Fermiamo il trattato di liberalizzazione commerciale USA-UE

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da asud.net

La Campagna Stop TTIP Italia nasce a febbraio 2014 per coordinare organizzazioni, reti, realtà e territori che si oppongono all’approvazione del Trattato di Partenariato Transatlantico su commercio e Investimenti (TTIP).

Il TTIP, Transatlantic Trade and Investment Partnership, il trattato di libero scambio tra Unione Europea e Stati Uniti d’America attualmente oggetto di negoziati volutamente segreti, è qualcosa di più di una semplice trattativa di liberalizzazione commerciale. E’ l’ennesimo attacco frontale che vede lobby economiche, Governi e poteri forti accanirsi su quello che rimane dei diritti del lavoro, della persona, dell’ambiente e di cittadinanza dopo anni di crisi economica e finanziaria, in un più ampio tentativo di disarticolare le conquiste di anni di lotte sociali con le politiche di austerity e di redistribuzione del reddito verso l’alto.

Il negoziato TTIP, lanciato ufficialmente nel luglio 2013 e portato avanti in modo opaco e segreto dalla Commissione europea e dall’Amministrazione statunitense in vista di una sua possibile conclusione a fine 2014, disegna un quadro di pesante deregolamentazione dove obiettivo principale non saranno tanto le barriere tariffarie, già abbastanza basse, ma quelle non tariffarie, che riguardano gli standard di sicurezza e di qualità di aspetti sostanziali della vita di tutti i cittadini: l’alimentazione, l’istruzione e la cultura, i servizi sanitari, i servizi sociali, le tutele e la sicurezza sul lavoro. Con l’alibi di un’omogeneizzazione delle normative e la falsa illusione di risollevare l’economia dell’Europa, si assisterà ad una progressiva corsa verso il basso in cui saranno i cittadini e l’ambiente a farne principalmente le spese in un processo che porterà alla progressiva mercificazione di servizi pubblici e di beni comuni. Un rischio che viene tenuto sotto traccia a causa di trattative svolte a porte chiuse, sotto la forte pressione delle lobby delle industrie private senza un coinvolgimento efficace dei Parlamenti e del Congresso e senza che i cittadini vengano adeguatamente informati.

Tra i principali obiettivi del negoziato, c’è la tutela dell’investitore e della proprietà privata, grazie alla costituzione di un organismo di risoluzione delle controversie, un vero e proprio arbitrato internazionale, a cui le aziende potranno appellarsi per rivalersi su Governi colpevoli, a loro dire, di aver ostacolato la loro corsa al profitto. Qualsiasi regolamentazione pubblica che tuteli i diritti sociali, economici ed ambientali, con la scusa della tutela della competizione e degli investimenti, rischierà di soccombere dinanzi alle esigenze delle aziende e dei mercati, tutelate da sentenze che saranno a tutti gli effetti inappellabili. Scenari che si sono già avverati nell’ambito di altri trattati di libero scambio come il Nafta, o che hanno permesso a una multinazionale energetica come la Vattenfall di citare in giudizio il Governo tedesco per la decisione della Germania di chiudere le proprie centrali nucleari. Per questo, come movimenti e organizazioni sociali italiane, abbiamo deciso di mobilitarci per opporci a un disegno politico che ha nella mercificazione dei diritti e nella tutela dei mercati il suo obiettivo principale. Ci appelliamo a tutte le forze sociali , sindacali e politiche del nostro Paese, perché convergano su una mobilitazione comune per fermare il negoziato TTIP , esattamente come successe alla fine degli anni ’90 con l’Accordo Multilaterale sugli Investimenti , nel decennio scorso con la Direttiva Bolkestein, o più recentemente con il negoziato Anti-Counterfeiting Trade Agreement (ACTA), il trattato che con la scusa della lotta alla ‘’pirateria’’ informatica e della salvaguardia del diritto d’ autore avrebbe attentato al diritto alla privacy e al libero accesso alla rete dei cittadini.

Sicurezza alimentare: le norme europee su pesticidi, Ogm, carne agli ormoni e più in generale sulla qualità degli alimenti, più restrittive di quelle americane e internazionali, potrebbero essere condannate come “barriere commerciali illegali”;
Acqua ed energia: sono settori a rischio privatizzazione. Tutte quelle comunità che si dovessero opporre potrebbero essere accusate di distorsione del mercato

Servizi pubblici: il TTIP limiterebbe il potere degli Stati nell’organizzare i servizi pubblici come la sanità, i trasporti, l’istruzione, i servizi idrici, educativi e metterebbe a rischio l’accesso per tutti a tali servizi a vantaggio di una privatizzazione che rischia di escludere i meno privilegiati

Diritti del lavoro: la legislazione sul lavoro, già drasticamente deregolamentata dalle politiche di austerity dell’Unione Europea, verrebbe ulteriormente attaccata in quanto potrebbe essere considerata “barriera non tariffaria” da rimuovere
Finanza: il trattato comporterebbe l’impossibilità di qualsivoglia controllo sui movimenti di capitali e sulla speculazione bancaria e finanziaria;

Brevetti e proprietà intellettuale: la difesa dei diritti di proprietà delle imprese sui brevetti metterebbe a rischio la disponibilità di beni essenziali, quali ad esempio i medicinali generici.

Così come la difesa dei diritti di proprietà intellettuale possono limitare la diffusione della conoscenza e delle espressioni artistiche;

Gas di scisto: il fracking, già bandito in Francia per rischi ambientali, potrebbe diventare una pratica tutelata dal diritto. Le compagnie estrattive interessate ad operare in questo settore potrebbero chiedere risarcimenti agli Stati che ne impediscono l’utilizzo. In questo modo si violerebbe il principio di precauzione sancito dall’Unione Europea, incentivando iniziative economiche che mettono in pericolo la salute umana, animale e vegetale, nonché la protezione dell’ambiente;

Libertà e internet: i giganti della rete cercherebbero di indebolire le normative europee di protezione dei dati personali per ridurli al livello quasi inesistente degli Stat Uniti, autorizzando in questo modo un accesso incontrastato alla privacy dei cittadini da parte delle imprese private

Democrazia: il trattato impedirebbe qualsiasi possibilità di scelta autonoma degli Stati in campo economico, sociale, ambientale, provocando la più completa esautorazione di ogni intervento da parte degli enti locali

Biocombustibili: il TTIP attraverso l’armonizzazione delle normative europee in ambito energetico, incentiverebbe l’importazione di biomasse americane che non rispettano i limiti minimi di emissione di gas a effetto serra e altri criteri di sostenibilità ambientale.

Ribellarsi ad un trattato che antepone la logica del profitto illimitato alla tutela dei diritti inalienabili sanciti formalmente nelle convenzioni europee e internazionali, vuol dire assumersi la responsabilità di determinare un cambiamento che sia a beneficio di tutti e non ad appannaggio dei soliti noti.

(28 marzo 2014).

Elezioni europee, attenti al Trattato di libero scambio Usa-Ue

di Ignacio Ramonet, da democraziakmzero.org

Tra due mesi, dal 22 al 25 maggio, gli elettori di tutta l’Unione europea andranno alle urne per eleggere i loro rappresentanti al Parlamento europeo. E’ importante che questa volta, al momento di deporre la loro scheda, essi sappiano chiaramente quali sono le poste in gioco. Per motivi legati sia alla storia che alla psicologia, in alcuni paesi (Spagna, Portogallo, Grecia, ecc.), molti cittadini – troppo felici di essere finalmente considerati “europei” – si sono raramente presi la pena di leggere i programmi. Hanno letteralmente votato alla cieca. Questa volta però la brutalità della crisi e le crudeli politiche di austerità attuate dall’Unione europea (Ue) hanno loro aperto gli occhi. Ormai sanno che è soprattutto a Bruxelles che si decide il loro destino.

A questo proposito, in vista delle elezioni europee, c’è un tema che gli elettori dovranno osservare molto da vicino: il progetto di partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (TTPI [ 1 ]) tra l’Unione europea e gli Stati uniti. Questo accordo viene attualmente negoziato nella massima discrezione, senza trasparenza democratica e nel silenzio complice dei grandi media. Esso mira a creare la più grande zona di libero scambio del pianeta, con circa 800 milioni di consumatori, che rappresenterà quasi la metà del prodotto mondiale lordo (PIL) e un terzo del commercio globale. Provocherà un grande sconvolgimento. Progressi sociali e ambientali sono in pericolo. La più grande vigilanza civica si impone.

Per gli Stati Uniti, la questione della TTPI è particolarmente decisiva. Nel loro confronto strategico con la Cina, le autorità statunitensi vogliono portare nel loro giro d’affari tre aree principali che hanno a lungo dominato – Europa, America Latina, Asia-Pacifico – ma in cui Pechino si è solidamente insediata anche minacciando, qua e là, di espellerne gli Usa. La firma di TTPI sarebbe dunque, per Washington, una vittoria significativa.

L’Unione europea è la più grande economia del mondo; i suoi cinquecento milioni di abitanti dispongono di un reddito medio annuo pro capite di circa 25.000 euro. Ciò significa che l’Ue è il più grande mercato del mondo e il più importante importatore di manufatti e servizi. Essa ha il più alto volume di investimenti esteri, ed è la zona di accoglienza principale di investimenti esteri a livello mondiale. L’Ue è anche il più grande investitore negli Stati Uniti, la seconda destinazione per le esportazioni degli Stati Uniti e il più grande mercato per le esportazioni americane di servizi. La bilancia commerciale tra i due colossi è favorevole all’Ue (un surplus di 76,3 miliardi di euro). Ma quella dei servizi è in deficit (per 3,4 miliardi di euro). Investimenti diretti dell’Ue negli Stati Uniti sommate a quelle degli Stati uniti nell’Ue, toccano l’incredibile cifra di un enorme di 1,2 miliardi di miliardi di euro…

Washington e Bruxelles vorrebbero concludere l’accordo TTPI in meno di due anni, prima della fine del mandato del presidente Obama. Perché così in fretta? Perché, agli occhi degli Stati Uniti, ripetiamo, questo accordo ha una importanza geostrategica capitale. La firma rappresenterebbe un decisivo passo avanti per controbilanciare l’irresistibile ascesa della Cina. E, oltre la Cina, delle altre potenze emergenti riunite nei BRICS (Brasile, Russia, India, Sud Africa).

Poche cifre danno un’idea dell’importanza della minaccia cinese vista da Washington: tra il 2000 e il 2008, il commercio internazionale della Cina è quadruplicato. Le esportazioni sono aumentate del 474 per cento e del 403 per cento delle sue importazioni… Durante lo stesso periodo, al confronto, gli Stati Uniti hanno perso la loro posizione di prima potenza commerciale del mondo, una leadership che detenevano da un secolo… Prima della crisi finanziaria globale del 2008, gli Stati Uniti erano il principale partner commerciale di 127 paesi nel mondo, la Cina lo era solo per un po’ meno di 70 paesi. Oggi, Pechino è diventata il principale partner commerciale di 124 stati, mentre Washington lo è solo di circa 70 paesi… un rovesciamento della situazione spettacolare, e disastroso per gli Stati Uniti.

Cosa significa questo? Che Pechino, entro un periodo di circa dieci anni, potrebbe fare della sua moneta, lo yuan [ 2 ], l’altra grande valuta del commercio internazionale [ 3 ]. E minacciare così la supremazia del dollaro. Per altro, è sempre più evidente che le esportazioni cinesi non sono più fatte soltanto di prodotti di scarsa qualità a prezzi stracciati grazie al basso costo della sua forza lavoro. Ora l’obiettivo esplicito di Pechino è di alzare il livello tecnologico e la qualità dei suoi prodotti (e dei suoi servizi) per diventare, domani, leader nei settori (informatica, automobili, aeronautica, telefonia, nuove energie, finanza, ecc…), in cui gli Stati Uniti e altre potenze occidentali tecnologiche credevano di poter mantenere il monopolio all’infinito.

Per tutte queste ragioni, ed essenzialmente allo scopo di evitare che la Cina diventi troppo velocemente la prima potenza mondiale, Washington sta cercando di blindare a suo vantaggio immense aree di libero scambio alle quali l’accesso dei prodotti cinesi sarà se non impedito per lo meno reso più difficile.

Le poste in gioco sono quindi colossali. Poiché si tratta di una competizione (per il momento pacifica) tra due supercampioni per decidere quale dei due eserciterà l’egemonia globale nella seconda metà di questo secolo. Questo è il” grande gioco” geopolitico attuale. Gli Stati Uniti non sono pronti a cedere. Già, ufficialmente, per cercare di “contenere” la Cina, Washington ha deciso di concentrarsi sll’Asia, che è divenuta la sua area prioritaria geopolitica. Questo riorientamento e questo braccio di ferro con Pechino spiegano, in parte, certe ” turbolenze” geopolitiche attuali.

Ad esempio, in Medio Oriente, l’imperativo del ritiro degli Stati Uniti dall’Asia [ 4 ] (gli Usa si ritireranno definitivamente dall’Afghanistan alla fine di quest’anno, dopo aver fatto lo stesso in Iraq [ 5 ]) , li porta ad agire rapidamente: per sopprimere la minaccia militare rappresentata da alcuni rivali locali (il rovesciamento del colonnello Gheddafi in Libia; l’indebolimento duraturo del regime di Bashar Assad in Siria) o per disinnescare il rischio potenziale che potrebbe essere incarnato da altri avversari (gli accordi in corso con l’Iran, il rafforzamento dell’esercito libanese per contrastare Hezbollah).

Sui partner della Cina nei paesi BRICS – che costituiscono il “primo cerchio” di alleati strategici di Pechino – si può osservare che tutti ora si ritrovano indeboliti. La maggior parte di loro hanno avuto di recente gravi problemi monetari e finanziari. Non è un caso. Questi problemi sono dell’annuncio, fatto ne maggio 2013 dalla Federal Reserve degli Stati Uniti, che avrebbe posto gradualmente fine alla massiccia acquisizione di obbligazioni a lungo termine. Una decisione che porta ad un aumento dei tassi delle obbligazioni sovrane degli Stati Uniti [ 6 ]. Anticipando questo aumento e la prospettiva di profitti, gli investitori internazionali hanno rimpatriato massicciamente, verso gli Stati Uniti, liquidità colossali che avevano momentaneamente collocato nei mercati delle potenze emergenti.

Risultato: il valore delle valute di Brasile, Russia, India e Sud Africa noto (ma anche, tra gli altri, di Argentina e Turchia) è crollato [ 7 ] costringendo questi Stati a difendere le loro valute aumentando i tassi e sfruttando le loro riserve di valuta estera. Decine di miliardi che avrebbero potuto essere spesi per politiche sociali di sviluppo si sono così volatilizzati in pochi giorni. Tutte le “potenze emergenti” ora si trovano alle prese con una alta inflazione, l’aumento dei prezzi, ampi deficit, infrastrutture incompiute, crescita ridotta [ 8 ] …

Washington ha ricordato loro che il denaro è un’arma. E che il dollaro è ancora il più potente. Sarà sufficiente per l’America annunci un possibile aumento dei suoi tassi di interesse perché la “poteza” dei grandi emergenti, tanto vantata in questi ultimi anni, venga improvvisamente messa in discussione …

Quanto alla Russia (che, con la sua politica di sostegno a Damasco nel conflitto siriano, i suoi veti ripetuti alle Nazioni Unite a favore di Teheran, fa ostacolo al disimpegno americano in Medio Oriente), i recenti avvenimenti in Ucraina, con l’aggiunta dell’attitudine di Washington a favore dei manifestanti di Kiev, e il rovesciamento del presidente Viktor Yanukovich, alleato di Vladimir Putin, hanno messo in difficoltà Mosca – sarà un caso? – sui suoi stessi confini occidentali. Ciò che rischia di degenerare dopo che Mosca ha a sua volta preso posizione a favore della popolazione di lingua russa della Crimea secessionista. In sostanza, ecco per un periodo la Russia paralizzata, costretta a concentrarsi sulla difesa dei suoi interessi vitali, e a ridurre l’impegno su altri teatri dove disturbava le ambizioni degli Stati Uniti.

Ma gli Stati Uniti non cercano solo di indebolire gli alleati della Cina dei paesi BRICS, sembrano anche determinati a tornare in forza in quella che era stata per quasi un secolo la loro riserva di caccia: l’America Latina.

Dopo la guerra del Golfo (1991) e soprattutto dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, Washington, sotto la presidenza di George W. Bush, aveva abbandonato il teatro latino-americano per impegnarsi in tre grandi conflitti in Medio Oriente (Iraq, Afghanistan e contro Al-Qaeda e il “terrorismo internazionale”). Questa “allontanamento” ha favorito in America Latina l’arrivo al potere, attraverso il processo elettorale, di una serie di governi progressisti. Ciò che non si era mai visto nella regione. A cominciare da quello di Hugo Chavez in Venezuela, seguito da quello di Inacio Lula da Silva in Brasile, Evo Morales in Bolivia, Rafael Correa in Ecuador, Nestor Kirschner in Argentina, Tabaré Vazquez in Uruguay, etc.

In uno slancio per riconquistare la loro autonomia politica e ridurre la loro dipendenza economica, questi governi hanno marcato, in un modo o in un altro, la loro distanza da Washington. Ancora una volta, la Cina è diventata, agli occhi e alla barba dello Zio Sam, il principale partner commerciale per la maggior parte dei paesi latino-americani. Guidati da Chavez, Lula e Kirschner, questi stati hanno anche rifiutato un ampio accordo di partnership commerciale con gli Stati Uniti (l’Area di Libero Commercio delle Americhe, ALCA). Inoltre, diversi vertici si sono tenuti per incoraggiare le relazioni commerciali orizzontali (America Latina – Africa, America Latina – mondo arabo). E così gli accordi per rafforzare l’integrazione latinoamericana: Mercato comune del Sud (Mercosur), Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (ALBA), l’Unione delle nazioni del Sud (UNASUR), Comunità degli stati di America Latina e Caraibi (CELAC).

A questo proposito, il recente successo diplomatico del secondo vertice CELAC a L’Avana, a cui hanno partecipato 33 capi di stato e di governo, nonché il Segretario generale dell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) e del Segretario Generale delle Nazioni Unite, è andato di traverso a Washington. Possiamo anche supporre che il tentato colpo di stato insurrezionale condotto in Venezuela dal 12 febbraio da una parte filo-americana dell’opposizione contro il governo di Nicolas Maduro, sia la risposta di Washington all’affronto umiliante che le ha imposto nel mese di gennaio la CELAC.

E’ solo di nuovo un caso se i governi latino-americani più attivi sull’integrazione, e dunque nella presa di distanza dagli Stati Uniti, si sono trovati recentemente a far fronte a varie difficoltà? Sommosse insurrezionali in Brasile e Venezuela, crisi monetaria in Argentina, acquisizione del controllo delle principali città dell’Ecuador da parte della destra [ 9 ]… Allo stesso tempo, gli Stati Uniti hanno incoraggiato la creazione della Pacific Alliance, una comunità economica costituita dai paesi più vicini a Washington – Messico, Colombia, Cile, Perù (più, come osservatori, Costa Rica e Panama) – per controbilanciare il Mercosur.

A proposito del Pacifico, non va dimenticato che Washington sta negoziando attualmente con alcuni paesi della regione [ 10 ] un altro grande partenariato trans-pacifico di libero scambio (Trans Pacific Partnership, TPP, in inglese), fratello gemello asiatico partenariato trans-atlantico (TTPI).

Ma torniamo proprio al TTPI. Anche se esso è stato delineato negli anni novanta, Washington esercita pressioni, da qualche tempo, per accelerare le cose. Negoziati concreti sono iniziati subito dopo, nel Parlamento europeo, la destra e i socialdemocratici hanno accettato in via di principio l’accordo. Un rapporto preparato dal “Gruppo di lavoro di alto livello sull’occupazione e la crescita”, creato nel novembre 2011 da Ue e Stati Uniti, ha raccomandato l’avvio immediato dei negoziati.

Il primo incontro si è tenuto nel luglio 2013 a Washington, seguito da altre due riunioni in ottobre e dicembre dello stesso anno [ 11 ]. Attualmente, i negoziati sono sospesi [ 12 ] a causa di disaccordi all’interno della maggioranza democratica del Senato degli Stati Uniti [ 13 ], ma le due parti hanno deciso di firmare il TTPI il più presto possibile. Da tutto questo, i grandi media hanno parlato poco, nella speranza che il pubblico non diventi consapevole della posta in gioco e che i burocrati di Bruxelles possano decidere in tutta tranquillità e in totale opacità democratica.

Utilizzando il TTPI, gli Stati Uniti e l’Unione europea vogliono eliminare le barriere doganali ancora esistenti, nonché le “barriere non tariffarie” e aprire i loro mercati rispettivi agli investimenti, ai servizi e ai contratti pubblici. Vogliono soprattutto per omogeneizzare gli standard e le norme per commercializzare senza vincoliprodotti e servizi. Secondo i sostenitori di questo progetto di libero scambio, uno degli obiettivi della TTPI sarebbe “avvicinarsi il più possibile ad una totale eliminazione di tutte le tasse sul commercio transatlantico che riguardino prodotti industriali e agricoli”.

Per quanto riguarda i servizi, l’idea è di “aprire il settore dei servizi almeno tanto quanto ciò che è stato ottenuto in altri accordi commerciali finora”, ed estendere questo avanzamento ad altri settori come i trasporti, per esempio. A proposito degli investimenti finanziari, entrambe le parti aspirano a “raggiungere i più alti livelli di liberalizzazione e di protezione degli investimenti”. Infine, per quanto riguarda gli appalti pubblici, l’accordo vorrebbe che le aziende private abbiano accesso a tutti i settori dell’economia (compresa l’industria della difesa), senza alcuna discriminazione.

I grandi media appoggiano senza riserve questo partenariato neoliberista, tuttavia le critiche si sono moltiplicate, soprattutto da parte di alcuni partiti politici [ 14 ], di diverse ONG e da organizzazioni ambientaliste o di difesa dei consumatori. Ad esempio, Pia Eberhard, della ONG Corporate Europe Observatory, denuncia che i negoziati TTPI sono stati condotti senza trasparenza democratica e senza che le organizzazioni civiche fossero a conoscenza delle questioni specifiche su cui entrambe le parti sono già concordi: “Documenti interni della Commissione europea – segnala questa attivista – indicano che essa si è riunita nei momenti più importanti della negoziazione esclusivamente con i dirigenti delle imprese e le loro lobby. Non c’è una sola riunione con le organizzazioni ambientaliste, i sindacati, le organizzazioni di difesa dei consumatori [ 15 ]“. Eberhard teme una diminuzione dei requisiti normativi nell’industria alimentare: “Il pericolo – dice – è che gli alimenti non sicuri, importati dagli Stati Uniti, potrebbero contenere ancora di più organismi più geneticamente modificati (OGM), e c’è anche il problema dei polli disinfettati con cloro, un processo vietato in Europa”. E aggiunge che l’agricoltura industriale degli Stati Uniti così come gli allevatori d’oltremare esigono l’eliminazione degli ostacoli europei all’esportazione dei loro prodotti.

Alcuni collettivi di artisti temono le conseguenze di TTPI in materia di creazione culturale, di istruzione e di ricerca scientifica, in quanto si potrebbe applicare anche ai diritti di proprietà intellettuale. In questo senso, la Francia, è noto, per proteggere il suo importante settore audiovisivo è riuscita a imporre una “eccezione culturale”. In linea di principio, dunque, il TTPI non interesserà le industrie culturali. Ma per quanto tempo, quando conosciamo il potere delle major di Hollywood e dei nuovi conglomerati nati dalla fusione dell’informatica con la telefonia?

Diversi sindacati denunciano che il TTPI incoraggerà la “flessibilità sociale“, spingerà verso la riduzione dei salari e la distruzione dello stato sociale. Temono una riduzione del numero di posti di lavoro in diversi settori industriali (elettronica, comunicazioni, trasporto, metallurgia, industria della carta, servizi alle imprese) e agricoli (allevamento, agro-carburanti, zucchero).

Da parte loro, gli ambientalisti europei e i sostenitori della commercio equo spiegano che il TTPI, rimuovendo il principio di precauzione, potrebbe facilitare l’eliminazione di regolamenti ambientali o per la sicurezza alimentare e sanitaria. Altri stimano che il partenariato promuoverà l’introduzione in Europa del fracking e l’uso di sostanze chimiche pericolose per le acque sotterranee, nello sfruttamento di gas e petrolio di scisto [ 16 ].

Tuttavia, uno dei principali pericoli del TTPI è che include un importante capitolo sulla “protezione degli investimenti”. Ciò potrebbe consentire alle imprese private di denunciare gli stati, colpevoli ai loro occhi di voler difendere l’interesse pubblico, e di trascinarli davanti ai Tribunali internazionali di arbitrato (al soldo delle multinazionali). Ciò che è in gioco qui è semplicemente la sovranità degli stati e il loro diritto di condurre politiche pubbliche in favore dei propri cittadini.

Ma, agli occhi di TTPI, non esistono cittadini, ci sono solo consumatori. Ed essi appartengono alle società private che controllano i mercati.

La sfida è immensa. La volontà civica di fermare il TTIP non deve essere di meno.

Note

[ 1 ] In inglese: Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP).

[ 2 ] Il valore dello yuan è allineato con quello del dollaro USA.

[ 3 ] Nel mese di aprile 2011, nel quadro del vertice BRICS a Sanya (isola di Hainan, Cina), è stato firmato un accordo di cooperazione finanziaria tra le cinque potenze emergenti che prevede di aprire linee di credito nelle loro proprie valute nazionali al fine di ridurre la dipendenza dal dollaro. Nel 2008, Pechino aveva già firmato un accordo analogo con l’Argentina.

[ 4 ] Che, a causa della loro produzione di gas e olio di scisto, ora sono meno dipendenti dal petrolio di questa regione.

[ 5 ] Il Pentagono ha inoltre annunciato che vuole ridurre, in volume, l’Esercito di terra degli Stati Uniti al livello a cui era prima della Seconda Guerra Mondiale. (El País, Madrid, 24 febbraio 2014.)

[ 6 ] Dal 2012, la Federal Reserve (banca centrale americana) ha acquistato ogni mese quasi 85 miliardi dollari (62 miliardi di euro) di titoli di Stato degli Stati Uniti e di mutui cartolarizzati sul mercato. E questo, al fine di sostenere la ripresa. Dopo averlo dichiarato nella primavera del 2013, la Federal Reserve ha finalmente annunciato una prima riduzione di tali acquisti da 85 a 75 miliardi dollari al mese nel dicembre 2013. (Le Monde, Parigi, 29 gennaio, 2014.)

[ 7 ] La rupia indiana e il rand sudafricano ha perso oltre il 10% nei confronti del dollaro in due mesi.

[ 8 ] Anne Cheyvialle, “La crisi dei principali mercati emergenti in questione,” Le Figaro, Parigi, 14 luglio 2013.

[ 9 ] Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, in un rapporto sulle violazioni dei diritti umani nel mondo pubblicato il 27 febbraio, classifica l’Ecuador (come Cuba e il Venezuela) tra i paesi latino-americani che violano i diritti umani. El Telegrafo, Quito, 1 marzo, 2014.

[ 10 ] Australia, Brunei, Canada, Cile, Corea del Sud, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam.

[ 11 ] Sul versante europeo, il capo dei negoziatori europei è lo spagnolo Ignacio Garcia Bercero.

[ 12 ] Christophe Ventura, “Uno stop agli accordi di libero scambio mega-regionali imposti dagli Stati Uniti,” 1 febbraio 2014.

http://www.medelu.org/Coup-d-arret-aux-accords-de-libre

[ 13 ] Cf.. Le Figaro, Parigi, 4 ott 2013.

[ 14 ] Cfr., per esempio, la posizione di Jean-Luc Mélenchon, del Parti de gauche francese: http://europe.jean-luc-melenchon.fr/sujet/grand-marche-transatlantique/

[ 15 ] Cfr. Deutsche Welle en español, 17 febbraio 2013. http://www.dw.de/tratado-ee-uu-ue-libertades-recortadas

[ 16 ] “A Brave New Transatlantic Partnership”, 4 ottobre 2013. http://corporateeurope.org/brave-new-transatlantic-partnership-social-environmental-consequences-proposed-eu-us

(27 marzo 2014)

TTIP: il Pianeta al servizio delle multinazionali

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di Marco Bersani, da italia.attac.org

La crisi sovverte e modifica il quadro geopolitico internazionale, mutando i rapporti di forza a livello internazionale e rimettendo in discussione egemonie storiche, sinora date per indiscutibili. Da una parte le nuove potenze emergenti del Sud del mondo, quali Brasile, India, Sudafrica e Messico continuano a crescere e sviluppare il proprio mercato interno, rivelandosi difficilmente controllabili attraverso gli strumenti vecchi dei Forum internazionali, come il G20, e, in alcuni casi, rafforzando la costruzione di nuove aree commerciali regionali sottratte all’influenza statunitense, come l’area Mercosur in America Latina; dall’altra, sul versante pacifico, l’asse economico e geo-politico tra il gigante cinese e la Russia si va prepotentemente affermando come epicentro degli equilibri mediorientali ed asiatici, in una graduale scalata al ruolo di leadership globale. Recenti statistiche affermano come la produzione economica combinata di Brasile, Cina e India supererà entro il 2020 quella di Canada, Germania, Italia, Regno Unito e Stati Uniti, e come, entro il 2030, più dell’ 80% della classe media del mondo vivrà a sud.

Stretto nella morsa dei nuovi candidati all’egemonia internazionale, con il vecchio partner europeo intrappolato nella spirale delle politiche monetariste basate sull’austerità, lo stanco impero statunitense affila le unghie e adotta una nuova ambiziosa strategia per la riconquista di una nuova egemonia globale diffusa. Nasce da questa esigenza degli Usa l’enorme programma di smantellamento delle residue barriere -commerciali, giuridiche, politiche- al libero commercio e alla libertà di investimento messo in campo in direzione dell’Europa, attraverso il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) e in direzione di 11 paesi che affacciano sul lato del pacifico (Messico, Canada, Cile, Perù, Giappone, Australia, Malesia, Singapore, Vietnam, Nuova Zelanda e Brunei) attraverso il TPP (Transpacific Patrnership). L’obiettivo è la creazione della più grande area di libero scambio del pianeta,che comprenderà economie per circa il 60% del prodotto interno lordo mondiale, interamente governata dalle più potenti multinazionali economiche e finanziarie, agli interessi delle quali andranno sacrificati tutti i diritti sociali e del lavoro, i beni comuni e la stessa democrazia.

Se per gli Usa il TTIP rappresenta la necessità di “legare” alla propria economia il massimo numero di aree geo-politiche e commerciali possibili, per l’Unione Europea si tratta della più evidente e definitiva dichiarazione di resa di un continente che, già da tempo, attraverso la scelta della via rigorista e monetarista in economia, ha deciso di rinunciare alla propria originalità -quella di uno stato sociale, frutto del compromesso fra capitale e lavoro del secondo dopoguerra- per consegnarsi alle leggi dell’impresa. Se, fino all’inizio del nuovo millennio, l’Europa si presentava in maniera aggressiva dentro i contesti degli accordi internazionali – pensiamo al ruolo dell’UE all’interno del Gats nell’Organizzazione Mondiale del Commercio- presentandosi come un continente che, lungi dal proteggere le popolazioni dalla globalizzazione neoliberista, si candidava ad assumerne la guida, con l’adesione ai negoziati per il TTIP, l’Europa dichiara il fallimento di quella strategia e, nel contempo, rinuncia ad ogni tentativo di esercitare un proprio protagonismo sociale, per giocare la partita di una competizione internazionale, tutta giocata al ribasso in tema di diritti del lavoro, di beni comuni e servizi pubblici, di diritti sociali e ambientali.

Ma, al di là delle esigenze geo-politiche, il significato profondo del processo in corso con il TTIP (e con il gemello asiatico del TPP) è la consegna, dietro la strategia di riconquista della scena internazionale da parte dei vecchi padroni del mondo (Usa – Ue – Giappone), delle sorti del pianeta ad un disegno di politica economica mondiale che vede, forse non per la prima volta ma certo mai con questa intensità.,il totale protagonismo politico delle grandi multinazionali, non più “relegate” ad un ruolo di influenza e pressione esterna sulle istituzioni politiche, bensì sedute a pieno titolo e in posizione privilegiata nei tavoli di negoziazione. Questo fatto rende il TTIP il luogo, dentro il quale si profila, per la prima volta nella storia, la costruzione a tavolino di un’area planetaria di libero scambio messa in campo da un’ elite transnazionale che, superando i confini tradizionali fra Stato e privati, tra governi e imprese, si sottrae ad ogni possibile controllo democratico.

Di fatto, e se approvato, il TTIP realizzerebbe l’utopia delle multinazionali : un pianeta al loro completo servizio, fino al punto di poter chiamare in giudizio presso una corte speciale, composta da tre avvocati d’affari rispondenti alle normative della Banca Mondiale, un qualsiasi paese firmatario, la cui scelte politiche potrebbero avere un effetto restrittivo sulla loro “vitalità commerciale”; potendole sanzionare con pesantissime multe per avere, con le proprie legislazioni, ridotto i loro potenziali profitti futuri. E per le elites dell’Ue rappresenterebbe anche la possibilità di superare in avanti, attraverso un “meta-trattato” strutturale, l’attuale difficoltà nell’ imporre, Stato per Stato e governo per governo, le politiche di austerità e di smantellamento dello stato sociale, artificialmente indotte dalla crisi del debito pubblico. L’opposizione radicale al TTIP, oltre che una inderogabile necessità per le vertenze e le conflittualità promosse da qualsiasi movimento sociale attivo, rappresenta anche una grande opportunità : ottenere il ritiro “senza se e senza ma” di quello che rappresenta un disegno esaustivo e totalizzante di un’Europa al servizio dei mercati, metterebbe automaticamente in campo l’opzione di un’altra Europa possibile, quella dei popoli, dei beni comuni, dei diritti e della democrazia.

(28 marzo 2014)

Una Nato nel commercio

 

Dal 10 al 14 marzo i negoziatori delle sue sponde dell’Oceano Atlantico si incontreranno per spingere sulla svendita nei nostri diritti. In Italia è partita da qualche mese una mobilitazione  contro il Trattato di liberalizzazione degli scambi e degli investimenti tra Europa e Stati uniti (T-Tio). Pubblichiamo un articolo di Alex Zanotelli sulle conseguenze della “più grande ‘Statua Imperiale’ mai eretta”.


di Alex Zanotelli* 

In questa campagna elettorale per il Parlamento europeo, riteniamo estremamente importante un serio dibattito, non solo in Italia, ma in tutti i ventotto paesi dell’Ue, sul Trattato di libero scambio fra gli Stati uniti e l’Unione europea, noto come Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti(T-Tip).

Le trattative iniziate in tutta segretezza lo scorso luglio, a Washington, sono condotte da un pugno di esperti della Commissione europea e dal ministero del vommercio Usa. In dicembre, sempre a Washington, c’è stato il terzo ‘round’ di negoziati. Nonostante la maretta dopo lo scandalo Datagate, i negoziati sembrano procedere a gran velocità: a marzo si terrà a Bruxelles il quarto round di negoziati.

Questo Trattato creerà la più grande area mondiale di libero scambio fra due economie che rappresentano metà del Pil mondiale e un terzo dei flussi commerciali. Tutto questo con grande esultanza del mondo degli affari. “Il Trattato più importante del mondo”, ha sentenziato ‘Il Sole 24 ore’ (26 ottobre 2013). Ma perché tanta euforia? Secondo il Commissario al Commercio Ue, Karel de Gucht, il Trattato offrirà all’Europa due milioni di posti di lavoro in più, 119 miliardi di euro di Pil, che equivale a 545 euro in più all’anno per ogni famiglia. Per di più, ci sarà un incremento del 28 per cento delle vendite di prodotti europei negli Stati uniti e dell’1 per cento del Pil. Sono molti a contestare la veridicità di questi dati, e a ridimensionarli. Ma ben pochi si chiedono quali saranno le conseguenze per l’Unione europea.

Nessuna barriera ai mercanti

“Il Trattato punta ad abbattere non tanto le tasse doganali tra Ue e Usa già basse, ma le cosidette Barriere Non Tariffarie cioè i divieti di importazione e di tasse specifiche – scrive Monica De Sisto di Comune-info – che, anche grazie alle grandi battaglie contro la carne agli ormoni, il pollo lavato con il cloro, gli ftalati nei giocattoli, i residui dei pesticidi nel cibo, gli Ogm e così via, tengono lontane dal nostro mercato i prodotti non sicuri, tossici”.

Infatti con il T-Tip cadranno le tasse e le tariffe che hanno tenuto lontano questi prodotti. Il T-Tip avrà pesanti conseguenze sull’ambiente, lavoro e la stessa nostra democrazia. A livello ambientale, il Trattato incrementerà l’esportazione di combustibili fossili e gas estratti con il ‘fracking’ e permetterà alle multinazionali del petrolio di portare in tribunale i governi nazionali che introducessero regolamentazioni restrittive al riguardo, ma di fare anche ricorso contro legislazioni ambientali nazionali. Con la crisi ecologica in atto, tutto questo avrà conseguenze devastanti.

Il Trattato avrà pesanti ricadute anche sul mondo del lavoro, aggirando le norme del diritto al lavoro e svuotando le normative per la protezione dei lavoratori. Ma sarà soprattutto la nostra stessa democrazia, già così debole, ad uscirne azzoppata. Il T-Tip è infatti un negoziato stipulato in totale segretezza senza la partecipazione attiva dei cittadini. (Né il Parlamento europeo né il Congresso Usa sono a conoscenza dei negoziati). E’ un vero e proprio colpo di Stato da parte dei poteri economico-finanziari che oggi governano il Pianeta. E’ la vittoriadelle lobby (multinazionali e banche) che hanno a Bruxelles quindicimila agenti e tredicimila a Washington, stipendiati a fare pressione sulle istituzioni. “E’ un progetto politico -ha scritto Stefano Rodotà – ad asservire ancor più i lavoratori ai piani delle corporations, privatizzare il sistema sanitario e sopraffare qualsiasi autorità nazionale che volesse ostacolare il loro modo di agire”.

Il T-Tip guarda anche lontano, alla leadership mondiale. “Il Trattato potrebbe veicolare la strategia delle élites private della Ue e Usa – ha scritto Kim Bizzarri nell’opuscolo “T-Tip, un Trattato dell’Altro Mondo” (il quaderno di Attac è leggibilequi) – per condizionare le economie emergenti come i Brics e i Paesi dell’Asean e per conquistare la leadership internazionale su un ordine mondiale in cambiamento che minaccia l’egemonia Usa e Ue, ma anche per forzare il Sud del mondo verso un tipo di sviluppo dettato dagli interessi Ue e Usa”.

Non possiamo aspettare

Come cittadini non possiamo accettare un tale mostro economico-finanziario che sarà pagato caro da miliardi di esseri umani, costretti a vivere tirando la cinghia. Per questo il T-Tip deve diventare soggetto di pubblico dibattito nelle prossime elezioni del Parlamento europeo, che si terranno a maggio. Lo  stesso lo abbiamo chiesto per l’Accordo di Partenariato Economico (Epa), che la Ue vuole imporre ai paesi impoveriti (Africa, Caraibi e Pacifico-Acp).(Per firmare l’appello: “Fermate gli Epa”).

Quando la finiremo con questi Fta (Accordi di libero commercio) che fioriscono ovunque, dal Nafta al Cafta? Espressioni  evidenti del trionfo del mercato e delle sue leggi, che permettono a pochi di ammassare enormi ricchezze a spese dei molti: gli 85 uomini più ricchi al mondo hanno l’equivalente di tre miliardi e mezzo dei più poveri. “Tale squilbrio – ha scritto papa Francesco – procede da ideologie che difendono l’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria. Perciò negano il diritto di controllo degli incaricati di vigilare per la tutela del bene comune”.

E per di più, la più grande area di libero scambio al mondo, creata dal T-Tip, sarà difesa da un apparato militare (la Nato e gli Usa), che ingoierà buona parte dei 1.700 miliardi di dollari che spendiamo per armi ogni anno nel mondo. Le armi servono a difendere il 20% del mondo ricco che si pappa il 90 per cento dei beni prodotti.

Possiamo fermarli, come nel 1998

Solo una vasta protesta di massa in tutta Europa potrà sgominare questo nuovo Trattato. Nel 1998, con una grande protesta, noi europei siamo riusciti a sconfiggere il Mai (Accordo Multilaterale sugli Investimenti) che è quasi la copia del T-Tip. Abbiamo vinto dicendo Mai al Mai! Possiamo fare altrettanto con il T-Tip. Chiediamo a tutti, credenti e non, di aderire a questa importante campagna per fermare un Trattato Intrattabile (per maggiori informazioni in campo europeo, vedi s2bnetwork.org; per informazioni alla campagna italiana Stop T-Top, vedi anche questa pagina FB).

Ma chiediamo soprattutto alle chiese, alle comunità cristiane, all’associazionismo di ispirazione cristiana, di mobilitarsi contro la più grande ‘Statua Imperiale’ mai eretta, convinti che un ‘sassolino’ la può far crollare (Daniele, 3). Diamoci da fare perché questo avvenga!

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* Missionario combonioano

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DA LEGGERE:

In arrivo il Ttip, la Nato del commercio

Secondo il commissario al Commercio Ue con il Ttip saranno creati 2 milioni di posti di lavoro. Entro il 2027 però e al prezzo di una totale deregulation

di Monica Di Sisto, da il manifesto

Secondo la Commissione Europea, ma anche i cinguettii di Enrico Letta dopo l’incontro con Barack Obama, il Transatlantic Trade and Investment Partnership (Ttip), trattato che vorrebbe creare tra Usa e Ue la più consistente area di libero scambio mai tentata nel pianeta, sta alla crisi come l’aspirina ai malesseri di stagione. Se ne sa poco, perché il testo è segreto anche per il Parlamento Europeo e il Congresso statunitense e negoziato da un pugno di esperti tra la Commissione Ue e il Ministero del Commercio Usa. Eppure c’è chi ne parla come una delle poche risposte alla caduta libera dell’economia globale. Due milioni di posti di lavoro in più in Ue con le liberalizzazioni, 119 miliardi di euro l’anno di Pil per l’Europa e 130 miliardi di dollari per gli Stati Uniti, cioè 545 euro in più l’anno per ogni famiglia di quattro persone in Europa, e 901 dollari negli Stati Uniti. Sono le rosee previsioni diffuse dal Commissario al commercio Karel De Gucht nel luglio scorso, quando i negoziati sono partiti formalmente.

Peccato che questo si otterrebbe, nella migliore delle ipotesi, solo entro il 2027. E che lo studio citato si limita a quantificare gli effetti diretti del Ttip, ma nessuno degli effetti collaterali. Le famiglie europee potrebbero, infatti, risparmiare acquistando più pollo a buon mercato esportato dagli Usa, ma non sappiamo quanti loro membri perderebbero il lavoro per la chiusura degli allevamenti europei di migliore qualità. Quel pollo, se di qualità peggiore rispetto a quanto previsto attualmente dai regolamenti alimentari europei, potrebbe farli ammalare e pesare di più sui servizi sanitari pubblici e sulle tasche di tutti. Il Ttip, infatti, punta ad abbattere non tanto le tasse doganali tra Usa e Ue – già mediamente appiattite intorno al 4% – ma le cosiddette Barriere Non Tariffarie, cioè divieti di importazione e tasse specifiche che, anche grazie alle grandi battaglie contro la carne agli ormoni, il pollo lavato col cloro, gli ftalati nei giocattoli, i residui di pesticidi nel cibo, gli Ogm e così via, tiene lontani dal nostro mercato prodotti non sicuri, tossici. Queste valutazioni, infine, non tengono conto di quanto ci costerebbero, in termini di diritti e di qualità sociale e ambientale, la liberalizzazione prevista dei servizi essenziali – principalmente acqua, energia e trasporti –, di quelli finanziari, la stretta sul finanziamento delle imprese a partecipazione statale e sulla proprietà intellettuale.

I regolamenti

La Commissione li ha recentemente definiti “generatori di problemi”, ma regolamenti e standard di qualità europei sono spesso il risultato di anni di buone battaglie. Eppure il Ttip contiene un “Capitolo orizzontale per la coerenza dei regolamenti” che prevede l’istituzione del Regulatory Cooperation Council: un organo dove esperti della Commissione e del ministero Usa competente valuterebbero l’impatto commerciale di ogni marchio, regola, etichetta che si volesse introdurre a livello nazionale, federale o europeo. A sua discrezione sarebbero ascoltati imprese, sindacati e società civile. A sua discrezione sarebbe valutato il rapporto costi – benefici di ogni misura e il livello di conciliazione e uniformità tra Usa e Ue da raggiungere, e quindi la loro effettiva introduzione.

Ricordiamo che nel 1988 l’Ue ha vietato l’importazione di carni bovine trattate con certi ormoni della crescita cancerogeni. Per questo era stata obbligata a pagare a Usa e Canada dal Tribunale delle dispute dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) oltre 250 milioni di dollari l’anno di sanzioni commerciali nonostante le evidenze scientifiche e le tante vittime. Solo nel 2013 la ritorsione è finita quando l’Europa si è impegnata ad acquistare dai due concorrenti carne di alta qualità fino a 48.200 tonnellate l’anno, alla faccia del libero commercio. Sarà una coincidenza, ma in un documento congiunto dell’ottobre 2012 BusinessEurope e US Chamber of Commerce, le due più potenti lobby d’impresa delle due sponde dell’oceano, avevano chiesto ai propri governi proprio di avviare una “cooperazione sui meccanismi di regolazione”, che consentisse alle imprese di contribuire alla loro stessa stesura.

La protezione degli investimenti privati

Con una certa baldanza, il 14 gennaio scorso a Bruxelles Pascal Kerneis dell’European Service Forum, la più potente lobby dei fornitori europei di servizi, nel dialogo della Commissione europea con la società civile ha sostenuto che il Ttip non avrebbe alcun senso senza l’introduzione di un Meccanismo di risoluzione dei contenziosi tra investitori e Stati, (Investor-State Dispute Settlement – Isds). Esso permetterebbe alle imprese di far condannare quei paesi che approvassero leggi dannose per i propri investimenti presenti e futuri. Oggi sono costrette a presentarsi ai tribunali nazionali, e sottostare alle regole di ciascun paese, e in Europa, in alcuni casi, alla Corte europea di giustizia. Come evitare le connesse seccature? Creare un organismo che, come il Dispute Settlement Body della Wto per il commercio, giudichi tenendo in conto le sole leggi e contratti relativi agli investimenti. Prendiamo il caso del Quebec, che nel maggio 2013 ha vietato l’estrazione di gas e petrolio dal fracking, cioè dalla polverizzazione per esplosione del sottosuolo, pericolosa per l’uomo e l’ambiente. La compagnia statunitense Lone Pine, che aveva firmato col governo canadese una concessione per l’estrazione, ha chiesto un risarcimento da 250 milioni di dollari. Se negli accordi tra Usa e Canada fosse stato introdotto un Isds, gli avrebbe dato sicuramente ragione perché gli interessi generali non avrebbero avuto alcun peso. E arriviamo, così, all’ultimo punto.

Diritti versus interessi

Tom Jenkins della Confederazione sindacale europea (Etuc), nell’incontro con la Commissione del 14 gennaio scorso, ha ricordato che gli Stati Uniti non hanno ratificato diverse convenzioni e impegni internazionali Ilo e Onu in materia di diritti del lavoro, diritti umani e ambiente. Questo rende, ad esempio, il loro costo del lavoro più basso e il comportamento delle imprese nazionali più disinvolto e competitivo, in termini puramente economici, anche se più irresponsabile. A sorvegliare gli impatti ambientali e sociali del Ttip, ha rassicurato la Commissione, come nei più recenti accordi di liberalizzazione siglati dall’Ue, ci sarà un apposito capitolo dedicato allo sviluppo sostenibile che metterà in piedi un meccanismo di monitoraggio specifico, partecipato da sindacati e società civile d’ambo le regioni. Funzionerà?

Quello in vigore da meno di un anno tra Ue e Korea, paese che come gli Usa si è sottratto a gran parte delle convenzioni Ilo e Onu ed è molto più facile da criticare, fa acqua da tutte le parti. Imprese, sindacati e Ong che fanno parte dell’analogo organo creato per monitorare la sostenibilità sociale e ambientale del trattato Ue-Korea hanno protestato con la Commissione perché avvii una procedura di infrazione contro la Korea per comportamento antisindacale, e ancora aspettano una risposta. È plausibile, con queste premesse, che la Commissione faccia la voce grossa con gli Stati uniti per i diritti del lavoro e per l’ambiente? A marzo, quando i tecnici Usa e Ue s’incontreranno ancora a Bruxelles per far avanzare il negoziato, lo capiremo più chiaramente.

(27 gennaio 2014)

PER UN CONTROSEMESTRE POPOLARE

PER UN CONTROSEMESTRE POPOLARE

Il governo Renzi si prepara al semestre italiano nell’Unione Europea con un piano liberista e autoritario che colpisce a fondo la Costituzione. Ce lo chiede l’Europa, dice questo governo come i suoi predecessori. Così abbiamo avuto l’età pensionabile più alta d’Europa e una serie continua di leggi per estendere il precariato, ultima il Jobs Act. L’Italia è il solo paese della Unione Europea che ha messo nella Costituzione la clausola capestro del pareggio di bilancio e ora il governo Renzi si prepara ad una nuova ondata di privatizzazioni e tagli di servizi e di posti di lavoro, coperti dalla concessione di uno sgravio fiscale che verrà pagato con la distruzione di ciò che resta dello stato sociale, anche tramite una “spending review” che, invece di colpire corruzione e privilegi, intende bastonare ulteriormente i più deboli. La democrazia è in pericolo, si costruisce un sistema elettorale ancora più autoritario ed escludente di quello attuale e ovunque, sul piano delle relazioni sociali, crescono le spinte antidemocratiche, di cui é parte fondamentale il recente accordo tra Cgil-Cisl-Uil e Confindustria sulla rappresentanza sindacale, che massacra ulteriormente i diritti sindacali e del lavoro.

Il governo Renzi ha fatto proprio l’obiettivo delle classi dirigenti e dei poteri forti del nostro paese, di usare il vincolo europeo per realizzare una controriforma sociale e politica globale e la crisi è diventata la grande occasione per realizzare il progetto. Ma l’obiettivo della controriforma globale è anche quello che le classi dirigenti europee vogliono imporre in tutto il continente. Per questo l’opposizione al governo Renzi deve oggi essere parte della lotta contro il potere e i vincoli che ci vengono imposti dalla Unione Europea.

Basta con la retorica ipocrita che presenta come un processo democratico quello che è un processo autoritario guidato dai governi liberisti più forti, dalla tecnocrazia e dai poteri economici e finanziari. L’Unione Europea reale è quella che attraverso le politiche di austerità ha risposto alla crisi con decine di milioni di disoccupati in più, è quella che smantella la più grande conquista dei suoi popoli: lo stato sociale. È quella della distruzione dei contratti e dei diritti del lavoro, della precarizzazione, della delocalizzazione e dell’incentivo alla concorrenza selvaggia tra lavoratori. L’Unione Europea reale é quella della chiusura delle frontiere anche ai sopravvissuti delle stragi sul mare, è quella che ha imposto, con i diktat dei governi tedeschi e di quelli succubi della Germania, la sovranità limitata ai paesi debitori, stravolgendovi le regole democratiche e le stesse Costituzioni, è quella che ha massacrato la Grecia, grazie anche ai suoi governi complici, compiendo una politica di sopraffazione che copre di vergogna tutte le sue istituzioni. L’Unione Europea reale è quella che dopo avere imposto patti devastanti come il Fiscal compact e il Mes, ora all’insaputa dei suoi popoli sta trattando con gli Stati Uniti il TTIP, un trattato che mette finanza e multinazionali al di sopra di qualsiasi potere istituzionale.

Così come il governo Renzi, questa Unione Europea è il nostro avversario oggi e non possiamo più subirne le aggressioni senza reagire davvero. Mentre le forze reazionarie in tutto il continente accrescono il loro consenso strumentalizzando la rabbia sociale contro questa Europa, le principali forze politiche del centrosinistra e le grandi centrali sindacali ne appaiono come i principali sostegni. Questo provoca una situazione pericolosissima per la democrazia, che finisce soffocata tra la tecnocrazia finanziaria, i governi social-liberisti, le rivolte reazionarie.

Vogliamo usare il semestre italiano per costruire l’opposizione, la contestazione, l’alternativa al governo Renzi e al sistema di potere europeo di cui è parte e che lo sostiene. L’Italia è ancora indietro su questo terreno. I movimenti reali e le lotte sociali hanno finora faticato ad individuare le controparti e gli avversari da combattere. A differenza che negli altri paesi del sud Europa massacrati dalle politiche dell’Unione Europea, della Troika e dei governi liberisti, in Italia non abbiamo ancora visto nelle strade una lotta democratica di massa contro l’Unione Europea e i suoi vincoli all’altezza della gravità della situazione. Questo ha indebolito le lotte e soprattutto dato spazio alle forze leghiste e del populismo di destra. Se si vuole uscire dalla tenaglia tra le politiche liberiste e autoritarie del governo Renzi e i lepenismi, bisogna costruire rapidamente un campo democratico e anticapitalista contro questa Unione Europea. Per questo proponiamo a tutte le forze che si oppongono ad essa e al governo Renzi e che rifiutano entrambi, nel nome del lavoro, dei diritti sociali, dei Beni comuni e della democrazia, di incontrarsi per definire un percorso comune, partendo da tre scelte di fondo.

1) L’opposizione al liberismo di Renzi e dei governi europei di centro destra e centro sinistra e a tutte le controriforme .

2) La lotta per abbattere le politiche di austerità e i trattati e i vincoli che le impongono.

3) Il contrasto alla deriva autoritaria sia sul piano del sistema politico che delle relazioni sociali, dalla legge elettorale del governo Renzi all’accordo sindacale del 10 gennaio.

Partendo da questi punti intendiamo proporre la costruzione di un’alleanza di forze diverse, che si muovono assieme contro la disoccupazione e per i diritti del lavoro e i Beni comuni, contro le privatizzazioni e per il rilancio del pubblico e dei diritti sociali, contro l’autoritarismo, per la democrazia politica e sindacale, per la partecipazione.

Il nostro obiettivo é giungere al semestre di presidenza italiana della Unione Europea dando avvio ad un Controsemestre del lavoro, dei diritti sociali, dei Beni comuni e della democrazia, che si contrapponga ai contenuti liberisti del governo Renzi e dell’Unione Europea per tutta la durata del semestre italiano.

Per definire la piattaforma e il percorso del Controsemestre popolare, proponiamo un primo incontro il 23 aprile, alle 15.30, a Roma, in via Galilei 53 (fermata metro A, Manzoni)

Prime firme proponenti: Giorgio Cremaschi – Ross@ – Confederazione Usb- Confederazione Cobas – Rete 28 Aprile – Cgil- Rete dei Comunisti- Sinistra Anticapitalista- Militant – Rete Noi Saremo Tutto

 

“ Il segreto è che siamo sognatori, siamo utopistici, ma non di quei sognatori che stanno sempre con il cuscino sotto la testa sulla veranda di casa, siamo sognatori con i piedi piantati per terra, siamo sognatori con gli occhi bene aperti, siamo sognatori che conoscono gli amici e conoscono i nemici”