IL TRAGICO FALLIMENTO DEL POST-COMUNISMO NELL’EUROPA DELL’EST

DI ROSSEN VASSILEV

Global Research

Poco prima del giorno di natale dello scorso anno, un disperato ingegnere della TV pubblica che protestava per le controverse misure economiche prese dal governo, si è gettato dal balcone del parlamento rumeno durante un discorso del primo ministro. A quanto pare l’uomo, sopravvissuto al tentato suicidio, prima di buttarsi ha urlato: “Avete strappato il pane dalle bocche dei nostri bambini! Avete ucciso il loro futuro!” L’uomo, in seguito identificato comeAdrian Sobaru di 41 anni, indossava una maglietta con la scritta: “Avete ucciso il nostro futuro” e il suo giovane figlio, autistico, ha recentemente perso ogni sussidio pubblico a causa dei recenti tagli al bilancio operati dal governo. Il tentativo di suicidio è stato trasmesso in diretta dalla TV pubblica rumena durante il discorso del primo ministroEmil Boc, in seguito a un fallito voto di sfiducia nei confronti del suo governo conservatore. Le misure di austerità fiscale e salariale per le quali il signor Sobaru protestava includevano tagli salariali del 25% nei confronti dei dipendenti pubblici e pesanti tagli ai sussidi pubblici per genitori con figli disabili, che lui aveva ricevuto fino a poco prima.
Secondo la locale agenzia stampa Agerpres, le urla disperate dell’uomo nel parlamento ricordavano drammaticamente quelle sentite durante la rivoluzione anticomunista che fece crollare il regime autocratico e pro-occidentale di NicolaeCeausescu.

Il caos economico

Il tragico gesto del signor Sobaru, in seguito trasmesso su tutte le TV mondiali, ha mosso a compassione tanti rumeni che in essohanno individuato il simbolo delle feroci ingiustizie e ineguaglianze dell’era post-comunista. La Romania è caduta in una pesante recessione e la sua disastrata economia dovrebbe perdere almeno il 2% nel 2010, dopo essersi ridotta del 7.1% l’annoprecendente. Invece di cercare di sostenere i disoccupati e i più svantaggiati, il governo di Bucarest che secondo vari rapporti risulta essere caratterizzato da corruzione, favoritismi e nepotismo, ha tagliato il salario pubblico di un quarto e bloccato del tutto la spesa pubblica, il contributo per il riscaldamento per i poveri così come ogni benefit per disoccupazione, maternità e per i disabili. Allo stesso tempo, la tassa sul commercio è salita dal 19 al 24 per cento nel tentativo di abbassare il deficit pubblico sotto il 6.8%, per venire incontro alle rigide richieste fiscali della UE, di cui la Romania è entrata a far parte dal gennaio 2007.
Queste dure misure di austerità hanno indignato milioni di rumeni che appena riescono a finire il mese, in un paese nel quale lo stipendio mensile medio è di 400 euro. Manifestazioni rabbiose che hanno portato per le strade decine di migliaia di rumenisono la prova della profonda indignazione per la povertà di massa e l’infinita crisi economica che ha portato la Romania sull’orlo della bancarotta. “Questo non è capitalismo, nei paesi capitalisti avete una classe media”, afferma una dirigente di un minimarket di Bucarest a un reporter della Associated Press. Ma la società rumena – si lamenta lei – è divisa tra una piccola minoranza di gente molto ricca e un diffuso sottoproletariato impoverito.[1]
Sebbene la tragedia umana vista nel parlamento rumeno quel giorno pre-natalizio sia abbastanza sintomatica della dilagante miseria e della fine della speranza per una vita migliore, tuttavia essa avrebbe potuto verificarsi facilmente in qualunque altro paese ex-comunista, dove si soffre lo stesso per la mancanza di impiego, povertà di massa, salari in declino, forti tagli alla spesa pubblica e declino dello standard di vita. Proprio mentre il signor Sobaru cercava di suicidarsi, molti dei 20.000 medici degli ospedali della Repubblica Ceca abbandonavano il loro lavoro per protestare in massa contro la decisione del primo ministroPetr Necas di tagliare tutte le spese pubbliche, inclusa la spesa sanitaria, di almeno il 10% per riuscire a tenere a galla la difficile situazione finanziaria del paese. Queste dimissioni di massa fanno parte della campagna “Grazie ma ce ne andiamo” lanciata dal personale paramedico in tutto il paese che intende fare pressione sulle autorità di Praga per un aumento salariale e per ottenere migliori condizioni lavorative di tutto il personale medico. Davanti alla peggior crisi del settore sanità nella storia del paese ex-comunista, che stava mettendo in pericolo la vita di molti pazienti, il governo ceco ha minacciato lo stato di emergenza che ha costretto i medici a tornare al lavoro per non andare incontro a pesanti conseguenze legali e finanziarie.
Sarebbe necessario ricordare anche le largamente ignorate rivolte contro la fame avvenute nel 2009 in Lettonia, il tanto lodato ‘miracolo baltico’ così caro ai maggiori media occidentali, dove il primo ministro in carica Valdis Dombrovskis è stato rieletto ne 2010 nonostante i suoi pesanti tagli nel settore pubblico e i già miseri standard di vita dei lettoni ( la campagna elettorale si era concentrata sullo scontro tra i nazionalisti lettoni e la numerosa e irrequieta minoranza di lingua russa presente nel paese). Secondo il dottor Michael Hudson, professore di Economia presso la University of Missouri, a causa dei profondi tagli governativi al welfare, all’istruzione, salute, trasporto pubblico e ad altre spese di infrastrutture sociali che minacciano di colpire la sicurezza economica, lo sviluppo sul lungo termine e la stabilità politica di tutti i paesi del blocco ex-sovietico, i giovani stanno emigrando in massa per migliorare le loro vite invece di soffrire per un’economia senza opportunità lavorative. Per esempio, più del 12% della popolazione lettone (e una percentuale molto più ampia della sua forza lavoro) ora vive e lavora all’estero.
Quando la ‘bolla neoliberista’ è scoppiata nel 2008, scrive il professor Hudson, il governo conservatore lettone ha ottenuto ingenti prestiti dalla UE e dal FMI a condizioni così svantaggiose che le durissime misure di austerità che ne sono conseguite hanno ridotto l’economia lettone del 25% (le vicine Estonia e Lituania hanno vissuto un declino economico simile) e la disoccupazione, in questo momento al 22%, continua ad aumentare. Con ben oltre il 10% della propria popolazione lavorandofuori dai confini nazionali, i lettoni all’estero inviano a casa loro qualunque cosa per aiutare a sopravvivere le loro disagiate famiglie. I bambini lettoni (pochi, infatti i matrimoni e la natalità in questo paese baltico sono crollati) in questo modo vengono lasciati ‘come orfani’, e gli esperti in materie sociali si chiedono come potrà questo paese di 2.3 milioni di abitanti a sopravvivere in senso demografico.[2] Questi sono i risultati delle misure di austerità del post-comunismo che hanno tagliato le gambe alla popolazione e salvato i creditori internazionali e le banche locali.

La diffusione del populismo di destra

La profonda crisi economica e la diffusa disoccupazione lungo il mondo ex-comunista ha portato al potere alcuni partiti radicali e politici che hanno abbracciato il nazionalismo populista di destra. Il Fidesz ungherese (Unione Civica Ungherese), uno spregiudicato partito nazionalista di destra, ha vinto le elezioni parlamentari in aprile del 2010 col 52.73% dei voti. Jobbik(Movimento per un’Ungheria Migliore), partito xenofobo di estrema destra, è arrivato terzo col 16.67% dei voti. In mezzo auna disastrosa depressione economica, la destra nazionalista ha vinto la maggior parte del voto popolare riportando in vita il tradizionale capro espiatorio ungherese delle minoranze etniche e accusando in particolar modo ebrei e zingari per la diffusa mancanza di lavoro e povertà del paese. Un membro eletto al parlamento del Fidesz, Oszkár Molnár, ha proclamato: “Amo l’Ungheria, amo gli ungheresi e preferisco gli interessi ungheresi rispetto a quelli del capitale finanziario globale o del capitale ebraico che vuole divorare il nostro mondo e in particolare l’Ungheria. Nessun suo collega di partito lo ha contestato, nemmeno in pubblico.
Nel dicembre 2010, con una maggioranza parlamentare di due terzi, il Fidesz ha permesso l’approvazione di una misura draconiana sui media, che ha dato al governo la libertà di esercitare un rigido controllo sui media privati. Questa controversa nuova legge ha spinto manifestanti a scendere per le strade di Budapest con cartelloni pubblicitari in bianco per protestare contro la censura proposta dal governo. La legge ha anche attirato le critiche della UE (di cui l’Ungheria è membro dal maggio 2004) che vede la proposta come una ‘minaccia alla libertà di stampa’ e ‘una seria minaccia alla democrazia’ dal momento che prevede pesanti multe e altre penalità per chi pubblica o trasmette attraverso media e internet informazione ‘sbilanciata’ o ‘immorale’, in particolar modo se critica del governo, in un paese dove un terzo della popolazione vive sotto la soglia di povertà. I critici lamentano che la legge più restrittiva d’Europa sui media soffocherà il pluralismo e porterà indietro le lancette della democrazia in questo paese dal passato comunista.
La stampa tedesca in particolare ha accusato il primo ministro ungherese Viktor Orbán per aver non solo messo la museruola ai media locali, ma anche perché vuole far comandare il Fidesz in maniera esclusiva, portando l’Ungheria verso un ‘Führerstaat’ totalitario (in modo simile, gli opinionisti ungheresi lamentano la strisciante ‘Orbánizzazione’ del loro paese). Károly Vörös, editore del quotidiano ungherese Népszabadság, protesta perché la nuova legge sui media vuole ‘istillare un sentimento di paura nei giornalisti’ e perché ‘l’intero stato ungherese si sta dissolvendo in modo sistematico’.[3] Ma il populista di tipo berlusconianoOrbán ha percepito il profondo malessere dell’ungherese medio, intrappolato nel vortice della globalizzazione, nei confronti del capitalismo, della UE e degli Stati Uniti e ora ha assunto un atteggiamento di sfida, così come aveva già fatto in passato, avvertendo la UE di non intromettersi negli affari interni dell’Ungheria: “ È la UE che dovrebbe adattarsi all’Ungheria e non viceversa..” (L’Ungheria è dal 1 gennaio scorso presidente di turno della UE, carica che dura 6 mesi). In verità, molti ungheresi sospettano che la nuova legge sui mezzi di comunicazione sia solo un diversivo per distrarre l’attenzione pubblica dai laceranti problemi economici del paese.
Un’altra figura autocratica, Boyko Borisov, un tempo capo della ex-polizia nazionale dall’oscuro passato comunista e, a quanto si dice, con legami con il sottobosco criminale locale, governa la Bulgaria, diventata membro della UE a gennaio del 2007 nonostante fosse lo stato col più alto indice di corruzione e criminalità del blocco di paesi ex-sovietici, a parte il Kosovo, stato guidato dalla mafia (altro candidato membro della UE, forse già per il 2015). Il successo alle elezioni del luglio 2009 dell’uomo forte di stampo mussoliniano Borisov e del suo partito di destra GERB (Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria) non deve sosrprendere in un paese la cui difficile situazione è diventata la più emblematica della traiettoria aberrante e dell’ondata di malcontento del post-comunismo. Secondo quasi ogni indicatore macroeconomico, l’attuale condizione della Bulgaria è peggiore rispetto a quella del suo passato comunista.
Le statistiche ufficiali mostrano che sia il PIL che il reddito pro-capite della popolazione sono crollati, la rete di sicurezza sociale è stata disintegrata e anche la sopravvivenza fisica di tanti bulgari impoveriti è a rischio. L’effetto immediato delle ‘riforme’ orientate al mercato è stato la distruzione dell’industria e dell’agricoltura bulgare, disoccupazione, inflazione, drammatica disuguaglianza dei salari, povertà schiacciante e anche malnutrizione. Il crimine organizzato e la corruzione endemica sotto formadi nepotismo e favoritismi, concussione, peculato, corruzione, clientelismo, contrabbando, racket, scommesse illegali, prostituzione e pornografia hanno imposto un severo dazio sugli standard di vita e sui mezzi di sussistenza dell’era post-comunista. Un altro sciagurato effetto consiste nella diffusa trascuratezza dei diritti sociali ed economici dei bulgari medi, per i quali la giornata lavorativa di 8 ore non è altro che un ricordo.
La disastrata condizione economica, in cambio, ha generato un clima politico piuttosto mutevole e imprevedibile. Nessuno dei governi eletti nel tormentato periodo post-comunista è riuscito a sopravvivere per più di un mandato (spesso non sono riusciti aconcluderlo). Questa mutevolezza dimostra che la natura instabile della politica in Bulgaria è dovuta alla catastrofe della situazione economica e alla chiara incapacità dei dirigenti dei partiti esistenti di offrire una soluzione credibile. Stanchi del declino economico, del disinteresse del governo, della malversazione estrema, del crimine crescente e della corruzione, i bulgari dannosempre un voto di protesta contro la presa di potere di gruppi di politici incompetenti, autoreferenziali, corrotti e criminali che cercano solo il proprio profitto. Ma la fine di questa miseria sembra essere lontana, specialmente perché il governo di Borisovha imposto un draconiano bilancio di austerità, tagliando almeno il 20% della spesa pubblica.
Allo stesso tempo, la politica è diventata di gran lunga il business più proficuo e anche meno rischioso di qualunque attività imprenditoriale. Così i partiti politici sono diventati come avide corporazioni e ben organizzate cricche prive di ogni scrupolo in cerca di lucro, che cercano di arrivare al potere per arricchirsi sfruttando la letargia della popolazione addomesticata e saccheggiando le risorse del paese, specialmente ora che il paese conta con notevoli quantità di fondi di aiuto straniero e diinvertimenti dalle UE. Potenti interessi di origine spesso criminale organizzano e finanziano tutti i maggiori partiti politici, aggiungendo in questo modo elementi fortemente plutocratici a una oligarchia sostanzialmente cleptocratica e di stampo mafioso.Ecco perché la gente comune non vede alcuna differenza tra il loro corrotto governo e i ben organizzati consorzi criminali. Quindi non sorprende sentire i bulgari riferirsi al proprio paese come uno ‘stato mafioso’, ‘repubblica delle banane’, ‘circo’ e ‘Absurd-istan’. Stanno ancora aspettando l’arrivo, a lungo promesso, del capitalismo ‘normale’ e di una democrazia ‘normale’ dove la sicurezza economica personale, stipendi sufficienti e decenti standard di vita sostituiranno la mancanza di lavoro, la povertà estrema, la condizione dei senzatetto e lo scoraggiamento sociale. Circa 1.2 milioni di bulgari (il 16% della popolazione), per lo più giovani, hanno espresso il loro voto andando all’estero in cerca di migliori condizioni (l’emigrazione dei poveri ha contribuito a ridurre la popolazione bulgara dai quasi 9 milioni del 1989 a circa 7 milioni di oggi).

Crollo del sostegno popolare

Subito dopo il crollo del comunismo, i paesi del passato blocco sovietico e altri stati ex-comunisti della regione sono diventati neoliberisti ( e un discreto numero di essi sono anche stati smembrati a livello territoriale) e, ad eccezione delle piccole élitelocali pro-occidentali che si comportano da criminali, le loro popolazioni hanno raggiunto una povertà da terzo mondo. Quasi tutti questi 28 paesi eurasiatici hanno sperimentato un declino economico su lungo termine di dimensioni catastrofiche (solo la Polonia è riuscita a sorpassare il PIL che aveva durante il comunismo). Pesanti ricadute economiche, corruzione radicata, e diffuso senso di frustrazione nella popolazione, insieme alle privazioni e sofferenze dell’apparentemente infinita transizione post-comunista, stanno minando il prestigio delle nuove autorità e anche la fiducia della popolazione nella democrazia occidentale e nel capitalismo basato sul mercato. Una nuova generazione di plutocrati rapaci e insensibili, affamati di ricchezza e potere, ha saccheggiato – attraverso un ingiusto e corrotto processo di privatizzazione – i beni dell’economia di stato dei regimi passati e ha ricreato in casa i peggiori eccessi del capitalismo dickensiano del secolo XIX, come se il progresso del secolo XX non fosse mai esistito. In mezzo alla diffusa mancanza di lavoro, all’indigenza, malnutrizione e anche fame, sono sorte in tutte le città grandi ville private di lusso estremo come sontuosi simboli di guadagni illeciti e di ricchezze impensabili per la gente comune che lotta per trovare un lavoro, pagare le bollette e trovare case a prezzi decenti. Questa ‘nuova classe’ di nouveau riche dagli agganci giusti a livello politico, che vive una lussuosa Dolce Vita, sembra essere pronta a commettere qualunque crimine per ottenere profitti e per arricchirsi facilmente, agisce secondo il principio di Luigi XV ‘Après moi, le déluge’ e distrugge le speranze di chiunque per aumentare il proprio profitto e modernizzare il proprio paese secondo lo stile di una nazione ‘civilizzata’. Gli unici affari fiorenti in molte delle ‘economie emergenti’ sembrano derivare dal crimine organizzato, di solito gestito dai cleptocratipresenti nei circoli di potere.
Mentre questo gruppo parassitario di ‘nuovi ricchi’ si arricchisce – in parte evadendo le tasse grazie al nuovo sistema di leggi retrograde di ‘aliquota unica’ – i cittadini dei paesi ex-comunisti ora devono pagare l’assistenza medica, una volta governativa e gratuita, anche se devono pagare imposte salariali, sui mutui e sulle vendite – cose che non dovevano pagare sotto i regimi comunisti. C’è anche la monetizzazione e/o privatizzazione dell’educazione che prima era gratuita, in particolar modo delle superiori e la novità di collegi, scuole e università privati dove gli studenti devono pagare la formazione, incluse le rette per gli esami di ammissione e altri esami obbligatori richiesti ad ogni livello del percorso educativo. I sussidi del governo per la sanità, l’educazione, il supporto legale per ottenere una casa, l’accesso all’elettricità e il trasporto pubblico stanno scomparendo nella corsa al taglio della spesa sociale e al deficit di bilancio, rendendo molto difficile la lotta per la sopravvivenza a molta gente. La regione è diventata una sorta di banco di prova per verificare fino a che livello si può privare la popolazione dei propri diritti sociali ed economici, come quello al salario minimo, vacanze pagate, accesso libero e gratuito al servizio sanitario, all’educazione e alle spese legali, alla pensione all’età di 60 anni per gli uomini e di 55 per le donne e infine al diritto a unirsi ai sindacati. Ma, nonostante i crescenti livelli di disoccupazione e sottoccupazione, la ferrea disciplina del mercato e la mancanza di social welfare o anche di un benché minimo sostegno sociale, l’antico detto dell’era comunista ‘Loro (i padroni) fanno finta di pagarci, noi (i lavoratori) facciamo finta di lavorare’ sembra essere molto più veritiero oggi di quanto lo sia mai stato durante il comunismo. Perché oggi nessuno vuole lavorare sodo per i nuovi datori di lavoro privati e spesso stranieri che sembrano essere interessati solo a spremere quanto più possibile i lavoratori in cambio del minimo. Allo stesso tempo, l’educazione pubblica e le scienze, così come gli istituti di cultura, vengono colpiti in nome del risparmio dei ‘soldi dei contribuenti’ (per esempio l’Accademia nazionale delle scienze è già stata chiusa o sta per esserlo in un certo numero di questi paesi).
In questi paesi schiacciati dalla crisi dove gli standard di vita si sono deteriorati con l’aumento della disoccupazione, povertà e pauperismo, criminalità, così come l’abuso di alcol e droga, insieme a prezzi inaccessibili di cibo, casa e carburante, il consenso pubblico nei confronti dell’operato dei governi è pressoché minimo ovunque. E i paesi in cui questa discrepanza tra le aspettative della popolazione e l’operato dei governi diventa molto ampia, ovvero in quasi tutti i paesi ex-comunisti, l’adesione ai principi democratici si indebolisce sempre di più. I regimi che non compiono le promesse fatte, a lungo andare perdono la legittimità, rischiando crisi sistemiche (per esempio il paradigmatico caso della Germania di Weimar). Date le terribili condizionidi vita e lavorative, molti cittadini dei paesi ex-comunisti stanno perdendo la fiducia nel credo del capitalismo e della democrazia liberale. Tanti rigettano l’idea che i loro paesi siano di fatto democratici. La percezione negativa della popolazione non può che colpire l’attitudine democratica (cioè la percezione del valore della democrazia) e quindi il cosiddetto ‘deficit democratico’ è statisticamente piuttosto diffuso lungo l’intera regione. Le élite locali che governano stanno lentamente perdendo la loro legittimità.
Di conseguenza, proteste pubbliche e disordini sociali sono diffusi, inclusa la dozzina di controverse rivoluzioni ‘dei colori’, che hanno avuto successo o meno a seconda di quanto l’Occidente ha garantito il proprio appoggio contro governi legittimamente eletti ma diventati estremamente impopolari. Nel gennaio 2011, per esempio, sono stati uccisi molti manifestanti e 150 sono rimasti feriti durante una manifestazione contro il governo a Tirana, capitale dell’Albania. Il primo ministro albanese Sali Berishaha giurato che non avrebbe permesso l’abbattimento del suo governo, ma l’opposizione ha organizzato altre manifestazioni a Tirana e in altre città albanesi e ha promesso di organizzarne altre in futuro. I sostenitori del partito socialista, all’opposizione, accusano le autorità per la cattiva gestione finanziaria, la criminalità e la corruzione pandemiche, il crollo dell’economia e per la mancanza di servizi di pubblica utilità. Chiedono anche nuove elezioni, sostengono infatti che il governo ha falsato il voto delle elezioni vinte con minimo margine dai democratici di Berisha nel 2009. Le tensioni sono aumentate per l’accusa di Berisha nei confronti dei socialisti di aver tentato ‘una rivolta simile a quella tunisina’, riferendosi alla sanguinosa rivolta in Tunisia dove sono state uccise decine di persone. Simili proteste antigovernative si tengono regolarmente nella Georgia post-sovietica, nonostante i tentativi delle autorità ‘democratiche’di schiacciare il dissenso. L’opposizione contesta a Mikheil Saakashvili, l’uomo forte della Georgia, la disastrosa guerra con la Russia e il collasso del paese. ‘La stragrande maggioranza del paese è sull’orlo della povertà. Niente funziona in Georgia tranne lo stato di polizia’, ha detto Lasha Chkhartishvili del partito conservatore all’opposizione, ai giornalisti stranieri nel mese di febbraio durante le manifestazioni contro Saakashvili tenute intorno al palazzo del parlamento nella capitale georgiana, Tbilisi. “Il regime dittatoriale di Saakashvili presto cadrà perché la pazienza della popolazione ha un limite’[4]
Al momento, l’attenzione di tutti è diretta al mondo musulmano e al tentativo delle nazioni arabe a favore della democrazia di trasformare la politica lungo il Grande Medioriente. Ma il germe di queste sorprendenti rivolte esiste quasi dappertutto, specialmente nelle aree del post-comunismo. Provocare disordini per contestare la povertà, la mancanza di lavoro e il ladrocinio endemico da parte delle autorità dopo oltre 20 anni di dominio post-comunista incompetente, corrotto e disonesto – in combinazione con il disastroso esperimento di laissez faire dell’intero blocco ex sovietico –, ha prodotto una profonda instabilità regionale per cui la sopravvivenza di alcuni regimi sostenuti dall’Occidente sembra essere a rischio. Questo dato è confermato da una speculazione senza precedenti che ricorda fortemente il periodo subito anteriore alla caduta del comunismo – come i commenti di molti lettori sui forum dei media locali – sull’instabilità e reversibilità del nuovo ordine post- comunista e la sua possibile sostituzione con la ‘democrazia rivoluzionaria’ di certi paesi latinoamericani. Questo senso di insicurezza e di fragilità è stato rafforzato dall’ondata di nostalgia per il comunismo che attraversa i paesi ex-comunisti.

La nostalgia del comunismo

C’è una grande delusione per le mancate promesse dalle rivoluzioni del 1989, che hanno portato a un rapido declino degli standard di vita dei cittadini una volta comunisti. La diffusa esasperazione per l’impoverimento, la corruzione, la piccola criminalità e per il generale caos sociale che hanno caratterizzato la transizione al capitalismo e alla democrazia di stampo occidentale, ha prodotto una crescente nostalgia per il passato comunista tra la gente comune (quella che non fa parte dell’ élitecittadina e pro-occidentale di questi paesi), che guarda con simpatia ai ‘bei vecchi tempi’ del comunismo, una inquietante tendenza diffusa nella regione e conosciuta come ‘Soviet chic’.
Secondo l’Indagine Strategica e di Valutazione della Romania, recentemente pubblicata, il 45% dei rumeni ritiene che sarebbe stato meglio se non ci fosse stata la rivoluzione anti-comunista. Il 61% degli intervistati ha dichiarato di vivere in condizioni molto peggiori rispetto al periodo di Ceausescu, solo il 24% dichiara di vivere meglio ora. Se i risultati di questa inchiesta sono credibili (è stata condotta verso la fine del 2010 su un campione di 1476 adulti e può avere un margine di errore del più o meno 2.7%), allora Ceausescu ha assunto il valore di martire presso i rumeni. Almeno l’84% crede che è stato sbagliato giustiziarlo senza un processo equo e il 60% si dispiace della sua morte.[5] Secondo un’altra indagine recente, il 59% dei rumeni considera il comunismo una buona idea. Circa il 44% degli intervistati pensa che è stata una buona idea ma applicata male, mentre solo il 15% ritiene che sia stato ben realizzato. Appena il 29% dei rumeni vede il comunismo come una cattiva idea. Non ci sono differenze significative tra uomini e donne su questa domanda, ma le opinioni sul comunismo cambiano a seconda di età e luogo di residenza. La maggioranza di chi ha più di 40 anni vede nel comunismo una buona idea ( il 74% di questi ha più di 60 anni e il 64% è di età compresa tra i 40 e i 59 anni). Ma solo una minoranza delle nuove generazioni, che non hanno conosciuto il regime di Ceausescu, la pensa allo stesso modo (il 49% in età compresa tra 20 e 39 anni e solo il 31% di chi ha meno di 20 anni). Gli interpellati che vivono in zone rurali hanno una visione più positiva – solo il 21% di loro considera il comunismo una cattiva idea, rispetto al 34% di chi abita in zone urbane.[6] E molti rumeni ricordano con nostalgia i giorni felici di quando la maggioranza di loro avevano un lavoro stabile, case date dallo stato a prezzi popolari, salute pubblica, e vacanze pagate dal governo sul Mar nero. “Rimpiango la fine del comunismo – non per me, ma lo penso quando vedo i miei figli e nipoti lottare così tanto” racconta un meccanico in pensione di 68 anni. “Avevamo lavori sicuri e salari decenti sotto il comunismo. Avevamo abbastanza da mangiare e andavamo in vacanza con i bambini.”[7]
Il ‘Soviet chic’ è particolarmente popolare tra gli abitanti della ex Germania dell’est dove si parla di ‘Ostalgia’.[8] Secondo DerSpiegel, una rivista tedesca di orientamento conservatore, “a due decenni dal crollo del muro di Berlino, la glorificazione della Repubblica Democratica Tedesca è in crescita. I giovani e i benestanti sono tra coloro che legittimano la Repubblica Democratica Tedesca (RDT). “La RDT aveva più aspetti positivi che negativi. C’erano problemi ma si viveva bene”, sostiene il 49% degli intervistati. L’otto per cento dei tedeschi dell’est non ammette critiche nei confronti della loro ex patria o è d’accordo con l’affermazione secondo cui “la RDT aveva aspetti per lo più positivi. SI viveva più felici e meglio che nella Germania riunificata..” I risultati di questa inchiesta sono stati pubblicati per il ventesimo anniversario dalla caduta del muro di Berlino e rivelano la profonda nostalgia della ex Repubblica Democratica da parte di molti tedeschi dell’est. E non da parte di persone anziane. “È nata una nuova forma di Ostalgia” ha affermato lo storico Stefan Wolle. “Il desiderio di vivere in una dittatura idealizzata va oltre l’idealizzazione dei dirigenti governativi” si lamente Wolle. “Anche i giovani che non hanno vissuto durante la RDT la idealizzano”.
“Meno della metà dei giovani nella Germania est descrive la RDT come una dittatura, e la maggior parte sostiene che la Stasi era un normale servizio di intelligence.” Questa è la conclusione sui giovani della Germania est cui è arrivato il politologo KlausSchroeder, direttore di un istituto di ricerca alla Libera Università di Berlino che studia il passato stato comunista. Questi giovani non possono – e di fatto non vogliono – riconoscere i lati oscuri della RDT”. La ricerca di Schroeder fornisce una prospettiva scioccante sui delusi cittadini della ex RDT. “Oggi molti pensano di aver perso il paradiso quando cadde il muro” dice un abitante della Germania est, un altro uomo di 38 anni ringrazia dio per aver vissuto durante la RDT, perché solo dopo la sua fine ha visto gente senza un tetto, mendicanti e poveri che temono per la propria sopravvivenza. Oggi la Germania, così la descrivono in molti, è uno ‘stato schiavo’ e una ‘dittatura capitalista’, alcuni rifiutano del tutto la riunificazione perché la Germania appare essere troppo dittatioriale e capitalista, certamente non democratica. Queste opinioni, secondo Schroeder, sono allarmanti: “Temo che la maggioranza dei tedeschi dell’est non si riconoscano con l’attuale sistema sociopolitico”. Un altro cittadino dell’est sostiene nell’articolo dello Spiegel che “nel passato la gente si divertiva e godeva della propria libertà anche in un campeggio”. Ciò che più gli manca è “quella sensazione di amicizia e solidarietà”. Il suo verdetto sulla RDT è chiaro: “Per quanto mi riguarda, in quei tempi non vivevamo in una dittatura come quella di oggi”. Non solo vuole vedere di nuovo la parità salariale e pensionistica ma si lamenta del fatto che la gente ricorre all’inganno e alle menzogne dappertutto nella Germania riunificata. Le ingiustizie oggi vengono perpetrate in modo più ambiguo rispetto al passato, quando i salari da fame e la microcriminalità erano fenomeni del tutto sconosciuti.[10]
In risposta allo spirito nostalgico del comunismo, ampiamente diffuso nell’intera regione, e al radicale cambio d’opinione secondo cui l’ultimo leader della Polonia comunista, il generale Wojciech Jaruzelski, è molto più popolare del prima riverito ma ora marginalizzato Lech Walesa, ex leader del sindacato Solidarnosc, Nobel per la pace ed ex presidente della Polonia e icona dell’anticomunismo, i ferventi anti- comunisti polacchi hanno rivisto il codice penale e vi hanno incluso la proibizione di qualunque simbolo del comunismo. Sotto questa nuova legge degna dell’Inquisizione cattolica medievale, i polacchi possono essere multati e messi in prigione se trovati a cantare l’Internazionale, o se portano una bandiera rossa, una stella rossa o l’insegna della falce e il martello e altri simboli dell’era comunista, o se indossano una maglietta del Che Guevara. Allo stesso modo, il governo conservatore della Repubblica Ceca sta cercando di mettere fuorilegge il partito comunista delle regioni della Boemia e Moravia (anche se nell’ultima ha ottenuto l’undici per cento alle ultime elezioni tenute in maggio 2010 ed è rappresentato in entrambe le camere del parlamento) apparentemente perché la dirigenza si rifiuta di eliminare la sacrilega parola “Comunista” dal nome del partito. Molti paesi ex-comunisti membri della UE hanno chiesto a Bruxelles di far pressione affinché fosse proibito in tutta la comunità europea negare i crimini dei vecchi regimi comunisti. “Il principio della giustizia dovrebbe garantire un giusto trattamento per le vittime di tutti i regimi totalitari”, hanno scritto in una lettera indirizzata alla Commissione europea di giustizia i ministri degli esteri della Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Lettonia, Lituania e Romania, e hanno insistito sul fatto che “ il perdono pubblico, la negazione e la trivializzazione grossolana dei crimini dei regimi totalitari” dovrebbero essere criminalizzati in tutti i paesi membri della UE. Il parlamento europeo, dietro istigazione di deputati anti-comunisti provenienti da paesi post-comunisti, ha già approvato una controversa risoluzione sul “totalitarismo” che equipara il comunismo con il nazismo e fascismo. Ma queste misure punitive non hanno minimamente intaccato l’epidemia della nostalgia per il comunismo: la maglietta più in voga tra i berlinesi dell’est in questo momento riporta la seguente frase: “Ridatemi il mio muro. E questa volta fatelo due metri più alto!”

È il turno dei paesi ex-comunisti?

Con l’attenzione dei governi occidentali rivolta alle tensioni e ai conflitti del mondo arabo, si tende ad ignorare o dimenticare le crisi che attanagliano le nazioni ex-comuniste. Date le dilaganti diseguaglianze, la miseria, la corruzione dei governi e la criminalità organizzata che hanno caratterizzato l’ordine post-comunista, la situazione in queste terre non è meno incendiaria di quella del Nord Africa e del Medioriente e presto potrebbe diventare più agitata di quel che si può immaginare ora. È possibile tracciare uno scenario futuro simile a quello della Tunisia, Egitto e addirittura della Libia?
Per ora, i pazienti cittadini di questi paesi dopo aver sofferto già tanto, stanno stringendo i denti nella speranza che le prossime elezioni portino al potere un messianico salvatore su un cavallo bianco che – assistito dalla generosa assistenza dell’Occidente dalle tasche apparentemente mai vuote – alla fine possa liberare le loro società, colpite dal collasso economico e dalla povertà, dall’abisso in cui sono precipitate. La gente comune che vive in quei paesi crede che le rivoluzioni democratiche e le grandiaspettative siano state tradite, sequestrate o rubate da varie ‘forze oscure’, dall’élite ex-comunista che ha rimpiazzato il passato potere politico con quello economico, alla corrotta alleanza (agli occhi della popolazione di sinistra) tra gli ambiziosi pseudodemocratici locali e gli avidi capitalisti occidentali, e infine, a una insidiosa cospirazione che coinvolge l’FMI, la Banca Mondiale, la Soros Foundation e la ‘finanza ebraica internazionale’ (di solito, secondo gli estremisti della destra nazionalista). Si può dire, insieme a Sir Robert Chiltern della commedia di Wilde Un marito Ideale, che “Quando gli dei vogliono punirci esaudiscono le nostre preghiere”.

Solo il tempo può dire se le preghiere esaudite dei paesi ex-comunisti saranno state una punizione del cielo. D’altro canto, potrebbero sorgere nuove idee su come resistere al potere schiacciante delle banche internazionali e delle corporazioni con l’adozione di riforme di tipo progressista con l’obiettivo di creare un ordine mondiale democratico libero dai signori dellaglobalizzazione e dall’élite compradora locale ad essi asservita.

Note

[1] George Jahn, “In Romania, Turmoil Fuels Nostalgia for Communism,” Washington Post, 11 gennaio, 2011.
[2] Michael Hudson e Jeffrey Sommers, “Latvia Provides No Magic Solution for Indebted Economies,” Guardian.co.uk, 20dicembre, 2010.
[3] “There’s More at Stake than Just Freedom of the Press,” Der Spiegel International, 19 gennaio, 2011.
[4] “Saakashvili Has Turned Georgia into A Police State,” Interfax, 11 febbraio, 2011.
[5] “45% of Romanians Say ‘Ceauşescu, Please Forgive Us for Being Drunk in December (1989)’,” Bucharest Herald, 29dicembre, 2010.
[6] I risultati di questa indagine condotta tra un campione rappresentativo di rumeni tra il 22 ottobre e il 1 novembre 2010 sono stati pubblicati dall’Istituto per lo Studio dei Crimini del Comunismo e per la Memoria degli Esiliati Rumeni, questo il link: http://www.crimelecomunismului.ro/en/about_iiccr
[7] Jahn, “In Romania, Turmoil Fuels Nostalgia for Communism.”
[8] ‘Ostalgia’ deriva dalla parola in tedesco Ost (est) e Nostalgie (nostalgia) e si riferisce al diffuso senso di appartenenza a molti aspetti della vita della RDT.
[9] Julia Bonstein, “Majority of East Germans Feel Life Better under Communism,” Der Spiegel International, 3 luglio, 2009.
[10] Ibid. In un articolo scritto sul Guardian in occasione del ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino, un’accademica della ex-Germania dell’est lamenta il crollo della RDT che offriva “eguaglianza sociale e di genere, piena occupazione e la mancanza di paure esistenziali, e sosteneva le rendite”. Secondo lei l’unificazione ha “portato divisione sociali, disoccupazione diffusa, ricatti, un crasso materialismo dove si va avanti sgomitando”. Bruni de la Motte, “East Germans Lost Much in 1989: For Many in the GDR the Fall of the Berlin Wall and Unification Meant the Loss of Jobs, Homes, Security and Equality,” Guardian.co.uk, 8 novembre, 2009.
Titolo originale: “The Tragic Failure of “Post-Communism” in Eastern Europe”

Fonte: http://www.globalresearch.ca
Link
08.03.2011
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di RENATO MONTINI

 

Torturato per le informazioni a WikiLeaks‏


L’informatore di WikiLeaks Bradley Manning è vittima di torture brutali in una prigione militare degli Stati Uniti, come parte di uno sforzo complessivo per silenziare e intimidire future gole profonde. Il governo è diviso sugli abusi a Manning. Il Presidente Obama ha a cuore la reputazione globale degli Stati Uniti, e un appello globale enorme potrebbe indurlo a mettere fine alla tortura:

Sign the petition

In questo momento, l’informatore di WikiLeaks Bradley Manning è vittima di torture in una prigione militare americana. Manning è tenuto in totale isolamento, intervallato ogni giorno da momenti in cui viene spogliato, abusato e deriso dagli altri detenuti.

Manning è in attesa di giudizio per aver rivelato documenti contenenti segreti militari a WikiLeaks, incluso un video di soldati americani che massacrano civili iracheni. E iltrattamento brutale a lui riservato sembra far parte di una campagna intimidatoria per silenziare eventuali informatori e reprimere WikiLeaks. Il governo americano sull’argomento è diviso, con alcuni esponenti che hanno criticato pubblicamente i militari per il trattamento riservato a Manning, ma finora il Presidente Obama non si è espresso.

Obama ha a cuore la reputazione globale degli Stati Uniti, e noi dobbiamo dimostrargli che ora è in pericolo. Costruiamo un appello globale enorme al governo americano per fermare le torture a Manning, mettendoci così dalla parte della legge. Firma la petizione sotto: il nostro messaggio sarà consegnato attraverso una cartellonistica d’impatto e azioni forti a Washington DC non appena raggiungeremo le 250.000 firme:

https://secure.avaaz.org/it/bradley_manning/?vl

Gli Stati Uniti sulla carta sono contrari alla tortura. La Costituzione americana vieta “punizioni crudeli e inusuali”. E insieme a quasi cento altri paesi, gli Stati Uniti hanno firmato una convenzione internazionale che garantisce che tutti i prigionieri sono trattati “con umanità e nel rispetto della dignità della persona”. Ma oggi Bradley Manning è in isolamento totale in una cella senza lenzuola, senza potersi muovere e vittima di brutali umiliazioni che gli stanno causando seri rischi mentali. Tutto questo in violazione della legge americana e di quella internazionale.

Bradley è tenuto in stato di detenzione sotto lo status della “prevenzione del danno”, nonostante 16 rapporti redatti da professionisti militari per la salute mentale dicano che dovrebbe essere rimosso immediatamente da queste severe condizioni. I suoi avvocati stanno cercando di difendere i suoi diritti umani basilari davanti al giudice, ma ad oggi il tribunale militare responsabile per il destino di Bradley ha ignorato totalmente le sue sofferenze.

C’è stata un’azione repressiva enorme contro WikiLeaks da quando sono state rese pubbliche le notizie di crimini da parte dei militari americani in Afganistan e Iraq. Alcuni ritengono che la pressione brutale cui è sottoposto Bradley sia diretta a costringerlo a coinvolgere il fondatore di WikiLeaks Julian Assange. Ma Obama ha promesso agli americani e al mondo intero che lui avrebbe protetto, e non perseguitato, gli informatori:

“Spesso la migliore fonte d’informazione sui rifiuti, le frodi e gli abusi commessi da un governo è il dipendente pubblico che crede nell’etica pubblica e non ha paura di parlare. Questi atti di coraggio e patriottismo, che alle volte salvano addirittura vite umane e spesso i soldi dei contribuenti, dovrebbero essere incoraggiati anziché soffocati”.

Il trattamento crudele riservato a Bradley è esattamente l’opposto e manda un messaggio raccapricciante a quelli che vorrebbero rendere pubbliche informazioni importanti. Agiamo velocemente per esercitare una pressione internazionale sul governo degli Stati Uniti per rispondere al loro impegno per i diritti umani e per la protezione degli informatori, e mettere fine ai trattamenti crudeli cui sono sottoposti i suoi cittadini. Firma la petizione sotto:

https://secure.avaaz.org/it/bradley_manning/?vl

Bradley Manning dice di essere un patriota e ha ammesso di aver rilasciato le informazioni che riteneva il mondo avesse il diritto di sapere. Nonostante persone ragionevoli possano essere in disaccordo con l’approccio di WikiLeaks e sulla coscienza di coloro che hanno passato le informazioni, la tortura illegale di Bradley Manning, che deve ancora essere giudicato se abbia o meno commesso un crimine, è una vergognosa violazione dei diritti umani e della dignità umana.

Con speranza e determinazione,

Emma, Ricken, Pascal, Janet e il resto del team di Avaaz

Fonti:

La dichiarazione di Obama sull’importanza degli informatori sul suo sito ufficiale (in inglese):
http://change.gov/agenda/ethics_agenda/

WikiLeaks, si dimette Crowley, portavoce del dipartimento di stato:
http://www.repubblica.it/esteri/2011/03/13/news/wikileaks_si_dimette_crowley_portavoce_del_dipartimento_di_stato-13560709/

Manning, cresce la protesta per le condizioni carcerarie durissime:
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/manning-cresce-la-protesta/2146886

Human Rights Watch agli Stati Uniti: rispondete delle condizioni di detenzione di Bradley Manning (in inglese):
http://www.hrw.org/en/news/2011/03/16/us-explain-conditions-bradley-manning-s-confinement

Spogliato ogni notte, Bradley Manning racconta la sua difficile esperienza in carcere (in inglese):
http://www.guardian.co.uk/world/2011/mar/11/stripped-naked-bradley-manning-prison

Informatori di WikiLeaks e gole profonde: la linea dura di Obama (in inglese):
http://www.time.com/time/nation/article/0,8599,2058340,00.html

Le implicazioni del trattamento disumano di Bradley Manning (in inglese):
http://www.huffingtonpost.com/matt-kane/bradley-manning-obama_b_832933.html

Gli Stati Uniti s’impegnano per il rafforzamento dei diritti (in inglese):
http://www.nytimes.com/2011/03/19/world/19briefs-ART-Nations.html

Bradley Manning: i suoi capi d’imputazione (in inglese):
http://www.guardian.co.uk/law/interactive/2011/mar/04/bradley-manning-charge-sheet


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Boicotta Israele – Boicotta Nichi Vendola

[Comunicato del “Comitato con la Palestina nel cuore”, Roma] Il comunicato stampa della Press Regione-Agenzia giornalistica sulle dichiarazione del Presidente della Regione Puglia Niki Vendola molto sinceramente non ci sgomenta, perché perfettamente in linea sia con il personaggio, sia con il manifesto sionismo della stragrande maggioranza del panorama politico italiano.

Con la scusa della cultura ebraica e del suo festival in terra di Puglia Niki Vendola parla di questioni concrete come “rapporti economici, commerciali, istituzionali”, quelli che realmente stanno a cuore allo Stato di Israele, e non a caso questo è avvenuto a margine di un incontro con l’Ambasciatore di quello stato, e non certo con l’addetto culturale.

Vendola prosegue poi nel panegirico di Israele citando esempi calzanti non nel campo culturale ma in quello dei rapporti economici, cita infatti la trasformazione di “aree desertiche in luoghi produttivi e in giardini”, dice che Israele è un “Paese che si confronta col tema mondiale del governo del ciclo dell’acqua, dell’energia, dei rifiuti con pratiche di avanguardia” ecc.

Facciamo un po’ di chiarezza intanto su queste affermazioni:

Israele ha trasformato il deserto in giardini grazie al furto sistematico e costante dell’acqua del popolo palestinese, della Siria (alture del Golan) e del Libano (area delle Fattorie di Shebaa), i palestinesi vivono al limite della disidratazione, altro che governo del ciclo delle acque!, per quanto riguarda i rifiuti invece se Vendola si riferisce al sistema di trattamento usato dalla ArrowBio che la giunta Polverini vuole adottare nel Lazio e che si sta cercando di installare presso il comune di Guidonia non c’è nulla di innovativo, questo sistema viene proposto ed installato anche da ditte italiane, e sarebbe certamente trasparente conoscere i costi delle rispettive proposte; per l’energia basti ricordare che il 40% del fabbisogno del gas di Israele viene fornito dall’Egitto al 25% del costo di mercato, ovvero rapinando il popolo egiziano di questa ricchezza, e non a caso recentemente c’è stato un secondo attentato al gasdotto in questione.

Vendola non ricorda, non condanna, non deplora 60 anni di occupazione israeliana delle terre palestinesi, Vendola non spende una parola sul muro dell’apartheid, Vendola non chiede la liberazione degli 11.000 prigionieri palestinesi racchiusi nelle prigioni israeliane, per la maggior parte senza processo ma con detenzione amministrativa, Vendola non spende una parola sull’assedio inumano a cui è sottoposta la Striscia di Gaza, no, nulla di tutto questo, Vendola fa il panegirico di Israele e pensa agli affari!!!

Dulcis in fundo chiede di effettuare una visita ufficiale in Israele per far giungere ad un punto di svolta le relazioni bilaterali.

Che tristezza, l’uomo che si propone come rinnovatore della sinistra che mendica un incontro per accreditarsi quale amico dei sionisti!!!. Ha capito che in Italia non si fa carriera senza l’appoggio e la sudditanza al sionismo, e da buon politicante quale è sempre stato si accoda prontamente, cosa sono 60 anni di sofferenze e miserie del popolo palestinese di fronte ad un luminoso futuro alla giuda della sinistra italiana?

In Italia è in corso, con crescente successo, la campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni dell’economia israeliana, proponiamo di inserire Niki Vendola ed il suo partito nella lista dei prodotti da boicottare, non facciamo più sconti a chi ammanta di bella retorica la propria sudditanza al sionismo.

Comitato con la Palestina nel cuore – Roma

 

 

Primo maggio, al concertone è vietato parlare dei referendum su acqua e nucleare

da Giornalettismo.com

1 maggio 2011

Gli artisti costretti a firmare una liberatoria: chi apre bocca rischia una multa di decine di migliaia di euro

Il Comitato ‘Vota si’ per fermare il nucleare’, e’ fortemente contrario alla liberatoria che e’ stata fatta firmare agli artisti del Concertone del primo maggio ‘e che prevede decine di migliaia di euro di multa se si parla di acqua o nucleare’.

INACCETTABILE – ‘E’ un fatto inaccettabile – si legge in una nota del comitato che riunisce oltre 70 associazioni per il referendum del 12 e 13 giugno – che si aggiunge alla truffa in atto per scippare i referendum agli italiani. Ma aggireremo la censura: quello che non hanno potuto dire dal palco gli artisti lo hanno detto alle nostre telecamere. Le loro dichiarazioni saranno da domani sul sito www.fermiamoilnucleare.it’. Secondo il Comitato, in particolare, ‘e’ inaccettabile che da una parte non sia ancora stato approvato il regolamento che governa l’informazione per i referendum, che avrebbe dovuto gia’ essere in vigore, e dall’altra, invece, si applicano regole estemporanee e che, con ogni evidenza non rispettano il sentire degli italiani. Lo dimostrano anche le bandiere in piazza e la protesta degli artisti’. Insomma, conclude la nota, ‘quelle decine di migliaia di euro che pendono sulla liberta’ d’espressione degli artisti sono un’offesa inaccettabile alla liberta’ d’espressione e al pluralismo. Un’offesa agli italiani’.

… E GRAVE – ‘E’ veramente grave che qualcuno abbia pensato di impedire la libera espressione del pensiero in un’occasione pubblica come il concertone di oggi. E’ necessario capire chi, con spirito anti-libertario e anche arti-artistico, possa avere concepito simili condizioni per vietare agli artisti di esprimersi o di far parte di un comitato referendario. Sono clausole degne di un ministero della cultura popolare. Cose del genere non accadevano in Italia dai tempi del regime. Forse chi ha scritto quel testo pensava di essere in Iran! Gli artisti che hanno saputo reagire e denunciare la censura meritano un grazie per il loro gesto’. Lo afferma Ignazio Marino del Pd. In ogni caso le molto visibili bandiere di Greenpeace hanno accertato che lo spirito sui due referendum c’è.

 

NAPOLI: AGGRESSIONE DI CASA PUOND ALLA FEDERICO II

da Radiondadurto.org

Aggressione fascista a  all’interno dell’università Federico II. I compagni dei collettivi studenteschi hanno denunciato di avere subito un attacco da parte dei neofascisti di Casapound. Grave il bilancio: tre accoltellati. I compagni dei collettivi studenteschi stanno in questi istanti dando vita ad un corteo spontaneo che giungerà sotto la questura dove sono trattenuti 2  dei 3 compagni accoltellati. Tra i neofascisti responsabili dell’aggressione anche Enrico Tarantino, candidato alla municipalità in una lista di centrodestra, finito sotto i riflettori della cronaca per aver festeggiato nei giorni scorsi sul suo profilo Facebook il compleanno di Hitler. Il servizio con Marco, studente di lettere all’università Federico II.

EcoParade – Reclaim your life!


SABATO 7 MAGGIO ECOPARADE – RECLAMA LA TUA VITA!
Concentramento: parcheggio Alfa Acciai (Brescia, Via San Polo) alle ore 14:30 e partenza alle ore 15.00, conclusione pzza Loggia ore 20.00.

Il parcheggio è RAGGIUNGIBILE con gli AUTOBUS delle linee urbane 1-9-16

Percorso della parata: Alfa Acciai, via S.Polo, cavalcavia Kolbe, via Mantova, piazza Arnaldo, corso Magenta, corso Zanardelli, via X Giornate, piazza della Loggia.

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La beatificazione di Wojtyla è un’operazione di marketing

da MicroMega

di don Paolo Farinella

Il 1° maggio, universalmente giorno dedicato ai lavoratori, in Italia è stato requisito dalla gerarchia cattolica, segnatamente dal Vaticano che ha deciso di beatificare Giovanni Paolo II, il papa polacco, in questo giorno, con una volontà di prevaricazione ostentata e con l’intenzione di oscurare con una massa religiosa il 1° maggio laico, contrapponendo due celebrazioni, laica e cattolica, in modo artificiale e polemico.

E’ vero che il papa polacco fu un operaio. Lo fu solo per un anno o poco più. Non si può quindi dire che fu un «operaio», ma piuttosto che fece una esperienza di lavoro. Vendere questa esperienza come uno status qualificante è falso e mistificatorio. Non è degno di chi crede comportarsi così.

Beatificare il papa polacco può rientrare anche negli affari interni alla gerarchia cattolica, ma è certo che una gran parte della Chiesa non partecipa a questa operazione di marketing della religione per risollevare le sorti di una religiosità languente. Non è così che si testimonia la fede, così la si uccide soltanto perché questo genere di eventi mettono in evidenza l’esteriorità: le grandi masse, i numeri, il folclore, l’illusione di dire che «erano in tanti» come sinonimo di richiesta di religione. Siamo in pieno paganesimo religioso perché si sfrutta il sentimentalismo per affermare una visibilità che nasconde il vuoto e il paganesimo dello stesso personale clericale. Sceneggiate. Parate. Mondanità.

Si dice che dopo la prima ubriacatura, oggi a pochi giorni della saga papale, si teme un flop che fa paura a gli organizzatori che spendono per questa dimostrazione di forza debole una enorme quantità di denaro che poteva essere usato per i migranti o per altri scopi nobili sociali. Il costo dell’operazione è di € 1 milione e 200 mila, mentre al Comune di Roma tra straordinari e logistica costerebbe € 7 milioni e mezzo. Una cifra enorme, buttata al vento per una manifestazione con tanti interrogativi.

Il papa polacco come uomo fu dirompente, carismatico, carnale e sanguigno: fu un uomo vero che si tuffava in mezzo all’umanità e vi restava. Ciò detto e riconosciuto, come papa fu il peggior papa del secolo scorso perché polacchizzò la Chiesa, consegnandola nelle mani delle sètte religiose che hanno frantumato il volto unito della sposa di Cristo. L’Opus Dei controlla le finanze del Vaticano e la cultura teologica, messa come cane da guardia per fare morire la Teologia della Liberazione.

Comunione e Liberazione a livello nazionale e non solo è la longa manus del Vaticano in Italia, via privilegiata per accedere alle stanze del governo e delle leggi e poco importa se le Compagnia delle Opere, si esercita a fare affari con mafiosi e delinquenti. Poco importa se i due Istituti fanno a gare nell’arruolamento dei deboli a privare della coscienza chiunque si affaccia nel loro cortile. Poi vi è il lupanare dei Legionari di Cristo protetto e difeso anche di fronte all’evidenza delittuosa e immonda di un superiore generale pedofilo e padre di figli disseminati come noccioline.

L’obiettivo di tutta questa nuova fregola di evangelizzazione è uno solo: annientare definitivamente il concilio Vaticano II, il cui solo nome è sintomo di destabilizzazione nel mondo curiale e clericale. Noi celebreremo come possiamo il 1° maggio con un concerto dedicato ad un lavoratore della musica, il M. Emilio Traverso nel IV anniversario della sua morte e con lui pensiamo a tutti i lavoratori del mondo che cooperano alla grandezza del mondo.

(21 aprile 2011)

MEDIA CONTAGIOSI

da Molleindustria.org

MEDIA CONTAGIOSI

Un breve saggio sul fenomeno ormai esplosivo dei contenuti diffusi viralmente in rete.


E’ nata una stella

Gary è un diciannovenne del New Jersey che nell’estate del 2004 decide di pubblicare un breve filmato su internet. Niente di sconvolgente: davanti ad una webcam e sulle note di un tormentone pop, il corpulento ragazzo si esibisce in un balletto con tanto di cantato in playback. Inizialmente destinato ad una ristretta cerchia di amici, Numa numa dance inizia a diffondersi come un’epidemia: è linkato da migliaia di blog, ripubblicato su innumerevoli siti, diffuso capillarmente dal tam-tam via e-mail. Presto anche il mondo offline si accorge del fenomeno. In pochi mesi la pixellosa faccia di Gary rimbalza sulle pagine di tutti i quotidiani ed è ritrasmessa sui maggiori canali televisivi.
Quando vidi prima volta Numa numa dance avvertii un misto di irritazione e stupore. Non riuscivo spiegarmi un successo così sconvolgente. Non c’è dubbio che il videoclip sia simpatico, che la performance sia ben riuscita e che la nota canzone degli O-zone abbia costituito un fattore di traino determinante. C’è forse il pizzico di gusto cinico nell’assistere ad un’autoumiliazione. Stempiato, grasso e con gli occhiali, Gary è il prototipo dello sfigato. Eppure è dotato di una certa capacità attoriale e simpatia che non lo fanno sprofondare completamente nel patetico. Sono convinto che qualcos’altro in quel videoclip deve aver colpito nel profondo l’immaginario del navigatore medio.
Quell’immagine a bassa fedeltà siamo ormai abituati a riconoscerla come proveniente da una webcam e il riflesso del monitor sulle lenti degli occhiali non lascia adito a dubbi: Gary è di fronte ad un computer. Esattamente come i suo innumerevoli spettatori. Gary balla e si dimena ma stando sempre seduto nella postazione come se la sua performance fosse estemporanea e del tutto fuori luogo. Ho il sospetto che le migliaia di lavoratori, studenti, blogger che hanno dato la prima spinta propulsiva al fenomeno si siano in qualche modo identificati in Gary. Un popolo di internauti che ha immediatamente solidarizzato con un atto di liberazione dalla schiavitù del monitor.
Il personal computer a metà degli anni Novanta perde l’aura di seriosità che gli era stata precedentemente attribuita, diventa una piattaforma multimediale per lavoro, studio ed intrattenimento. L’avvento di internet rende possibile il lavoro da casa mentre quello in ufficio è sempre meno irregimentato vista la possibilità di perdersi nel grande ipertesto e di comunicare con persone che non appartengono necessariamente all’ambiente di lavoro.
E’ inevitabile ed ormai quasi comunemente accettato che in presenza di un computer collegato in rete i tempi di lavoro/studio e i tempi di riposo/svago si confondano. Numa numa dance sembra tematizzare questo passaggio epocale ed al contempo costituire l’oggetto mediale perfetto per spezzare il ritmo del lavoro eterodiretto. Un breve, leggero e scandalosamente inutile spot prima di tornare al foglio di calcolo o alla ricerca di scienze.

Costretto a comunicare
Sono ad uno dei tanti rivenditori di telefonia mobile della città:
“Vorrei caricare dieci euro sul cellulare”.
La commessa mi sorride:
“Questa settimana c’è l’offerta S. Valentino, con soli due euro in più le forniamo 100 SMS da inviare entro due giorni”.
Trasalisco. Non credo di aver spedito cento messaggi in tutta la mia vita, figuriamoci in due giorni. Vista la mia lentezza nel comporli la promozione mi appare come una punizione da girone infernale. Inoltre ho da poco rotto con la fidanzata.
Protesto ma non c’è nulla da fare, se voglio la ricarica devo pagare i due euro. Un’offerta che non posso rifiutare. Pago ubbidiente ed esco.
In televisione la pubblicità delle compagnie telefoniche è martellante e sono abbonato ad una connessione internet che riesco a sfruttare solo in minima parte.
Banale a dirsi: la mia loquacità non è aumentata di pari passo alle possibilità di comunicazione.
Compresi lo spirito del mio tempo una mattina d’autunno, nel cortile della mia scuola. All’epoca i cellulari non erano così diffusi, solo i compagni più al passo coi tempi ne avevano uno. Ero proprio accanto a uno di loro quando sentii il primo squillo .
“Perchè non rispondi?” chiesi innocente.
“E’ uno squillo ” mi rispose. Uno squillo era un atto comunicativo abortito in partenza. Dal momento che non era codificato poteva significare qualsiasi cosa: ti amo, ti odio, ti sto pensando. In telefonia fissa sarebbe corrisposto ad uno scherzo telefonico, uno chiama e riaggancia subito con la differenza che si sa chi è stato.
Forse il paragone informatico è più illuminante. Nel lessico del networker l’equivalente dello squillo è il PING, acronimo di Packet InterNet Groper , un programma che spedisce pacchetti di informazione da un computer all’altro al solo scopo di verificare l’efficienza del collegamento. Le informazioni spedite dal PING non sono veri e propri messaggi perchè non significano nulla, sono segnali di servizio. Lo squillo, che si diffuse rapidamente tra i giovani, era la stessa cosa, un pizzicotto digitale. Esisti? Esisto!
Esistiamo entrambi.
L’importante non è la comunicazione di per sè ma far parte di una rete. La reperibilità, da incubo del lavoratore tradizionale diventava un status symbol.
E’ una manovra a tenaglia: da una parte mi forniscono un’infrastruttura tecnologica smisurata, dall’altra mi propongono un sistema di valori in cui la mia connessione è vitale per la realizzazione sociale. L’unica possibilità che rimane è mantenermi in connessione, sfruttare questi dispositivi anche senza manipolare simboli. I media contagiosi vivono proprio su questa premessa e sono in un certo senso la soluzione ad un’empasse. Spedisco un messaggio perchè mi hanno imposto questo bisogno e ne ho la possibilità tecnica. Ma non posso fare altro che spedirlo prefabbricato perchè non ho il tempo ne’ la capacità di crearne uno da zero.

Tassonomia
Il termine “media contagioso” è stato coniato da Jonah Peretti, l’autore di alcuni dei più riusciti ed intelligenti esperimenti di diffusione virale. Secondo Peretti il capitalismo globale ha prodotto centinaia di milioni di impiegati annoiati che passano il tempo a navigare in internet e inoltrare email. Impiegati che hanno inavvertitamente creato il Bored at Work Network (BWN) che è diventato il più grande media alternativo a quelli corporativi. Il suo auspicio è che artisti, attivisti e hacker utilizzino questo network per arrivare a millioni di persone in tutto il mondo.
Si può dire che i media contagiosi siano discendenti più o meno legittimi del viral marketing ossia quell’insieme di tecniche rivolte allo sfruttamento di network sociali preesistenti al fine di incrementare la visibilità di un marchio. Il termine era inizialmente riferito ai servizi di posta elettronica che non richiedevano il pagamento di un abbonamento ma si riservavano il diritto di inserire messaggi pubblicitari in calce alle e-mail dei propri utenti. Ora il concetto si è esteso a tutte le pratiche che sfruttano i meccanismi di diffusione virale in rete. Un tipo di diffusione che procede esponenzialmente in maniera simile alle epidemie. L’obbiettivo dichiarato del viral marketing (o viral advertising) è quello di spingere le persone a condividere con i propri conoscenti un messaggio pubblicitario. Un messaggio che di norma è confezionato come prodotto di intrattenimento o come notizia e quindi non è percepito come comunicazione commerciale in senso stretto.
Parallela a quella commerciale esiste una sconfinata produzione spontanea di media contagiosi. Farne una tassonomia sarebbe un lavoro notevole, il panorama è in continua evoluzione e basta avventurarsi nei meandri della rete per scoprirne ogni volta di nuovi. Tuttavia possiamo individuare alcune categorie ben riconoscibili.
Spiccano per notorietà i filmati amatoriali come Numa numa dance la cui estetica fai-da-te si sta rapidamente diffondendo al di fuori dalla rete. Non è un caso che le nuove sequenze di intermezzo di MTV abbiano abbandonato la grafica vettoriale (anch’essa mutuata dal design manieristico della rete) per mostrare gag demenziali del tutto simili a quella di Gary. Esistono poi animazioni, videogames, files audio, presentazioni in formato Power Point e contenuti testuali come barzellette.
Una categoria a parte è quella degli hoax, notizie false confezionate ad arte per venire riprese dai grandi e piccoli media. Accanto agli hoax possiamo collocare l’evoluzione digitale delle catene di S. Antonio. Messaggi di posta elettronica che spaziano dalla richiesta di aiuto ad allarmi di nuovi virus informatici. Il fine è quello di coinvolgere emozionale il lettore approfittando di una sua lettura superficiale e della relativa facilità con cui è possibile inoltrare le e-mail.

I media contagiosi sono media?
Rispolvero qualche nozione risalente alla mia formazione tecnica. Shannon, Weaver e Lasswell modellizzarono i mezzi di comunicazione come macchine per la trasmissione di messaggi. Nella loro logica, rigidamente inquadrata nella teoria dell’informazione, la trasmissione avveniva attraverso l’uso di un canale e di un codice indivisibili, da un emittente ad un ricevente e viceversa. Ad oltre mezzo secolo di distanza la chiave di lettura mediologica ha avuto un discreto successo. Seguendo il suggerimento di Marshall McLuhan possiamo considerare persino le armi o i vestiti come mezzi di comunicazione e quindi immaginare il pianeta rivestito da una trama indistricabile di flussi di comunicazione tecnologicamente mediati. Il sistema dei media è quindi più simile ad un gioco di scatole cinesi in cui emittenti, riceventi e canali si confondono su vari piani, mentre alcuni mezzi sono a loro volta messaggi di altri mezzi.
I media contagiosi rientrano in questa fattispecie, non sono di per sè sufficienti ad attuare un processo di comunicazione ma devono sfruttare in maniera parassitaria altri mezzi. Il tessuto che infettano è quello che ribolle sotto la superficie commerciale di internet. Quell’insieme di microreti costruito dal basso dal lavoro volontario degli utenti attivi di internet. Una costellazione di liste di indirizzi, newsletter, portali e blog che si impongono grazie alla loro funzione di riduttori di complessità. Soprattutto questi ultimi, i diari online, determinano il successo dei media contagiosi perchè sono utilizzati da moltissimi utenti come bussole per orientarsi su tutto quello che accade in rete e allo stesso tempo come raccoglitori di news curiose e bizzare.
Nella maggior parte dei casi il blog, preso singolarmente, ha un bacino di lettori molto limitato ma è frequentato da altri blogger che possono scegliere di ripubblicare la notizia facendola filtrare in un altro piccolo bacino. La cosiddetta blogosfera è quindi un sistema di vasi comunicanti in cui la ridondanza dell’informazione è una caratteristica strutturale.
Gli entusiasti del world wide web raccontano spesso della rivoluzione culturale che comporta il passaggio da una comunicazione uno-a-molti verso un modello molti-a-molti . I vecchi mezzi di comunicazione di massa come le radio, i giornali e le televisioni funzionano secondo una struttura centralizzata e unidirezionale in cui uno (o comunque pochissimi) enunciatari dispongono di un mezzo infinitamente potente per raggiungere una gran numero di riceventi passivi.
La diffusione dell’infotelematica e dell’elettronica di consumo provoca una moltiplicazione degli enunciatari in un sistema per il momento parallelo e concorrente a quello dei vecchi media. Un sistema per forza di cose più democratico e pluralista.


Modello di comunicazione “uno a molti”


Modello di comunicazione “molti a molti”

Il presupposto che regge questi schemi è che le frecce corrispondano ad effettivi atti di enunciazione. Nel caso dei media contagiosi questo non avviene: i canali utilizzati sono quelli che rendono possibile la comunicazione molti-a-molti ma dal punto di vista della produzione del senso il meccanismo rimane nel campo dell’uno-a-molti. Chi parla è sempre un soggetto ma in questo caso cerca di integrare (i guru del marketing usano la parola “evangelizzare”) i propri destinatari nel meccanismo di diffusione.


Modello di comunicazione virale

Quando il media contagioso ha scopo commerciale, l’agire comunicativo della collettività e i legami affettivi che strutturano i network sociali sono, come si suol dire, “messi al lavoro”. Un lavoro ovviamente non retribuito. E’ solo uno dei tanti esempi di come nell’era del capitalismo cognitivo la produzione di valore avvenga a partire dalle nostre pratiche quotidiane.
La diffusione virale è allora una riedizione peggiorata del broadcast? Non esattamente perchè la superficie su si muovono i media contagiosi è tutt’altro che liscia. A differenza delle epidemie e dei virus informatici, i media contagiosi si diffondono grazie all’agire consapevole di una molteplicità di attori. Scegliere di far passare o no un messaggio attraverso il proprio blog o la propria rete di conoscenze è un esercizio democratico non trascurabile.

La collaborazione

“E’ iniziato tutto in maniera innocente quando un utente di un sito di assistenza della Apple pubblicò una foto del suo gatto Frankie che contamplava un fiore. Poco dopo un’altro utente pubblico la foto del suo gatto sulla scrivania che osservava l’immagine di Frankie su un monitor. Decisi che era un concetto abbastanza divertente ed avanzato e lo presi come base per Infinite Cat Project . Si tratta semplicemente di gatti che guardano gatti che guardano gatti in un ambiente elettronico.”

Con questo breve paragrafo Mike Stanfill introduce una delle più riuscite opere collettive nate in internet. Nel momento in cui scrivo quasi altri 1000 utenti hanno continuato la catena inaugurata dalla foto di Frankie. Un’infinito gioco di sguardi e immagini crea una nuova vertiginosa dimensione spazio-temporale. C’è ricorsività, l’immagine digitale, il computer, il senso del network e una buona dose di demenzialità. Gli ingredienti giusti per far impazzire centinaia di internauti amanti dei felini.
La maggior parte dei media contagiosi è difficilmente modificabile, gli svariati passaggi da persona a persona, di norma, non producono modifiche. Si può dire che l’enunciazione è unidirezionale in quanto non ci sono feedback dell’utente finale che influiscono direttamente sul testo. Esiste però una tipologia particolare che fa della partecipazione del pubblico la chiave del successo. Come nel caso di Infinite Cat Project , l’autore si limita a dare uno spunto o uno strumento che consenta all’utente di contribuire in maniera personale ad un’opera collettiva. Percependo l’opera come in parte sua, il fruitore sarà anche più motivato a mostrarlo ai propri conoscenti. Ovviamente nella costruzione di senso rimane un’asimmetria tra l’autore del dispositivo e gli utenti che producono i testi derivati. E’ difficile che all’utente sia fornito un grado di libertà tale da poter tradire le intenzioni dell’autore. Per questo motivo i media partecipativi sono usati con successo anche nel campo della comunicazione pubblicitaria.
Sono documentati anche diversi casi di “mutazioni spontanee” di media contagiosi. Avviene in particolare nelle catene di S. Antonio elettroniche che essendo testuali sono facilmente modificabili da chiunque. Alcune catene di e-mail riescono ad esempio a superare i confini nazionali grazie all’intervento di zelanti traduttori. Più interessanti ancora sono le varianti dei messaggi ovvero delle modifiche o aggiunte al testo originale allo scopo di renderlo più efficace. Si presume che esistano degli utenti più smaliziati che si rendono conto di trovarsi di fronte ad una bufala e per qualche motivo decidono di sposarne la missione aumentando il suo potere di infezione.

Estetica dei media contagiosi
Sono in ufficio quando clicco su un link inviatomi da un collega tramite un programma di istant messaging. Il browser carica un’animazione in flash: sullo sfondo di un prato appaiono dei tassi antropomorfi che ballano su una base musicale monotona e martellante. Il cantato accompagna in perfetta sincronia le immagini: badger, badger, badger (“tasso” in inglese), mushroom (fungo), snake (serpente). Il filmato si ripete ciclicamente, le animazioni sono semplicissime ma efficaci e l’alternanza di strofa e ritornello è tanto trascinante che sembra seguire un una sorta di sezione aurea. Per la settimana successiva l’ipnotica danza dei tassi mi perseguita, non posso fare a meno di ritornare su quella pagina di tanto in tanto. E’ un piccolo e ben congegnato virus mnemonico in cui tutti gli elementi si rinforzano reciprocamente. Se si cerca la frase “badger badger badger” Google trova più di 37.000 occorrenze (più o meno quante ne risultano cercando “Genova g8”) in molti casi si capita in forum pieni di commenti che plaudono all’inventore e riportano dichiarazioni di dipendenza tipo: “l’ho guardato per più di mezz’ora e non riesco a staccarmene”. Non posso fare a meno di pensare che l’autore del filmato volesse deliberatamente produrre quell’effetto.
Credo che si stia lentamente costituendo una “scienza” dei media contagiosi. La rete è una fitta giungla di segni che lottano per una maggior visibilità, nell’era di Goggle ogni sito ha la stessa possibilità di emergere dal rumore bianco della produzione di senso. Che sia stato fatto da una grande corporation con investimenti astronomici o da uno studente annoiato nel giro di un pomeriggio poco importa. Ciò che determina il successo di un contenuto online è la capacità di creare e sfruttare networks, di ottenere attenzione, link e segnalazioni da quell’imprevedibile e sconfinato sciame di operatori della rete.
Come in un meccanismo evolutivo si impongono alcuni modelli funzionanti che vengono rapidamente emulati o superati da altri ancora più efficienti. Certo esistono fenomeni casuali come “Numa numa dance” che si esplodono al di là della volontà degli autori, ma non è ardito pensare che si stia delineando una nuova disciplina, una forma di retorica specifica di questi oggetti mediali.
Esistono ormai da tempo agenzie pubblicitarie specializzate nella produzione di brevi filmati chiamati “viral” che cercano di sfruttare la rete come canale di comunicazione parallelo a quelli tradizionali. Attraverso un ponderatissimo uso di elementi provocatori come riferimenti sessuali espliciti, humor nero, morbosità e scorrettezza politica, riescono a fare breccia nel cuore dei navigatori diventando a volte dei veri e propri cult. Il loro stile irriverente si definisce chiaramente per contrapposizione a quello conformista (e regolamentato) della televisione. Solo in questo modo è possibile intercettare l’utente medio di internet, notorialmente più colto e smaliziato del telespettatore modello.

La scienza del contagio
Durante il maggio 2005 si è svolto il Contagious media showdown il primo concorso con lo scopo dichiarato di valutare l’efficacia dei media contagiosi. A dire la verità il primo classificato, un falso sito che vendeva slip anti-tradimento, non ha avuto una risonanza paragonabile a Numa numa dance e a molti altri esempi emersi “spontaneamente” ma sono pronto a scommettere che questo evento sarà un giorno considerato epocale proprio per il suo taglio “para-scientifico”. Scorrendo rapidamente i partecipanti si possono riconoscere alcuni elementi ricorrenti.
Si ritrova spesso una certa autoreferenzialità tecnologica, il web è guidato da tecnocrati più o meno dilettanti, i blog dedicati all’argomento sono sicuramente i più numerosi perciò computers, cellulari ed elettronica di consumo hanno un ruolo da protagonisti.
L’amatorialità è un altra componente molto quotata; nell’era del webdesign omologato da Flash, un brutto sito in stile anni 90 non può che attirare l’attenzione. In occasione del lancio dell’evento si è tenuto persino un workshop per specialisti finalizzato alla creazione di pagine web dal gusto dilettantistico.
Come nei viral la provocazione, la demenzialità e il sesso sono ingredienti necessari. Non posso che simpatizzare con un sito che cerca di lanciare l’assurda moda di piangere mentre si mangia e difficilmente resisto alla tentazione di cliccare sul link di hire-a-killer.com.
Nel complesso non è altro che un campionario di piccole trasgressioni da ufficio e di trovate per guadagnarsi la simpatia dei bloggers. Se si esclude il vincitore, colpisce quanto gli esperimenti più originali e politicamente impegnati siano lontani dai vertici della hit parade.
Esiste probabilmente un forte limite nella possibilità di questi oggetti mediali di trasmettere messaggi complessi. Così come i virus sono forme di vita ridotte ai minimi termini la cui unica funzione è quella di riprodursi, così i media contagiosi devono essere essenzialmente efficaci. Tutti i loro elementi devono concorrere a colpire, sedurre, scandalizzare l’utente per provocare quel click istintivo che provocherà ad un ulteriore contagio. Se si tratta di diffondere un brand associandolo ad un particolare “umore”, questi oggetti possono essere molto efficaci. Sul proposito di Jonah Peretti di utilizzare ai fini di critica sociale il network degli impiegati annoiati ho qualche dubbio in più. Forse meglio non farsi prendere da facili entusiasmi.

Paolo Pedercini, giugno 2005

 

!!!REFERENDUM 12 GIUGNO!!!

ATTENZIONE! Il GOVERNO HA UFFICIALMENTE ACCANTONATO IL NUCLEARE. Lo fa per evitare di raggiungere il quorum al referendum del 12-13 giugno, sempre più all’attenzione di tutti dopo Fukushima, per evitare che venga abrogata la legge sul LEGITTIMO IMPEDIMENTO. Ricordiamo che si vota anche SI per l’ACQUA PUBBLICA. Non deve essere una scusa per non partecipare, qualunque sia il tuo voto!!!Referendum di domenica 12 e lunedì 13 giugno vota SI per dire NO.

– Vota SI per dire NO ALLA PRIVATIZZAZIONE DELL’ACQUA.

– Vota SI per dire NO AL LEGITTIMO IMPEDIMENTO.

 

“ Il segreto è che siamo sognatori, siamo utopistici, ma non di quei sognatori che stanno sempre con il cuscino sotto la testa sulla veranda di casa, siamo sognatori con i piedi piantati per terra, siamo sognatori con gli occhi bene aperti, siamo sognatori che conoscono gli amici e conoscono i nemici”