una serie di richieste urgenti al Governo e al Parlamento italiano.

“Chiediamo al Governo italiano di fare immediata chiarezza sull’intera vicenda delle “armi leggere” italiane esportate via Malta alla Libia mostrando in Parlamento tutti i documenti ufficiali di esportazione e di transito e dimostrando che erano davvero solo del valore di 7,9 milioni di euro e non – come inizialmente riportato da Malta – di oltre 79 milioni di euro. Inoltre il Governo dovrebbe informare noi e tutti i cittadini a riguardo di chi sia oggi in effettivo possesso delle 11mila armi semiautomatiche italiane finite in Libia, che utilizzo ne venga fatto in questi giorni in cui – come riportano accreditate fonti di stampa internazionali – è in atto una violenta repressione della popolazione da parte del regime del colonnello Gheddafi”.

Tavola della Pace e Rete Italiana per il Disarmo sollecitano poi il Parlamento “affinché interroghi il Governo su tutto l’insieme delle armi vendute dall’Italia alla Libia, su tutte le forniture di armamenti, i servizi e le operazioni militari congiunte col regime di Gheddafi sia che siano state effettuate dal ministero degli Interni, degli Esteri e da quello della Difesa. Quante armi abbiamo venduto in questi ultimi anni alla Libia, quali, quando e in base a quali accordi politici e militari?” – domandano le due organizzazioni.

Tavola della Pace e Rete Italiana per il Disarmo chiedono inoltre “ai Ministri Maroni e Frattini di spiegare in Parlamento sulla base di quale criteri della Posizione Comune dell’Unione Europea e, quindi, di quali effettive garanzie di tutela dei diritti umani sia stata autorizzata l’esportazione di oltre 11mila armi semiautomatiche al Direttore della Direzione Armamenti della Pubblica Sicurezza del regime di Gheddafi”.

E domandano infine “al Ministro della Difesa Ignazio La Russa di spiegare in cosa consista l’autorizzazione rilasciata dal suo Ministero il 17 ottobre 2008 del valore di 3 milioni di euro avente come destinatario la Libia (Autorizzazione “Nulla Osta” n.53861 del Ministero della Difesa) e che tipo di armamenti prodotti dalla ditta Oto Melara del valore di 3 milioni di euro siano stati esportati su autorizzazione sempre del suo Dicastero (SMD/47890/05) segnalata nella Relazione della Presidenza del Consiglio nel 2009″.

Le due organizzazioni rinnovano “le richieste al Governosospendere con atto formale e di fatto tutte le forniture di armamenti e ogni forma di aiuti e cooperazione militare con i paesi del Nord Africa (Algeria, Egitto, TunisiaLibia, Marocco, Yemen e Bahrein) le cui popolazioni in questi mesi hanno manifestato e stanno manifestando contro regimi dispotici e illiberali”.

Tavola della Pace e Rete Italiana per il Disarmo, infine, “rinnovano la richiesta al Governo e a tutte le forze parlamentari di stralciare le annunciate – e peggiorative modifiche alla legislazione nazionale sulle esportazioni di armamenti dalla Legge Comunitaria attualmente in discussione nelle commissioni parlamentari per aprire un serio e approfondito confronto con le associazioni della società civile sulla normativa sui controlli all’esportazione di armi alla luce delle recenti direttive europee”.

 

Ricostruzione del caso delle armi italiane alla Libia di Gheddafi

 

  1. La Rete Italiana per il Disarmo e della Tavola della Pace per prime con un comunicato del 24 febbraio hanno denunciato l’affaire, dai contorni tipici di una triangolazione, delle armi italiane fornite nel 2009 al regime di Gheddafi. Il caso è emerso a causa di quello che solo successivamente è stato detto essere un “errore di battitura” da parte di funzionari maltesi all’Unione Europea: sul caso ha poi fatto una certa luce anche un’indagine giornalistica del sito della rivista Altreconomia.
  2. Il caso è questo: il governo de La Valletta nel 2010 ha notificato all’Unione Europea la fornitura alla Libia oltre 79 milioni di euro di armi della categoria ML 1 e cioè “armi ad anima liscia di calibro inferiore a 20 mm e armi automatiche di calibro 12,7 mm o inferiore”. Una fornitura puntualmente riportata da Malta nel Rapporto 2010 dell’Unione Europea sulle esportazioni di armamenti (scaricabile qui) pubblicato lo scorso gennaio, nel quale però non appariva alcuna menzione dell’Italia come effettivo fornitore che, anzi, risultava appunto essere Malta che però smentiva di essere il “produttore” di quelle armi.
  3. Con l’inizio della manifestazioni popolari in Libia, la Rete Italiana per il Disarmo ha prontamente contattato il governo maltese per avere dettagli sulla fornitura di quelle armi alla Libia. Il ministero degli Esteri maltese con una nota scritta e senza verificare il valore totale della fornituraassicurava alla Rete Disarmo e anche altri organi di stampa belgi e maltesi che si trattava di armi “di provenienza italiana che non hanno mai toccato il suolo maltese” e il cui produttore ed esportatore aveva presentato “una licenza delle Autorità italiane” e pertanto il transito era stato autorizzato dai funzionari delle dogane maltesi. Nessuna rettifica in quel momento sul valore della fornitura di armi (cioè 79.689.691 di euro) alla Libia. Il ministero degli Esteri maltese però precisava che “il destinatario finale della consegna era il Governo libico” come era stato loro “confermato dall’ambasciata italiana a Tripoli”: poiché nel 2009 non erano attive forme di sanzione verso il governo libico “l’autorizzazione al transito era stata rilasciata senza problemi” dalle dogane maltesi.
  4. Tutti questi elementi confluivano nel succitato comunicato congiunto di Rete Disarmo e Tavola della Pace e inducevano le due organizzazioni a pensare ad una “triangolazione” di armi da parte dell’Italia: la tipologia delle armi (la classificazione ML1 dell’UE, cioè le cosiddette “armi leggere” di cui l’Italia e non Malta è uno dei maggiori produttori ed esportatori mondiali), il transito per Malta (assolutamente non necessario vista la breve distanza tra l’Italia e la Libia) e – soprattutto – l’elevato valore della partita (oltre 79 milioni di euro) sommato al fatto che l’esportazione di quelle armi al regime del colonnello Gheddafi non era stata mai riportata dal Governo italiano nell’apposita Relazione annuale della Presidenza del Consiglio e nemmeno agli organi competenti dell’Unione Europea inducevano infatti a pensare ad un escamotage per eludere il controllo parlamentare e soprattutto delle organizzazioni che da anni tengono monitorato il commercio italiano di armamenti.
  5. Nella serata del 24 febbraio la ditta Fabbrica d’Armi Pietro Beretta – con un comunicato tuttora irreperibile sul sito ufficiale dell’azienda – smentiva “seccamente” e giudicava “priva di qualunque fondamento” la notizia relativa ad una “presunta fornitura di 79 milioni di euro di armi da parte dell’azienda al governo libico tramite Malta” e ribadiva “di operare nel pieno rispetto dei regolamenti, normative e procedure che regolano la commercializzazione di armi a livello mondiale”. La ditta bresciana – sebbene espressamente richiesta dalla Rete Disarmo di offrire dati o notizie atti a “fare chiarezza su un trasferimento di armi oscuro e problematico” replicava di non essere in “grado di fornire dati o notizie che possano aiutare a far luce su questa vicenda specifica”. E questo nonostante la ditta Beretta sapesse per certo di aver esportato proprio nel novembre del 2009 oltre 11mila armi semiautomatiche ai funzionari del regime di Gheddafi.
  6. A seguito dell’indagine indipendente delle associazioni italiane ed europee, il governo maltese, adducendo un “errore di battitura” (“a typing error” dovuto all’aggiunta di uno “zero”) da parte della compagnia navale, nei giorni scorsi ha rettificato il valore complessivo della fornitura: non €79.369.000 (79 milioni) bensì solo €7.936.900 (7,9 milioni). La questione resta comunque da appurare nella sua completezza richiedendo al Governo italiano e maltese di esibire tutti i documenti ufficiali di autorizzazione, esportazione e transito del carico.
  7. L’indagine della Rete Italiana per il Disarmo ha dimostrato (con documenti ufficiali alla mano) che comunque nel 2009 vi è stata di fatto un’esportazione partita dal porto di La Spezia e autorizzata dalle competenti autorità italiane ma mai notificata al Parlamento e all’Unione Europea di 7.500 pistole semiautomatiche modello Beretta PX4 Storm cal. 9×19; di 1.900 carabine semiautomatiche modello Beretta CX4 Storm cal. 9×19 e di 1.800 fucili Benelli modo M4 cal.12 sempre della ditta Beretta verso la Libia el valore di all’incirca 8 milioni di euro. Questa esportazione non è mai stata segnalata da parte dei competenti uffici governativi italiani all’Unione Europea.
  8. Tra l’altro il “semiautomatico M4 Super 90 della Benelli è il fucile a canna liscia usato dal corpo dei Marines USA dal 1998” – riporta il sito ufficiale della ditta. “L’azienda Benelli ha vinto il bando di concorso indetto dal Centro dell’esercito statunitense per la ricerca, sviluppo e ingenierizzazione delle armi, superando tutti i rigidi requisiti richiesti” – sostiene con orgoglio la ditta. Anche le altre armi di tipo semiautomatico sono per tipologia molto simili alle armi in dotazione a corpi militari. Le semi-automatiche PX4 (www.px4storm.it) possono avere caricatori da oltre 10 colpi (fino a 15) e sono disegnate in maniera ergonomica per permettere uno sparo più facile, con un peso davvero ridotto di circa 800 grammi. Ancora più impressionanti sono le carabine CX4 Storm (www.cx4storm.it): secondo i dati tecnici diffusi dalla stessa Beretta si tratta di una “carabina semi-automatica di facilissimo impiego, con grande affidabilità e stabilità nel tiro in rapida successione. La canna in acciaio ad alta resistenza garantisce un elevato standard di precisione”. La carabina può essere accoppiata, tra le altre cose, con sistemi di puntamento ottico e laser.

 

Venerdì 18 marzo: al “28 Maggio” di Rovato arriva la Cina con il libro di Paolo Do “Il tallone del drago”

da “rovato.org

Venerdì 18 marzo alle ore 20,30 il centro sociale “28 Maggio” di via Europa, 54 a Rovato (di fronte al vecchio campo da rugby, zona stazione Fs) ospita un appuntamento internazionale dedicato alla Cina e ai suoi cambiamenti che ormai riguardano tutto il mondo.

A Rovato arriverà infatti Paolo Do, dottorando di ricerca presso il dipartimento di “Business and Management” della Queen Mary University of London e per lungo tempo residente in Cina.

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ADRO: PROVOCAZIONI LEGHISTE ALLA VIGILIA DEL 17 MARZO

da “radiondadurto.org”

Ennesima provocazione leghista nel comune franciacortino di Adro, tristemente noto per il tappezzamento di simboli leghisti voluti dal sindaco Oscar Lancini. Per domani l’Anpi locale ha indetto una giornata di iniziative in ricordo dei Fratelli Dandolo, eroi risorgimentali ai quali era intitolata la scuola del paese prima che il nuovo polo scolastico fosse intitolato a Gianfranco Miglio. Appuntamento davanti al Municipio alle ore 10.

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Giappone: esplosione in una centrale nucleare…e vorrebbero installarle anche da noi…

IL PROGRAMMA NUCLEARE IN GIAPPONE
Il Giappone possiede 52 centrali nucleari che soddisfano circa il 25% del fabbisogno energetico del paese. Il governo nipponico ha recentemente puntato al rilancio dell’energia nucleare mediante la progettazione di nuove centrali.

Il piano governativo del premier nipponico Koizumi prevede di giungere al 50% di copertura del fabbisogno nazionale tramite l’energia nucleare ma non sono poche le voci di protesta. Ovunque si cerchi di costruire nuove centrali atomiche sorgono dal nulla referendum popolari locali e proteste da parte dei cittadini. Ed i recenti incidenti alle centrali nucleari nipponiche non contribuiscono a ricreare un clima di fiducia tra i cittadini.

Nel Paese del Sol Levante sono infatti stati registrati frequenti incidenti nelle centrali nucleari, fortunatamente tutti di piccola entità. L’ultimo nel 1999, dalla centrale di Tokaimura fuoriuscì vapore radioattivo ed investì almeno 200 persone causando due morti accertate. Ed anche di recente sembrano essere avvenuti incidenti alle centrali nucleari nipponiche nel silenzio dei media e delle autorità, così si apprende da alcune notizie pubblicate a seguito dell’incidente del 9 agosto 2004.

“Secondo la rete tv pubblica ‘Nhk’, poi, un altro incidente piuttosto serio, con fuoriuscita di acqua di raffreddamento radioattiva, era avvenuto in un reattore della centrale nucleare di Shimane il 24 luglio scorso, ma è stato reso noto solo ieri sera dalla società di gestione ‘Chugoku Electric Power’. Proprio ieri sera nella stessa centrale era scoppiato un incendio, presto domato, nel deposito di scorie nucleari a basso livello di radioattività.” (LaStampa.it)

Il problema della sicurezza del nucleare resta ed è evidente che non può essere garantita in qualsiasi attività umana. Nel caso del nucleare le conseguenze possono però essere gravi e irreversibili per le popolazioni di interi continenti.

Le notizie si rincorrono, ma il fatto sembra confermato: è stata udita un’esplosione all’internodella centrale nucleare di Fukushima, Giappone. Dopo ilterremoto che ieri ha sconvolto l’isola, i tecnici avevano dato praticamente per certi i danni strutturali al complesso energetico: e ora, ci sarebbero anche dei feriti.

L’ESPLOSIONE – Pochi minuti dopo le 3 e mezza, ora locale: un grosso boato si ode dal complesso nucleare di Fukushima, 200 chilometri a nord di Tokyo. L’agenzia internazionale in lingua ingleseKyodo racconta la storia, rilanciando la tv pubblica NHK.

Quattro persone sono state ferite in un esplosione avvenuta nel reattore numero 1 della centrale 1 di Fukushima, colpita ieri dal sisma: ne da notizia la società di gestione Tokyo Electric Power. L’esplosione è stata udita alle 3.36 pm dopo molti tremori e una colonna di fumo bianco che è stata vista sollevarsi nella fabbrica della prefettura di Fukushima, ha detto la compagnia. I quattro lavoratori stavano lavorando per accomodare i problemi causati dal potente terremoto che ha sconvolto il giappone nordorientale solo ieri.

 

Delta in rivolta: pirateria e guerriglia contro le multinazionali del petrolio in Nigeria

da lottaunita.org

Da decenni la popolazione in Nigeria si batte contro lo sfruttamento selvaggio della propria terra da parte delle multinazionali del petrolio e del gas (tra le quali spicca la nostrana Eni-Agip), ma qui da noi il silenzio mediatico è al limite della censura. Sono decisamente rari i libri, infatti, pubblicati in Italia sulla rivolta che sta infiammando la Nigeria ed in particolar modo la zona del Delta del Niger, e non è affatto un caso strano, visto il livello di responsabilità e complicità del nostro paese nel conflitto dell’area.
Gli interessi dell’Eni, holding di San Donato Milanese, in questa regione strategica sono infatti enormi e la sua presenza risale al 1962: il petrolio del Delta alimenta le nostre automobili, il gas del Delta, attraverso i rigassificatori, accende i nostri fornelli e scalda le nostre case. Contemporaneamente il governo italiano non ha mai smesso di rifornire l’esercito nigeriano, al fine di reprimere il popolo in rivolta. Risale a febbraio del 2009, infatti, la visita del ministro degli esteri Frattini al presidente nigeriano Yar’Adua, in cui il ministro italiano ha assicurato ulteriori forniture e aiuti militari per reprimere la rivolta nel Delta a protezione delle estrazioni di gas e petrolio, dichiarando che “il governo nigeriano è interessato a usare tecnologie italiane, navi leggere, veicoli speciali, blindati Lince, aerei, tecnologie radar e controlli satellitari Alenia”.
La Nigeria oltre ad essere, con i suoi 130 milioni di abitanti, il paese più popoloso del continente africano, è anche il suo maggior esportatore di petrolio ed è il classico esempio degli esiti nefasti delle politiche coloniali nei cosiddetti paesi del terzo mondo.
Nel 1956, quando vennero scoperti enormi giacimenti di petrolio sotto le paludi del Delta del Niger, sogni e illusioni di prosperità dilagarono tra l’intera popolazione nigeriana, tutto sembrava possibile: una povera nazione africana miracolata da una smisurata e improvvisa ricchezza, quella dell’oro nero, poteva riscattarsi e autonomamente decidere del proprio futuro.
Gli unici, però, a trarre vantaggio dalle estrazioni di petrolio furono, e lo sono tuttora, da un lato le multinazionali degli idrocarburi, a cominciare dal colosso della Shell, che controlla circa la metà del greggio complessivo, passando per le varie Total, Mobil, Elf, Texaco, Chevron e la nostrana Eni-Agip, dall’altro la cricca di governanti ultra-corrotti nigeriani, mentre per l’intera popolazione fame, miseria e inquinamento.
L’avidità e la smania delle multinazionali, dunque, hanno svelato in poco tempo la terribile sentenza di morte che attendeva il popolo nigeriano: dopo mezzo secolo di sfruttamento dell’oro nero la situazione sociale, economica ed ambientale della Nigeria è, infatti, alla rovina. La Nigeria, dopo circa quattro decenni di produzione ininterrotta di petrolio, è diventata, dagli inizi degli anni novanta, completamente dipendente a livello economico dall’estrazione petrolifera generando, con la produzione del grezzo, il 40% del prodotto interno lordo. A dispetto delle incredibili ricchezze generate dal petrolio, i benefici della produzione di questa materia prima non hanno toccato la popolazione nativa che lentamente, dagli anni sessanta in poi, ha cominciato ad abbandonare le campagne e quella che è sempre stata l’attività principale: l’agricoltura. La produzione annuale di prodotti agricoli è crollata nell’ultima decade del XX secolo; la produzione di cacao è diminuita del 43% (la Nigeria era una delle più grandi esportatrici di cacao negli anni sessanta); la produzione del grano è diminuita del 29%, quella del cotone del 65%, quella di arachidi del 64%. La maggior parte degli strati della popolazione, specialmente di quella del Delta del Niger, sono rimasti poveri e degradati esattamente come negli anni sessanta. Il Delta del Niger ha una popolazione stabilmente in crescita stimata in circa 30 milioni di persone (2005), il 23% circa della popolazione totale della Nigeria. La densità abitativa è tra le più alte del mondo con 265 individui per chilometro quadrato. Questa popolazione si sta espandendo al ritmo del 3% all’anno e la capitale del petrolio, Port Harcourt, sta subendo una enorme crescita urbana. La povertà e l’urbanizzazione hanno portato ad uno stato in cui la corruzione è un fatto acquisito. Lo scenario risultante vede una incredibile urbanizzazione non accompagnata da sviluppo economico; di qui la disoccupazione a livelli intollerabili.
Sull’argomento è stato pubblicato a giugno di quest’anno un interessante libro dal titolo “Delta in rivolta” a cura di Daniele Pepino, ediz. Porfido, che volentieri segnaliamo con questo breve articolo perché lo riteniamo un eccellente contributo alla comprensione del conflitto in corso e degli interessi delle multinazionali nell’area ed anche un prezioso megafono di quel grido di rivolta e di dignità da cui gli animi intorpiditi di noi “privilegiati” d’Occidente avremmo molto da imparare. Da decenni la popolazione, infatti, si batte contro lo sfruttamento selvaggio della propria terra da parte delle multinazionali del petrolio e del gas e tra occupazioni di impianti e sabotaggi, manifestazioni non violente e azioni di guerriglia, una multiforme resistenza dimostra come sia ancora possibile opporsi alla devastazione sociale e ambientale che il capitalismo porta con sé.
Ed è in questo contesto di forte povertà e tentativi di resistenza che negli anni 2005 e 2006 nel Delta del Niger ha fatto la propria comparsa il Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger, gruppo di guerriglieri caratterizzato da un’organizzazione forte e da obiettivi precisi, quali la liberazione della regione dalle multinazionali straniere e il controllo delle ricchezze del sottosuolo da parte delle popolazioni native considerate legittime. In questo contesto, vengono tutt’oggi portati a compimento attacchi di guerriglia di varia natura tra i quali distruzione di oleodotti e sequestri di personale di compagnie petrolifere.
Vogliamo concludere questo scritto con la prima parte dell’introduzione del volume “Delta in rivolta”, con la speranza che la voluta brevità dell’articolo abbia solleticato il vostro interesse nel leggerlo e soprattutto vi abbia convinto, in questo periodo di censura e oscurantismo, della necessità di documentarsi sulle esperienze di lotta e resistenza che si sviluppano nel mondo, perché, anche se vogliono avvolgerli nel più rigoroso silenzio, ci sono milioni di persone che si battono contro i dettami del nuovo ordine mondiale ed urlano che questo non è il mondo migliore possibile!
< In Nigeria, tutte le speranze nella democrazia e nel benessere suscitate dall’indipendenza e dalla scoperta del petrolio, sono naufragate tra le paludi del Delta del fiume Niger, affondate dallo sfruttamento selvaggio di multinazionali come la Shell, l’AGIP, la Chevron e dai corrotti governi locali. All’ombra di un cielo inquinato e di un mare senza pesci, «la gente ha cominciato a pensare: “Dobbiamo armarci se non vogliamo morire”. La violenza genera violenza. E quando una persona perde la speranza, si sente devastata, e finisce per dire: “O combatto o tanto vale che muoia”». Così, a bordo di motoscafi veloci, con passamontagna, fucili automatici e kalashnikov, i ribelli del Delta sono passati al contrattacco, sabotando l’industria del petrolio. Sono la voce armata di una intera popolazione, stremata da decenni di saccheggio delle risorse e dalla repressione militare che tenta in ogni modo di stroncarne le proteste. Si battono per la fine dell’inquinamento delle loro terre, per il risarcimento dei danni subiti e la restituzione delle risorse alle comunità locali. Questo libro è un omaggio alla loro battaglia.

8 marzo di lotta

da Infoaut

altIn Italia tantissime le piazze convocate quest’oggi dentro dimensioni istituzionali e affini, nella pochezza del festeggiamento della scadenza, quindi espressione di piazze delle quali non ci si può affatto accontentare… pretendendo che anche l’8 marzo sia un giorno di lotta! eccedendo la ricorrenza e portando in piazza i contenuti che quotidianamente attraversano gli spazi e le realtà sociali del nostro paese.

Differenza che si è manifestanta in molte città d’Italia, incompatibilità che si è espressa nel rifiuto delle categorie educate e comode così come nella rivendicazione della riappropriazione di corpi e vite non assumibili dalla mercificazione e dalla strumentalità.

A Treviso il vicesindaco leghista Giancarlo Gentilini è stato contestato con un lancio di carciofi, scelto dalle donne in piazza come simbolo da portare in piazza dentro la giornata dell’8 marzo nel rifiuto della mimosa come dono e protesta contro il caro-vita. Due compagne sono state denunciate per il lancio dei carciofi che hanno sfiorato il volto dello sceriffo verde.

A Torino questo pomeriggio si è tenuto un presidio di diverse centinaia di donne: concentramento in piazza Castello, sotto il palazzo della Regione Piemonte, luogo dove non poteva mancare la contestazione alla delibera Ferrero quindi alla giunta del governatore leghista. Presidio che ha avuto la forza di diventare corteo e di spingersi per le vie del centro cittadino, concludendo nel cuore della movida torinese, piazza Vittorio. “Meglio insicure che violentate” e “Le donne sanno scegliere da sole” gli striscioni che hanno aperto il corteo, con chiaro riferimento a quanto successo – uno stupro – in una caserma dei carabinieri a Roma solo qualche giorno fa…

“Basta alla divisione tra brave ragazze e ragazze non per bene. Siamo tutte non per bene” è invece il leit motiv che ha aperto il corteo notturno a Roma, che ha sfilato per le vie della capitale, dalla Bocca della verità a Campo dei Fiori. Le “Indecorose e libere” hanno scelto il colore rosso per distinguersi quest’oggi, tonalità simbolo delle sex workers, la cui determinazione è stata esplicitata dagli slogan e dagli striscioni: “Riprendiamoci le nostre vite”, “Sul nostro corpo nessuna strumentalizzazione”, “Non c’è un cazzo da ridere”.

A Milano presidio in piazza Cordusio, dove le ultime compagne rimaste dopo lo scioglimento della manifestazione sono state circondate e minacciate dalla digos, che le identificate, imputando loro la paternalità dello striscione che già era stato oggetto di tensioni in passato (“Nei Cie la polizia stupra”), in riferimento alla vicenda di Joy.

Tante manifestazioni anche fuori dai nostri confini, da Il Cairo a Khartum, passando per Ankara. Tante capitali del mondo sono state attraversate dalla protesta delle donne. Un 8 marzo costituitosi nella differenza dai precedenti anni, dato anche dall’onda di protagonismo femminile nelle rivolte che stanno terremotando il mondo arabo – i riferimenti al Maghreb, negli striscioni e nei cori è stata trasversale e comune! I numeri più importanti ad Ankara, dove migliaia hanno denunciato le atrocità dei delitti d’onore e le correlazioni che questi hanno attraverso la legislazione della Turchia, dove assume il ruolo di vera e propria piaga che uccide 200 donne l’anno.


PRESIDIO DI SOLIDARIETA’ SOTTO IL CARCERE

Presidio in solidarietà
giovedì 10 marzo dalle ore 17.00
sotto il carcere di Canton Mombello
I detenuti della casa Circondariale di Brescia (Canton Monbello) hanno deciso di mettere in atto uno sciopero generale del vitto lunedì 7 marzo fino a giovedì 17 con battitura sui blindati dalle ore 8.00 alle 8.30, dalle ore 12.00 alle ore 12.30, e dalle ore 17.30 alle ore 18.00, questo dovuto al sovraffollamento e soprattutto alla mancata concessione di pene alternative da parte delle autorità competenti.

Addio ad Alberto Granado compagno di viaggio del Che

da Repubblica.it

E’ morto a 88 anni all’Avana. All’inizio degli anni Cinquanta era stato protagonista con Guevara del viaggio raccontato in “I diari della motocicletta”. “Prima volevamo conoscere il mondo, dopo volevamo cambiarlo”

Addio ad Alberto Granado compagno di viaggio del CheL’AVANA – “Quella motocicletta ci ha permesso di andarcene in fretta. Dalla famiglia, dagli amici, dalle fidanzate. Volevamo conoscere il mondo, avere un contatto con i popoli. Ma poi ci siamo resi conto che il mondo è grande, e quel che volevamo fare era un po’ troppo. E siamo rimasti in America Latina”. E’ cominciato così un viaggio che sarebbe diventato leggendario, ma chi poteva ricordarlo da protagonista non c’è più: è morto a Cuba Alberto Granado, il compagno di Ernesto Guevara nel celebre viaggio in moto attraverso il quale i due amici, all’inizio degli anni Cinquanta, entrambi studenti universitari cominciarono, senza saperlo, la costruzione di un mito.

VIDEO “I diari della motocicletta”

Granado aveva 88 anni. Nato nel 1922 a Cordoba in Argentina, laureato in Farmacologia e Scienze naturali, viveva dal 1961 a Cuba dove aveva fondato la Scuola medica di Santiago. Abitava in una casa del quartiere Miramar, all’Avana, con la moglie Delia.

Gioviale, simpatico, alter ego dissacrante del Che, di Granado resta il ritratto cinematografico tracciato nel film I diari della motocicletta di Walter Salles (Oscar nel 2005), oltre che nel documentario In viaggio con il Che di Gianni Minà. Fu proprio Granado ad annotare nei diari i dettagli di una straordinaria avventura che diventò anche una solida amicizia. In sella a quella Norton del 1939 ribattezzata “La poderosa”. “Non mi ha mai dimenticato e io non ha dimenticato lui”, disse in un’intervista del 2005 alla Bbc.

Granado era stato spesso in Italia e aveva rilasciato numerose interviste. In cui ricordava volentieri l’avventura che cambiò le loro vite. “Prima volevamo conoscere tutto il mondo, dopo volevamo cambiarlo. Il Che – disse – è stato l’uomo di cui avremmo bisogno anche ora per creare un mondo migliore. Era molto esigente con se stesso. Il maggior difetto che aveva era quello di avere troppe virtù”.

 

“ Il segreto è che siamo sognatori, siamo utopistici, ma non di quei sognatori che stanno sempre con il cuscino sotto la testa sulla veranda di casa, siamo sognatori con i piedi piantati per terra, siamo sognatori con gli occhi bene aperti, siamo sognatori che conoscono gli amici e conoscono i nemici”