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Ecco la risposta di Haidi Giuliani alla solidarietà espressa dal c.s. 28Maggio per la sentenza della corte europea dei diritti dell’uomo che assolve l’Italia dalle responsabilità della morte di Carlo Giuliani…

Perdonate se vi rispondo con un messaggio cumulativo: ho ricevuto moltissime telefonate, sms, email e non riesco a rispndere ad ognuno e ognuna di voi ma desidero ringraziarvi per la solidarietà che ci avete espresso, che noi sentiamo fortemente, e che ci aiuta davvero.

In piazza Alimonda abbiamo visto molti sassi, tra presunti e reali, ma questa sentenza è un macigno che coprirà tutto definitivamente.

Per questo motivo, e per il clima generale di “guerra” in cui viviamo, temo davvero che la causa civile non servirà a niente, se non a consumare le nostre energie residue, perché tutti gli errori sono stati fatti nei primissimi giorni (e non solo dai genitori di Carlo).

Tuttavia non possiamo non provare.

 

Grazie ancora

 

Haidi


armi da brescia alla libia…

E’ accertato. Il governo Berlusconi nel 2009 ha autorizzato l’invio a Gheddafi di oltre 11mila tra pistole e fucili semiautomatici di alta precisione e di tipo quasi militare della ditta Beretta decidendo poi di non segnalarlo all’Unione europea”. Lo riportano in un comunicato, diffuso oggi alla stampa, la Rete Italiana per il Disarmo e la Tavola della Pace.

Le due organizzazioni affermano di aver ottenuto i documenti di esportazione e presa in carico da parte dei funzionari del regime di Gheddafidelle armi transitate per Malta. Si tratta di 7.500 pistole semiautomatiche modello Beretta PX4 Storm cal. 9×19, di 1.900 carabine semiautomatichemodello Beretta CX4 Storm cal. 9×19 e di 1.800 fucili Benelli modo M4 cal.12 sempre della ditta Beretta esportate dall’Italia via Malta.

“Oltre 11mila tra carabine, fucili e pistole del valore di quasi otto milioni di euro – tutti sistemi d’arma semiautomatici di alta precisione e talune di tipo quasi militare, ma autorizzate come “armi da difesa” – sono stati esportati nel 2009 con beneplacito del governo Berlusconi dalla Fabbrica d’armi Beretta al colonnello Gheddafi. Il fatto non sarebbe mai venuto alla luce se non ci fosse stata la nostra indagine su documenti resi pubblici dal governo maltese a seguito di discrepanze nei rapporti europei” – affermano nel comunicato congiunto la Rete Italiana per il Disarmo e la Tavola della Pace.

Le due organizzazioni definiscono “grave e irresponsabile” la condotta dei ministri degli Esteri, Franco Frattini, e degli Interni, Roberto Maroni e stigmatizzano le “reiterate falsità” del ministro della Difesa, Ignazio La Russa, sul tema delle forniture militari italiane alla Libia (La ricostruzione dettagliata di tutta la vicenda della fornitura di armi è riportata a fondo pagina).

L’elevato valore della partita (oltre 79 milioni di euro) – valore rettificato verbalmente solo nei giorni scorsi da parte dei funzionari maltesi adducendo un “errore di trascrizione” (!) – sommato al fatto che non Malta bensì l’Italia e è uno dei maggiori produttori ed esportatori mondiali di armi leggere e, soprattutto, che l’esportazione di quelle armi al regime del colonnello Gheddafi non è mai stata riportata dal Governo italiano nell’appositaRelazione annuale della Presidenza del Consiglio e nemmeno agli organi competenti dell’Unione Europea avevano indotto in un primo tempo le due organizzazioni – e anche il sito di Unimondo – a pensare ad una “triangolazione”: un escamotage, cioè, da parte del governo italiano per eludere il controllo parlamentare e soprattutto delle organizzazioni nazionali che da anni tengono monitorato il commercio di armamenti.

“Al di là del singolare “errore di trascrizione” dei funzionari maltesi – che avevano inizialmente riportato un carico di oltre 79 milioni di euro invece che di 7,9 milioni di euro di armi, una faccenda ancora poco chiara sulla quale il Governo dove ancora rispondere in Parlamento – abbiamo ampiamente accertato che l’Italia nel 2009 ha esportato oltre 11mila armi di tipo semiautomatico, molto simili a quelle militari e comunque estremamente letali alla Libia senza darne alcuna comunicazione né al Parlamento né all’Unione Europea” – afferma Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Italiana per il Disarmo. “Seppure, stando alle procedure burocratiche, l’autorizzazione possa anche essere fatta rientrare nella normativa nazionale prevista per le armi di ‘non specifico uso militare’, resta il fatto – gravissimo – che il Governo italiano abbia deciso di non segnalarla nelle relazioni all’Unione Europeasenza poi fare un passo ufficiale di chiarezza una volta esploso il caso segnalato congiuntamente da Tavola della Pace e Rete Disarmo” e riportato da numerosi organi di stampa nazionale (tra cui le agenzie AnsaAsca) e internazionali (si veda a fondo pagina).

“Il ministro La Russa – spiega Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della pace – ha cercato di sviare l’attenzione dalla faccenda affermando pubblicamente che ‘il Ministero della Difesa non ha dato nemmeno un coltellino per unghie a Gheddafi’. E’ vero – commenta Lotti. Non si tratta di coltellini per unghie, ma di vere e proprie armi che oggi stanno facendo stragi di civili. Non è forse vero che il suo Ministero il 17 ottobre 2008 ha autorizzato la vendita di armi alla Libia per 3 milioni di euro? In ogni caso, al popolo libico interessa molto poco se le armi italiane siano state esportate con il consenso del Ministero degli Interni, degli Esteri o della Difesa. Sta di fatto che quelle armi vengono oggi usate per reprimere nel sangue chi si oppone al regime di Gheddafi. Che ne pensa il ministro degli Interni, Roberto Maroni? E’ lui che ha autorizzato l’invio di 11.100 armi al regime di Gheddafi”.

“Stesso discorso per il ministro Frattini – aggiunge Giorgio Beretta, caporedattore del portale Unimondo e analista della Rete Disarmo. Il ministro degli Esteri sa bene che – seppur sia stato sollevato l’embargo di armi verso la Libia – è incaricato di far eseguire la Posizione Comune dell’Unione europea sulle esportazioni di armamenti (la 2008/944/PESC, qui in .pdf)”. Tale decisione comunitaria chiede espressamente ai governi prima di ogni esportazione di armi di accertare il “rispetto dei diritti umani nel paese di destinazione finale”, il “rispetto del diritto internazionale umanitario da parte di detto paese” e dirifiutare le esportazione di armi “qualora esista un rischio evidente che la tecnologia o le attrezzature militari da esportare possano essere utilizzate a fini di repressione interna” (Criterio 2).

“Signor Ministro, chi le ha dato le necessarie garanzie? Forse Gheddafi quando è venuto a Roma nel giugno del 2009? – chiede Giorgio Beretta. E, badi bene, quelle armi sono state personalmente prese in carico – come ha certificato l’Ambasciatore italiano a Tripoli, Vincenzo Schioppa – dal Colonnello libico Abdelsalam Abdel Majid Mohamed El Daimi, Direttore della Direzione Armamenti della Pubblica Sicurezza del colonnello Gheddafi, non quindi da una qualsiasi ditta autorizzata alla rivendita al dettaglio di “armi per uso civile”: sono cioè armi consegnate a funzionari del regime del rais e, lei signor Ministro non può dirsi estraneo alla faccenda” – conclude l’analista di Rete Disarmo.

“Vi è poi una grave mancanza di trasparenza della ditta Beretta” – aggiunge Carlo Tombola, direttore dell’Osservatorio sulle armi leggere (OPAL) con sede a Brescia. “A seguito del comunicato della Rete Disarmo la ditta bresciana produttrice delle armi esportate alla Libia si è prontamente pronunciata per ‘smentire seccamente’ il coinvolgimento nella fornitura di 79 milioni di euro di armi leggere alla Libia tramite Malta riportato da organi di stampa belgi, maltesi e italiani. Ma la ditta si è guardata bene dal dichiarare che in quello stesso anno aveva inviato oltre 11mila armi di sua fabbricazione ai funzionari del colonnello Gheddafi. Per non dire poi che le armi esportate sono di fatto alquanto simili a quelle presenti nel catalogo militare della Beretta (vedi qui). Le variazioni sono minime, assolutamente irrilevanti ai fini della repressione interna” – conclude Tombola.

La Rete italiana per il disarmo e la Tavola della pace avanzano quindi una serie di richieste urgenti al Governo e al Parlamento italiano.

“Chiediamo al Governo italiano di fare immediata chiarezza sull’intera vicenda delle “armi leggere” italiane esportate via Malta alla Libia mostrando in Parlamento tutti i documenti ufficiali di esportazione e di transito e dimostrando che erano davvero solo del valore di 7,9 milioni di euro e non – come inizialmente riportato da Malta – di oltre 79 milioni di euro. Inoltre il Governo dovrebbe informare noi e tutti i cittadini a riguardo di chi sia oggi in effettivo possesso delle 11mila armi semiautomatiche italiane finite in Libia, che utilizzo ne venga fatto in questi giorni in cui – come riportano accreditate fonti di stampa internazionali – è in atto una violenta repressione della popolazione da parte del regime del colonnello Gheddafi”.

Tavola della Pace e Rete Italiana per il Disarmo sollecitano poi il Parlamento “affinché interroghi il Governo su tutto l’insieme delle armi vendute dall’Italia alla Libia, su tutte le forniture di armamenti, i servizi e le operazioni militari congiunte col regime di Gheddafi sia che siano state effettuate dal ministero degli Interni, degli Esteri e da quello della Difesa. Quante armi abbiamo venduto in questi ultimi anni alla Libia, quali, quando e in base a quali accordi politici e militari?” – domandano le due organizzazioni.

Tavola della Pace e Rete Italiana per il Disarmo chiedono inoltre “ai Ministri Maroni e Frattini di spiegare in Parlamento sulla base di quale criteri della Posizione Comune dell’Unione Europea e, quindi, di quali effettive garanzie di tutela dei diritti umani sia stata autorizzata l’esportazione di oltre 11mila armi semiautomatiche al Direttore della Direzione Armamenti della Pubblica Sicurezza del regime di Gheddafi”.

E domandano infine “al Ministro della Difesa Ignazio La Russa di spiegare in cosa consista l’autorizzazione rilasciata dal suo Ministero il 17 ottobre 2008 del valore di 3 milioni di euro avente come destinatario la Libia (Autorizzazione “Nulla Osta” n.53861 del Ministero della Difesa) e che tipo di armamenti prodotti dalla ditta Oto Melara del valore di 3 milioni di euro siano stati esportati su autorizzazione sempre del suo Dicastero (SMD/47890/05) segnalata nella Relazione della Presidenza del Consiglio nel 2009″.

Le due organizzazioni rinnovano “le richieste al Governosospendere con atto formale e di fatto tutte le forniture di armamenti e ogni forma di aiuti e cooperazione militare con i paesi del Nord Africa (Algeria, Egitto, TunisiaLibia, Marocco, Yemen e Bahrein) le cui popolazioni in questi mesi hanno manifestato e stanno manifestando contro regimi dispotici e illiberali”.

Tavola della Pace e Rete Italiana per il Disarmo, infine, “rinnovano la richiesta al Governo e a tutte le forze parlamentari di stralciare le annunciate – e peggiorative modifiche alla legislazione nazionale sulle esportazioni di armamenti dalla Legge Comunitaria attualmente in discussione nelle commissioni parlamentari per aprire un serio e approfondito confronto con le associazioni della società civile sulla normativa sui controlli all’esportazione di armi alla luce delle recenti direttive europee”.

 

Ricostruzione del caso delle armi italiane alla Libia di Gheddafi

 

  1. La Rete Italiana per il Disarmo e della Tavola della Pace per prime con un comunicato del 24 febbraio hanno denunciato l’affaire, dai contorni tipici di una triangolazione, delle armi italiane fornite nel 2009 al regime di Gheddafi. Il caso è emerso a causa di quello che solo successivamente è stato detto essere un “errore di battitura” da parte di funzionari maltesi all’Unione Europea: sul caso ha poi fatto una certa luce anche un’indagine giornalistica del sito della rivista Altreconomia.
  2. Il caso è questo: il governo de La Valletta nel 2010 ha notificato all’Unione Europea la fornitura alla Libia oltre 79 milioni di euro di armi della categoria ML 1 e cioè “armi ad anima liscia di calibro inferiore a 20 mm e armi automatiche di calibro 12,7 mm o inferiore”. Una fornitura puntualmente riportata da Malta nel Rapporto 2010 dell’Unione Europea sulle esportazioni di armamenti (scaricabile qui) pubblicato lo scorso gennaio, nel quale però non appariva alcuna menzione dell’Italia come effettivo fornitore che, anzi, risultava appunto essere Malta che però smentiva di essere il “produttore” di quelle armi.
  3. Con l’inizio della manifestazioni popolari in Libia, la Rete Italiana per il Disarmo ha prontamente contattato il governo maltese per avere dettagli sulla fornitura di quelle armi alla Libia. Il ministero degli Esteri maltese con una nota scritta e senza verificare il valore totale della fornituraassicurava alla Rete Disarmo e anche altri organi di stampa belgi e maltesi che si trattava di armi “di provenienza italiana che non hanno mai toccato il suolo maltese” e il cui produttore ed esportatore aveva presentato “una licenza delle Autorità italiane” e pertanto il transito era stato autorizzato dai funzionari delle dogane maltesi. Nessuna rettifica in quel momento sul valore della fornitura di armi (cioè 79.689.691 di euro) alla Libia. Il ministero degli Esteri maltese però precisava che “il destinatario finale della consegna era il Governo libico” come era stato loro “confermato dall’ambasciata italiana a Tripoli”: poiché nel 2009 non erano attive forme di sanzione verso il governo libico “l’autorizzazione al transito era stata rilasciata senza problemi” dalle dogane maltesi.
  4. Tutti questi elementi confluivano nel succitato comunicato congiunto di Rete Disarmo e Tavola della Pace e inducevano le due organizzazioni a pensare ad una “triangolazione” di armi da parte dell’Italia: la tipologia delle armi (la classificazione ML1 dell’UE, cioè le cosiddette “armi leggere” di cui l’Italia e non Malta è uno dei maggiori produttori ed esportatori mondiali), il transito per Malta (assolutamente non necessario vista la breve distanza tra l’Italia e la Libia) e – soprattutto – l’elevato valore della partita (oltre 79 milioni di euro) sommato al fatto che l’esportazione di quelle armi al regime del colonnello Gheddafi non era stata mai riportata dal Governo italiano nell’apposita Relazione annuale della Presidenza del Consiglio e nemmeno agli organi competenti dell’Unione Europea inducevano infatti a pensare ad un escamotage per eludere il controllo parlamentare e soprattutto delle organizzazioni che da anni tengono monitorato il commercio italiano di armamenti.
  5. Nella serata del 24 febbraio la ditta Fabbrica d’Armi Pietro Beretta – con un comunicato tuttora irreperibile sul sito ufficiale dell’azienda – smentiva “seccamente” e giudicava “priva di qualunque fondamento” la notizia relativa ad una “presunta fornitura di 79 milioni di euro di armi da parte dell’azienda al governo libico tramite Malta” e ribadiva “di operare nel pieno rispetto dei regolamenti, normative e procedure che regolano la commercializzazione di armi a livello mondiale”. La ditta bresciana – sebbene espressamente richiesta dalla Rete Disarmo di offrire dati o notizie atti a “fare chiarezza su un trasferimento di armi oscuro e problematico” replicava di non essere in “grado di fornire dati o notizie che possano aiutare a far luce su questa vicenda specifica”. E questo nonostante la ditta Beretta sapesse per certo di aver esportato proprio nel novembre del 2009 oltre 11mila armi semiautomatiche ai funzionari del regime di Gheddafi.
  6. A seguito dell’indagine indipendente delle associazioni italiane ed europee, il governo maltese, adducendo un “errore di battitura” (“a typing error” dovuto all’aggiunta di uno “zero”) da parte della compagnia navale, nei giorni scorsi ha rettificato il valore complessivo della fornitura: non €79.369.000 (79 milioni) bensì solo €7.936.900 (7,9 milioni). La questione resta comunque da appurare nella sua completezza richiedendo al Governo italiano e maltese di esibire tutti i documenti ufficiali di autorizzazione, esportazione e transito del carico.
  7. L’indagine della Rete Italiana per il Disarmo ha dimostrato (con documenti ufficiali alla mano) che comunque nel 2009 vi è stata di fatto un’esportazione partita dal porto di La Spezia e autorizzata dalle competenti autorità italiane ma mai notificata al Parlamento e all’Unione Europea di 7.500 pistole semiautomatiche modello Beretta PX4 Storm cal. 9×19; di 1.900 carabine semiautomatiche modello Beretta CX4 Storm cal. 9×19 e di 1.800 fucili Benelli modo M4 cal.12 sempre della ditta Beretta verso la Libia el valore di all’incirca 8 milioni di euro. Questa esportazione non è mai stata segnalata da parte dei competenti uffici governativi italiani all’Unione Europea.
  8. Tra l’altro il “semiautomatico M4 Super 90 della Benelli è il fucile a canna liscia usato dal corpo dei Marines USA dal 1998” – riporta il sito ufficiale della ditta. “L’azienda Benelli ha vinto il bando di concorso indetto dal Centro dell’esercito statunitense per la ricerca, sviluppo e ingenierizzazione delle armi, superando tutti i rigidi requisiti richiesti” – sostiene con orgoglio la ditta. Anche le altre armi di tipo semiautomatico sono per tipologia molto simili alle armi in dotazione a corpi militari. Le semi-automatiche PX4 (www.px4storm.it) possono avere caricatori da oltre 10 colpi (fino a 15) e sono disegnate in maniera ergonomica per permettere uno sparo più facile, con un peso davvero ridotto di circa 800 grammi. Ancora più impressionanti sono le carabine CX4 Storm (www.cx4storm.it): secondo i dati tecnici diffusi dalla stessa Beretta si tratta di una “carabina semi-automatica di facilissimo impiego, con grande affidabilità e stabilità nel tiro in rapida successione. La canna in acciaio ad alta resistenza garantisce un elevato standard di precisione”. La carabina può essere accoppiata, tra le altre cose, con sistemi di puntamento ottico e laser.

 

Giappone: esplosione in una centrale nucleare…e vorrebbero installarle anche da noi…

IL PROGRAMMA NUCLEARE IN GIAPPONE
Il Giappone possiede 52 centrali nucleari che soddisfano circa il 25% del fabbisogno energetico del paese. Il governo nipponico ha recentemente puntato al rilancio dell’energia nucleare mediante la progettazione di nuove centrali.

Il piano governativo del premier nipponico Koizumi prevede di giungere al 50% di copertura del fabbisogno nazionale tramite l’energia nucleare ma non sono poche le voci di protesta. Ovunque si cerchi di costruire nuove centrali atomiche sorgono dal nulla referendum popolari locali e proteste da parte dei cittadini. Ed i recenti incidenti alle centrali nucleari nipponiche non contribuiscono a ricreare un clima di fiducia tra i cittadini.

Nel Paese del Sol Levante sono infatti stati registrati frequenti incidenti nelle centrali nucleari, fortunatamente tutti di piccola entità. L’ultimo nel 1999, dalla centrale di Tokaimura fuoriuscì vapore radioattivo ed investì almeno 200 persone causando due morti accertate. Ed anche di recente sembrano essere avvenuti incidenti alle centrali nucleari nipponiche nel silenzio dei media e delle autorità, così si apprende da alcune notizie pubblicate a seguito dell’incidente del 9 agosto 2004.

“Secondo la rete tv pubblica ‘Nhk’, poi, un altro incidente piuttosto serio, con fuoriuscita di acqua di raffreddamento radioattiva, era avvenuto in un reattore della centrale nucleare di Shimane il 24 luglio scorso, ma è stato reso noto solo ieri sera dalla società di gestione ‘Chugoku Electric Power’. Proprio ieri sera nella stessa centrale era scoppiato un incendio, presto domato, nel deposito di scorie nucleari a basso livello di radioattività.” (LaStampa.it)

Il problema della sicurezza del nucleare resta ed è evidente che non può essere garantita in qualsiasi attività umana. Nel caso del nucleare le conseguenze possono però essere gravi e irreversibili per le popolazioni di interi continenti.

Le notizie si rincorrono, ma il fatto sembra confermato: è stata udita un’esplosione all’internodella centrale nucleare di Fukushima, Giappone. Dopo ilterremoto che ieri ha sconvolto l’isola, i tecnici avevano dato praticamente per certi i danni strutturali al complesso energetico: e ora, ci sarebbero anche dei feriti.

L’ESPLOSIONE – Pochi minuti dopo le 3 e mezza, ora locale: un grosso boato si ode dal complesso nucleare di Fukushima, 200 chilometri a nord di Tokyo. L’agenzia internazionale in lingua ingleseKyodo racconta la storia, rilanciando la tv pubblica NHK.

Quattro persone sono state ferite in un esplosione avvenuta nel reattore numero 1 della centrale 1 di Fukushima, colpita ieri dal sisma: ne da notizia la società di gestione Tokyo Electric Power. L’esplosione è stata udita alle 3.36 pm dopo molti tremori e una colonna di fumo bianco che è stata vista sollevarsi nella fabbrica della prefettura di Fukushima, ha detto la compagnia. I quattro lavoratori stavano lavorando per accomodare i problemi causati dal potente terremoto che ha sconvolto il giappone nordorientale solo ieri.

 

Delta in rivolta: pirateria e guerriglia contro le multinazionali del petrolio in Nigeria

da lottaunita.org

Da decenni la popolazione in Nigeria si batte contro lo sfruttamento selvaggio della propria terra da parte delle multinazionali del petrolio e del gas (tra le quali spicca la nostrana Eni-Agip), ma qui da noi il silenzio mediatico è al limite della censura. Sono decisamente rari i libri, infatti, pubblicati in Italia sulla rivolta che sta infiammando la Nigeria ed in particolar modo la zona del Delta del Niger, e non è affatto un caso strano, visto il livello di responsabilità e complicità del nostro paese nel conflitto dell’area.
Gli interessi dell’Eni, holding di San Donato Milanese, in questa regione strategica sono infatti enormi e la sua presenza risale al 1962: il petrolio del Delta alimenta le nostre automobili, il gas del Delta, attraverso i rigassificatori, accende i nostri fornelli e scalda le nostre case. Contemporaneamente il governo italiano non ha mai smesso di rifornire l’esercito nigeriano, al fine di reprimere il popolo in rivolta. Risale a febbraio del 2009, infatti, la visita del ministro degli esteri Frattini al presidente nigeriano Yar’Adua, in cui il ministro italiano ha assicurato ulteriori forniture e aiuti militari per reprimere la rivolta nel Delta a protezione delle estrazioni di gas e petrolio, dichiarando che “il governo nigeriano è interessato a usare tecnologie italiane, navi leggere, veicoli speciali, blindati Lince, aerei, tecnologie radar e controlli satellitari Alenia”.
La Nigeria oltre ad essere, con i suoi 130 milioni di abitanti, il paese più popoloso del continente africano, è anche il suo maggior esportatore di petrolio ed è il classico esempio degli esiti nefasti delle politiche coloniali nei cosiddetti paesi del terzo mondo.
Nel 1956, quando vennero scoperti enormi giacimenti di petrolio sotto le paludi del Delta del Niger, sogni e illusioni di prosperità dilagarono tra l’intera popolazione nigeriana, tutto sembrava possibile: una povera nazione africana miracolata da una smisurata e improvvisa ricchezza, quella dell’oro nero, poteva riscattarsi e autonomamente decidere del proprio futuro.
Gli unici, però, a trarre vantaggio dalle estrazioni di petrolio furono, e lo sono tuttora, da un lato le multinazionali degli idrocarburi, a cominciare dal colosso della Shell, che controlla circa la metà del greggio complessivo, passando per le varie Total, Mobil, Elf, Texaco, Chevron e la nostrana Eni-Agip, dall’altro la cricca di governanti ultra-corrotti nigeriani, mentre per l’intera popolazione fame, miseria e inquinamento.
L’avidità e la smania delle multinazionali, dunque, hanno svelato in poco tempo la terribile sentenza di morte che attendeva il popolo nigeriano: dopo mezzo secolo di sfruttamento dell’oro nero la situazione sociale, economica ed ambientale della Nigeria è, infatti, alla rovina. La Nigeria, dopo circa quattro decenni di produzione ininterrotta di petrolio, è diventata, dagli inizi degli anni novanta, completamente dipendente a livello economico dall’estrazione petrolifera generando, con la produzione del grezzo, il 40% del prodotto interno lordo. A dispetto delle incredibili ricchezze generate dal petrolio, i benefici della produzione di questa materia prima non hanno toccato la popolazione nativa che lentamente, dagli anni sessanta in poi, ha cominciato ad abbandonare le campagne e quella che è sempre stata l’attività principale: l’agricoltura. La produzione annuale di prodotti agricoli è crollata nell’ultima decade del XX secolo; la produzione di cacao è diminuita del 43% (la Nigeria era una delle più grandi esportatrici di cacao negli anni sessanta); la produzione del grano è diminuita del 29%, quella del cotone del 65%, quella di arachidi del 64%. La maggior parte degli strati della popolazione, specialmente di quella del Delta del Niger, sono rimasti poveri e degradati esattamente come negli anni sessanta. Il Delta del Niger ha una popolazione stabilmente in crescita stimata in circa 30 milioni di persone (2005), il 23% circa della popolazione totale della Nigeria. La densità abitativa è tra le più alte del mondo con 265 individui per chilometro quadrato. Questa popolazione si sta espandendo al ritmo del 3% all’anno e la capitale del petrolio, Port Harcourt, sta subendo una enorme crescita urbana. La povertà e l’urbanizzazione hanno portato ad uno stato in cui la corruzione è un fatto acquisito. Lo scenario risultante vede una incredibile urbanizzazione non accompagnata da sviluppo economico; di qui la disoccupazione a livelli intollerabili.
Sull’argomento è stato pubblicato a giugno di quest’anno un interessante libro dal titolo “Delta in rivolta” a cura di Daniele Pepino, ediz. Porfido, che volentieri segnaliamo con questo breve articolo perché lo riteniamo un eccellente contributo alla comprensione del conflitto in corso e degli interessi delle multinazionali nell’area ed anche un prezioso megafono di quel grido di rivolta e di dignità da cui gli animi intorpiditi di noi “privilegiati” d’Occidente avremmo molto da imparare. Da decenni la popolazione, infatti, si batte contro lo sfruttamento selvaggio della propria terra da parte delle multinazionali del petrolio e del gas e tra occupazioni di impianti e sabotaggi, manifestazioni non violente e azioni di guerriglia, una multiforme resistenza dimostra come sia ancora possibile opporsi alla devastazione sociale e ambientale che il capitalismo porta con sé.
Ed è in questo contesto di forte povertà e tentativi di resistenza che negli anni 2005 e 2006 nel Delta del Niger ha fatto la propria comparsa il Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger, gruppo di guerriglieri caratterizzato da un’organizzazione forte e da obiettivi precisi, quali la liberazione della regione dalle multinazionali straniere e il controllo delle ricchezze del sottosuolo da parte delle popolazioni native considerate legittime. In questo contesto, vengono tutt’oggi portati a compimento attacchi di guerriglia di varia natura tra i quali distruzione di oleodotti e sequestri di personale di compagnie petrolifere.
Vogliamo concludere questo scritto con la prima parte dell’introduzione del volume “Delta in rivolta”, con la speranza che la voluta brevità dell’articolo abbia solleticato il vostro interesse nel leggerlo e soprattutto vi abbia convinto, in questo periodo di censura e oscurantismo, della necessità di documentarsi sulle esperienze di lotta e resistenza che si sviluppano nel mondo, perché, anche se vogliono avvolgerli nel più rigoroso silenzio, ci sono milioni di persone che si battono contro i dettami del nuovo ordine mondiale ed urlano che questo non è il mondo migliore possibile!
< In Nigeria, tutte le speranze nella democrazia e nel benessere suscitate dall’indipendenza e dalla scoperta del petrolio, sono naufragate tra le paludi del Delta del fiume Niger, affondate dallo sfruttamento selvaggio di multinazionali come la Shell, l’AGIP, la Chevron e dai corrotti governi locali. All’ombra di un cielo inquinato e di un mare senza pesci, «la gente ha cominciato a pensare: “Dobbiamo armarci se non vogliamo morire”. La violenza genera violenza. E quando una persona perde la speranza, si sente devastata, e finisce per dire: “O combatto o tanto vale che muoia”». Così, a bordo di motoscafi veloci, con passamontagna, fucili automatici e kalashnikov, i ribelli del Delta sono passati al contrattacco, sabotando l’industria del petrolio. Sono la voce armata di una intera popolazione, stremata da decenni di saccheggio delle risorse e dalla repressione militare che tenta in ogni modo di stroncarne le proteste. Si battono per la fine dell’inquinamento delle loro terre, per il risarcimento dei danni subiti e la restituzione delle risorse alle comunità locali. Questo libro è un omaggio alla loro battaglia.

Dove finiscono i soldi dei tiranni?

da Carta.org

I tempi sono proprio brutti per i dittatori. Una volta i tiranni in pensione, finivano le loro vite in belle proprietà in Inghilterra, in Francia, Italia o in Svizzera. Non venivano disturbati da nessuno e potevano continuare a spendere le loro fortune colossali sparse per le varie banche del mondo ricco. Anche Bocassa «l’Orco della Repubblica Centro Africana» alla fine non se l’è spassata troppo male.

Oggi questo stesso mondo ricco sembra non volerli più accettare sulle proprie terre dopo averli spremuti. Sono costretti ad esili sempre dorati, ma lontani dal mondo libero e democratico. Sono diventati quasi come i rifiuti radioattivi, non si vuole metterli definitivamente al bando della storia, però tutti li tengono lontani dalla propria casa.

Ben Ali è in esilio in Arabia Saudita (probabilmente il più stabile e potente stato burattino della zona), Mubarak è in esilio a Sharm El Sheikh. Sì proprio così. Perché chi è andato a Sharm si è accorto che lì non è Egitto. Ma per niente. Gheddafi probabilmente, se cade, non si arrenderà. O sarà giustiziato come Ceaucescu, alla svelta, o come Saddam dopo un finto processo. Comunque un processo vero e proprio contro questa gente non ci sarà mai. Perché sanno troppe cose per lasciarli parlare.

Sia come sia, la fine di questa gente non importa molto. Anche la più brutta delle fini non riporterà mai giustizia a tutti quelli che hanno derubato, ingannato, insultato, ridotto in schiavitù, umiliato, arrestato arbitrariamente, torturato e/o ucciso. Un po’ più importanti sono invece le fortune astronomiche sottratte ai rispettivi popoli e esportate nelle banche occidentali e nei paradisi fiscali. Che fine faranno? I beni personali di Saddam, della sua famiglia e quelli dello stato iracheno, ad esempio, furono ritirati in contanti (almeno quelli che erano nelle banche statunitensi) e portati in Iraq. Ufficialmente, per finanziare la ricostruzione. Erano vari miliardi di dollari. Potevano veramente bastare a ricostruire le infrastrutture del paese e rilanciare l’economia. Invece… nulla! Vaporizzati. L’Iraq è ancora disastrato come all’indomani della guerra. Le strade sono come le ha lasciate Saddam. La ferrovia è un lontano ricordo. La rete elettrica è ancora primitiva e, laddove arriva, assicura una media di 5-6 ore di elettricità al giorno. La barzelletta irachena dice “l’elettricità nel nostro quartiere viene ad intermittenza: un ora non c’è e l’altra dopo … nemmeno.” L’acqua arriva poche ore al giorno anche quella. L’industria è quasi scomparsa da tempo e l’agricoltura è ridotta più o meno come tutto il resto. A che cosa sono serviti, allora, i vari miliardi di Dollari che Bremer e Negroponte (i due capi successivi dell’Authorità Provvisoria della Coalizione) avevano nelle loro casse all’inizio dell’occupazione? Probabilmente sono serviti per raggiungere il risultato attuale: il caos più totale. È vero che distruggere una nazione dalle sue fondamenta, dividere la popolazione in etnie che si odiano a morte, la guerra civile, la corruzione dilagante…. sono tutte cose che hanno dei costi piuttosto alti.

I soldi sono spesso andati a società americane che hanno subappaltato a società turche che hanno subappaltato a società egiziane che hanno subappaltato a società irachene per far finta di lavorare e non fare quasi niente; a compagnie di sicurezza privata (e di insicurezza pubblica), alla creazione di associazioni a delinquere travestite da partiti politici e di balordi in giacca e cravatta travestiti da personalità politiche; ad arricchire capi tribù e capi religiosi fantocci, milizie armate, formazioni militari e paramilitari nascoste, società di pseudo intervento umanitario, affaristi, spie, banditi, criminali, trafficanti di tutto e di niente, muri di cemento armato, filo spinato, attrezzature militari… tutto tranne qualcosa di utile per il paese.

Oggi, sono tanti i paesi che hanno annunciato il congelamento dei beni dei Ben Alì (e Tarabulsi, la famiglia della moglie), dei Mubarak e dei Gheddafi. Ma dove andranno a finire questi soldi è un grande punto interrogativo. Gran parte, probabilmente, andrà nel dimenticatoio della storia e se li mangeranno le banche. Come è successo nella storia molte volte con vari conti di capi di stato, di regimi e di piccoli e grandi delinquenti comuni, morti o incarcerati. Una altra parte sarà utilizzata da ogni paese dove sono depositate per ricattare i nuovi governi che nasceranno dalle proteste o dalle manipolazioni di esse. «Io ti do indietro i tuoi capitali alla condizione che li usi per fare “questo e per quell’altro”. E te gli ridò indietro soltanto se “quello e quell’altro” lo fai fare alla società “Pinco” o la compagnia “Pallino…»

Condizioni inaccettabili in una situazione normale. Condizioni che non accetterebbe che un nuovo governo corrotto quanto il primo, o forse ancora di più. Che accetterebbe, però, solo con la contro-condizione che una fetta consistente delle somme restituite vada su conti segreti intestati ai nuovi capi. Insomma, un eterno ritorno al punto di partenza! È anche per questo che gli stati potenti stanno premendo con tutta la loro forza perché queste rivolte portino solo un cambiamento di burattini ma che alla fine lo spettacolo sul teatrino sia sempre lo stesso. Per fortuna la strada sembra abbastanza cosciente di questi rischi e continua ad essere mobilitata. Ieri a Tunisi ci sono stati nuovi scontri di Piazza. Ghannouchi, il nuovo presidente-vecchio primo ministro- ha dovuto presentare le sue dimissioni. Speriamo che la stanchezza non si impadronisca dei rivoltosi prima che mandino a casa tutti i dinosauri.

Il Blog di Karim Metref

 

Lampi di Cassandra/ Vi ricordate di Julian? di Marco Calamari

Roma – Penso di si, di Julian un ricordo lo dovreste avere. Non parlo del clamore suscitato dal sito Wikileaks nell’ultimo anno. il sito c’era anche prima, ma le azioni di pubblicazione che aveva effettuato non avevano raggiunto quella massa critica che le rende notizie di cronaca e che automaticamente ne moltiplica la risonanza ed i (positivi) effetti.

Non parlo neppure delle sue peripezie in giro per il mondo per essere un bersaglio meno facile, culminate nella sua vicenda giudiziaria anglo-svedese che lo vede oggi bersaglio di una ormai concessa estradizione dal Regno Unito alla Svezia.

Anche se magari vi ricordaste del fatto che Julian viene estradato sulla base di un evidente attacco mediatico, da un paese per cui il reato contestato non esiste nemmeno e quindi contro qualsiasi prassi del diritto internazionale, non sarebbe nemmeno questo, a parere di Cassandra, il ricordo più importante.
Il ricordo più importante sarebbe quello del debito di gratitudine che chiunque abbia a cuore libertà di informazione e trasparenza delle istituzioni ha nei confronti di una persona che, tra luci ed ombre, porta avanti questo suo scomodo ideale da molti anni.

Infatti non esiste solo una campagna di fango, volta a cancellare i molti lati positivi che l’esposizione mediatica del fondatore di Wikileaks aveva portato a conoscenza anche del pubblico più disattento: da parecchi mesi ormai Julian ed i suoi legali hanno descritto la manovra che è in atto nei suoi confronti per zittirlo definitivamente. Questa manovra richiede appunto la sua estradizione in Svezia, per subire un processo che anche se lo vedesse condannato potrebbe terminare con una semplice multa, visto che non si tratta (tecnicamente) di stupro.

Ma nel frattempo giungerà dagli Stati Uniti una richiesta di estradizione basata su una legge retroattiva approvata nel frattempo, o su “prove” ancora mai emerse e su cui si potrebbero fin da ora avanzare andreottianamente seri dubbi, dove potrebbe dover affrontare buchi neri come Guantanamo o sentenze di morte per spionaggio.

Il silenzio che lo circonda facilita questa manovra, per ora puntualmente realizzatasi, anzi ne è requisito indispensabile. E questo silenzio è palpabile anche in persone come quelle che leggono queste righe. Non dovrebbe essere così.

La voce di Cassandra è poco utile perché solitamente non creduta, ma forse se si sentissero le vostre, forti e numerose, questo triste ed ingiusto finale potrebbe cambiare.

Don Gallo a Bossi: «Nessuno può fermare i migranti»

da IlsecoloXIX.it

«Le parole di Bossi sono inutili, nessuno può fermare i fenomeni migratori, sono come un fenomeno sismico». Don Andrea Gallo, fondatore e anima della comunità di San Benedetto al Porto di Genova, commenta così l’invito del leader della Lega Nord a mandare «in Francia e in Germania» gli immigrati in fuga dal Nord Africa.

«Per la probabile emergenza migratoria dal Maghreb serve l’impegno di tutta l’Europa, – aggiunge il sacerdote genovese a margine dell’inaugurazione di una nuova struttura d’accoglienza – e l’Italia deve cominciare per prima ad accogliere i profughi».

Secondo don Gallo, «c’è bisogno di un nuovo incontro di civiltà», aggiunge, ricordando che «gli italiani hanno invaso il mondo in cent’anni, dal 1850 al 1950 sono emigrati in 30 milioni».

 

«Invito il ministro Bossi – afferma don Gallo – ad ascoltare di nuovo la canzone “Creuza de mà” di De Andrè, che ormai ha trent’annì, ed è dedicata ai marinai e alle loro vite da eterni viaggiatori. «La musica sì che ha visto il Mediterraneo – conclude – raccogliere tutte le sue culture».

 

Italia primo fornitore europeo di armi alla Libia

da Unimondo.org

Gaeta, consegna di tre motovedette italiane alla Guardia costiera libica - Foto: Interno.it

L’Italia non solo è uno dei principali partner commerciali della Libia, ma è il maggiore esportatore europeo di armamenti al regime di Gheddafi. I Rapporti dell’Unione europea sulle esportazioni di materiali e sistemi militari (qui l’ultimo rapportoun’analisi) certificano che nelbiennio 2008-2009 l’Italia ha autorizzato alle proprie ditte l’invio di armamenti alla Libia per oltre 205 milioni di euro che ricoprono più di un terzo (il 34,5%) di tutte le autorizzazioni rilasciate dall’UE (circa 595 milioni di euro). Tra gli altri paesi europei che nel recente biennio hanno dato il via libera all’esportazione di armi agli apparati militari di Gheddafi, figurano la Francia (143 milioni di euro), la piccola Malta (quasi 80 milioni di euro), la Germania (57 milioni), il Regno Unito (53 milioni) e il Portogallo (21 milioni).

A differenza dei colleghi europei, il ministro degli Esteri Frattini si è guardato bene dal dichiarare anche solo la sospensione temporanea dei rifornimenti di armi a Gheddafi. Eppure da quando sono iniziate le manifestazioni di piazza in diversi paesi del nord Africa non sono mancate le dichiarazioni in tal senso delle principali cancellerie europee.

Ha cominciato la Francia annunciando la sospensione dell’invio all’Egitto non solo di sistemi militari ma anche di ogni materiale esplosivo o destinato al controllo dell’ordine pubblico tra cui i gas lacrimogeni. Ha proseguito la Germania dichiarando l’interruzione delle forniture di armi verso l’Egitto manifestando specifiche “preoccupazioni per le violazioni dei diritti umani nella risposta alle proteste” da parte delle forze dell’ordine vicine al presidente Mubarak. Il 17 febbraio la Francia ha quindi esteso lo stop alla vendita di armi anche al Bahrain e alla Libia. E lo stesso Foreign Office britannico, inizialmente poco propenso ad ammettere l’uso di armi inglesi contro la popolazione a Manama, il giorno successivo ha revocato numerose autorizzazioni all’esportazione di armi in Bahrain e LibiaTra i principali esportatori europei di armamenti solo l’Italia tace.

Eppure non sono mancate le sollecitazioni. Dopo i primi tumulti nei paesi del nord Africa,Rete Disarmo e la Tavola della pace avevano chiesto esplicitamente al Governo italiano di sospendere ogni forma di cooperazione militare con Algeria, Egitto e Tunisia e di fatto con tutti i paesi dell’area. Simili richieste sono state inoltrate dalle associazioni pacifiste in Germania, in Francia e nel Regno Unito. I cui governi, inizialmente refrattari, hanno dovuto rispondere all’opinione pubblica. Solo il ministro Frattini è sordo ad ogni sollecitazione.

Non sono certo bruscolini gli affari in armi delle industrie militari italiane con il colonnello Gheddafi a cominciare da quelle controllate Finmeccanica. La holding italiana è partecipata per la quota di maggioranza (il 32,5%) dal Ministero dell’Economia, ma ha come secondo azionista proprio la Lybian Investment Authority (LIA), l’autorità governativa libica che detiene una quota del 2,01%: quota che Gheddafi mira ad espandere fino al 3% del capitale per imporre nel consiglio di amministrazione alcuni dei suoi uomini fidati e che comunque già adesso le permetterebbe di eleggere fino a quattro delegati.

Da quando nel 2004 l’Unione europea ha revocato l’embargo totale alla Libia, le esportazioni di armamenti italiani al regime del colonnello Gheddafi hanno visto un crescendo impressionante. Si è passati dai poco meno di 15 milioni di euro del 2006 ai quasi 57 milioni del 2007. Ma è soprattutto nell’ultimo biennio – anche a seguito del “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e Libia” firmato a Bengasi nell’agosto del 2008 dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e dal leader della Rivoluzione, Muammar El Gheddafi – che le esportazioni di armamenti italiani verso le coste libiche hanno preso slancio. L’articolo 20 del Trattato prevede infatti “un forte ed ampio partenariato industriale nel settore della Difesa e delle industrie militari”, nonché lo sviluppo della “collaborazione nel settore della Difesa tra le rispettive Forze Armate”. Si è cominciato quindi con 93 milioni di euro nel 2008 e proseguito nel 2009 con quasi 112 milioni di euro che fanno oggi dell’Italia il principale fornitore europeo – e probabilmente mondiale – di armi al colonnello Gheddafi.

Le asettiche Relazioni della Presidenza del Consiglio sulle esportazioni militari degli ultimi anni parlano di generici “aeromobili” (Rapporto 2006, Tabella P.), “veicoli terrestri” e ancora “aeromobili” (Rapporto 2007, Tabella 18), ma poi anche di “bombe, siluri,razzi, missili e accessori” e “apparecchiature per la direzione del tiro” e i soliti “aeromobili” (Rapporto 2008, Tabella 15) e più di recente anche di tutto quanto sopra con l’aggiunta di sempre generiche “apparecchiature elettroniche” e “apparecchiature per la visione di immagini” (Rapporto 2009, Tabella 15).

Spulciando le più corpose Relazioni annuali si scopre qualcosa di più: nel 2006 è stata autorizzata l’esportazione a Tripoli di due elicotteri AB109 militari dell’Agusta del valore di quasi 15 milioni di euro. Nel 2007 sempre l’Agusta ha incassato 54 milioni di euro per l’ ammodernamento degli aeromobili CH47. Nel 2008 è stato dato il via libera per l’esportazione di otto elicotteri A109 per 59,9 milioni di euro sempre dell’Agusta e all’Alenia Aeronautica per un aeromobile ATR42 Maritime Patrol del valore di 29,8 milioni di euro. Nel 2009 altri due elicotteri AW139 dell’Agusta per circa 24,9 milioni di euro e quasi 3 milioni per “ricambi e addestramento” per velivoli F260W della Alenia Aermacchi, ma anche una autorizzazione alla MBDA Italiana, azienda leader a livello mondiale nei sistemi missilistici, per materiali di cui non si rintraccia l’autorizzazione (se non il numero: MAE 18160) del valore di 2.519.771 euro.

Non sembrino poca cosa i poco più di 2,2 milioni di euro e per “ricambi e addestramento” dei velivoli F260W della Alenia Aermacchi: la Libia infatti possiede circa 250 aerei F260W, “un numero spropositato, anche considerando che si tratta delmodello armabile” – notano gli analisti. “Questi velivoli in origine Siai Marchetti, che in Europa vengono utilizzati come addestratori, ma che in Africa e America latina sonospesso impiegati come bombardieri, sono stati venduti all’Aeronautica libica negli anni Settanta. Ne erano stati acquistati 240, oggi non si sa quanti siano in servizio. Nel 2006 un certo numero di questi velivoli sono stati ceduti alle forze armate ciadiane che li hanno utilizzati per bombardare i ribelli sulle frontiere con il Sudan” – ricorda Enrico Casale.

Nella sua approfondita inchiesta sulle esportazioni di armamenti italiani alla Libia dal titolo “Roma-Tripoli: compagni d’armi”, il giornalista del mensile Popoli, evidenzia inoltre che Finmeccanica e la Libyan Investment Authority hanno stretto ulteriormente i loro rapporti il 28 luglio 2009 con un nuovo accordo: si tratta di un’intesa generale attraverso la quale la holding di piazza Montegrappa e il fondo sovrano si impegnano a creare una nuova joint-venture (con capitale di 270 milioni di euro) attraverso la quale gestiranno gli investimenti industriali e commerciali in Libia, ma anche in altri Paesi africani. Il primo frutto è stato un accordo siglato da Selex Sistemi Integrati, società controllata da Finmeccanica, e dal governo libico: un contratto, del valore di 300 milioni di euro, che prevede la creazione di un sistema di “protezione e sicurezza” dei confini meridionali della Libia per frenare l’immigrazione.

Forse anche per questo il ministro Frattini è in difficoltà ad intervenire quando sente parlare di sanzioni contro il leader libico. Gli andrebbe ricordato che la legge 185 del 1990 e la Posizione Comune dell’Unione europea sulle esportazioni di armamenti chiedono di accertare il “rispetto dei diritti umani nel paese di destinazione finale e il rispetto del diritto internazionale umanitario da parte di detto paese” e dirifiutare le esportazione di armamenti “qualora esista un rischio evidente che la tecnologia o le attrezzature militari da esportare possano essere utilizzate a fini di repressione interna”.

Proprio per evitare questo tipo di utilizzo, Francia, Germania e Regno Unito hanno deciso nei giorni scorsi di sospendere le esportazioni militari a diversi paesi tra cui la Libia. Il ministro degli Esteri italiano, invece tace. Che sia all’oscuro delle dichiarazioni dei suoi colleghi?

Intanto il ministro della Difesa, La Russa conferma da Abu Dhabi che la nave della marina militare Elettra è stata mobilitata per far fronte alla emergenza creata dalla crisi in Libia. La Russa si trova negli Emirati Arabi per una non ben specificata (dai media italiani) “visita ufficiale”. Guarda caso proprio nell’emirato dove è in corsol’International Defence Exhibition and Conference (IDEX 2011), “il più grande salone espositivo su difesa e sicurezza nel Medio Oriente e nel Nord Africa”. Al quale non potevano mancare tutte le maggiori industrie italiane di armamenti. Specialmente Finmeccanica che ha realizzato “un padiglione all’avanguardia in linea con i principi espressi nel suo Rapporto di sostenibilità“. E per cercare nuovi acquirenti in un’area che è sicuramente di “interesse strategico” adesso che diversi dittatori sono in bilico.

Giorgio Beretta

 

I manifestanti sono ratti pagati dai servizi segreti stranieri

da Infoaut

gheddafi

I manifestanti sono ratti pagati dai servizi segreti stranieri” così Muammar Gheddafi nel video alla nazione definisce gli insorti. Il video è un concentrato di retorica politica, che se non fosse per le migliaia di vittime che gli fanno da corollario sembrerebbe quasi una farsa.

Comunque un dato è certo il passo verso laguerra civile è vicinissimo. “Non me ne andrò, rimarrò fino alla morte” e ancora “io sono il leader di una rivoluzione, non sono un presidente. Non ho un mandato da cui dimettermi”. Il tentativo del rais libico nel suo discorso è duplice: da un lato invocare la guerra e la repressione e quindi mettere paura ai suoi nemici, dichiarando per esempio che i migliaia di morti non rientrano nei suoi canoni di uso della forza “noi non abbiamo ancora utilizzato la forza, se ci troveremo costretti lo faremo”; dall’altro dare morale ai suoi. Incitarli in una nuova missione che trova le fondamenta nella “rivoluzione” del 1969 e nella necessità di difenderla dalle “bande di giovani drogati e ubriachi” pagati dalle potenze straniere. E inoltre di difenderla dagli integralisti islamici che vorrebbero trasformare la Libia in “una base di Al-Qaeda […] Volete questo? Che gli Stati Uniti occupino la Libia come hanno fatto con Afghanistan, Iraq e Somalia per sradicare l’estremismo islamico?”

Fatto sta che intanto la rivolta dilaga. Tutta la parte est e gran parte di quella occidentale del paese è in mano ai rivoltosi. Sono circa una decina le città in mano agli insorti. Oltre a Bengasi, i ribelli controllano Sirte e Torbruk, Misurata, Khoms, Tarhounah, Zenten, Al-Zawiya e Zouara. Praticamente Gheddafi e i suoi controllano solo Tripoli dove le operazioni di morte non si sono fermate neanche mentre parlava Gheddafi. I morti nella sola Tripoli durante i bombardamenti sui manifestanti scesi in piazza sembrano essere circa mille.

Ma se Tripoli è rimasta la roccaforte di Gheddafi, difesa da pochi apparati dell’esercito e da mercenari, il comitato di liberazione che guida la rivoluzione è deciso a continuare e ha già lanciato l’appello di manifestare e conquistare l’ultima città che farebbe cadere di fatto definitivamente il rais.

Intanto il governo italiano è in forte crisi, e rischia di affondare insieme al rais libico. Piazza Affari, ieri, ha subito un misterioso stop dovuto a problemi tecnici non meglio definiti. Fatto sta, che le previsioni se fosse stata aperta la Borsa davano una partenza intorno ad un meno 10%. Il flusso di gas verso l’Italia e l’Europa attraverso Greenstream, ha annunciato l’Eni, sono del tutto sospese. La retorica dei respingimenti resa possibile grazie a tutte le contropartite economiche giocate dal governo sulla pelle dei migranti rischiano di saltare. Berlusconi, ieri ha chiamato al telefono l’amico Gheddafi, i media naturalmente parlano di una condanna alla forte repressione. Ma la domanda è cosa si sta muovendo dietro? Il governo italiano può abbandonare con tutti gli investimenti che ha in Libia e che la Libia ha in Italia, Gheddafi? Insomma, Berlusconi si renderà complice ulteriormente?

Da oggi parte probabilmente l’ultima fase, in cui Gheddafi si giocherà il tutto per tutto. Ieri ha preparato il terreno per la guerra civile e difficilmente oggi lo abbandonerà. La rivoluzione del 17 febbraio da una parte e il regime dall’altra, con i suoi mercenari e caccia bobardieri. Da notare comunque che in questo contesto anche le migliaia di profughi e migranti sub sahariani stanno diventando bersagli inconsapevoli della caccia al mercenario.

Comunque il termometro di questa soggettività che stà trasformando le sorti del mondo lo misuriamo da questi messaggi che dalla Libia tramite twitter sono stati mandati in tutto il mondo:“Tell the word we died for our country tell them we died with honor. Goodbye.

info dal Chiapas

Abbandonati dai media ufficiali e non solo, un breve video informativo
sulla repressione a Bachajoin, in Chiapas.
Breve video co-realizzato con il Grupo de Trabajo “No Estamos Todxs”
sulla situazione a San Sebastian Bachajon,
registrato l’11 febbraio, dopo l’arresto di 117 compagni, 10 dei
quali ancora in carcere.
http://www.archive.org/details/InformeBachajon
durata: 6’40”
lingua: spagnolo
¡LIBERTAD PARA LOS PRESXS POLITICXS!
¡VIVA LA OTRA CAMPAÑA!