Catania. I vigili del fuoco chiedono “diritti e rispetto!”

I Vigili del fuoco del comando di Catania aderenti all'USB,all'indomani della festa patronale,scrivono una lettera aperta rivolta alla cittadinanza, dove viene ancora una volta evidenziato lo stato di abbandono in cui versa il servizio dei Vigili del fuoco,al di là delle medaglie di piombo e le lacrime di coccodrillo. "Lavoratori […] L'articolo Catania. I vigili del fuoco chiedono “diritti e rispetto!” su Contropiano.

“Europa a due velocità”: dalla colonizzazione produttiva alla dipendenza istituzionale?

  La boutade sull’Europa a due velocità ha provocato il coro trasversale della politica nazionale: “è già così”, ci ricorda Angelo Angelino Alfano; “era ora”, rimpalla Enrico staisereno Letta. Eppure l’avventata dichiarazione della Merkel contiene un fondo destabilizzante per l’attuale conformazione europeista. Cosa vuol dire, concretamente, un’“Europa a due velocità”? Troppe cose non sono chiare: 1) è l’“Europa” ad essere immaginata a velocità diseguali, o l’Unione europea? Nel primo caso, infatti, è davvero già così (come da immagine a corredo dell’articolo), ma è l’equivoco ideologico su cui si fonda ogni retorica europeista: scambiare una costruzione politico-economica, la Ue, per un fatto naturale, il continente europeo. L’Europa è tutt’altro che un territorio omologato: ci sono Stati nella Ue e Stati fuori dalla Ue; ci sono Stati nella Ue che hanno l’Euro e Stati nella Ue che non adottano la moneta unica; ci sono Stati dentro la Ue e dentro l’unione doganale di Schengen e Stati che non l’adottano; e così via. L’Europa e la Ue non sono entità sovrapposte, e immaginarne “due” a velocità differenti significherebbe unicamente fotografare una realtà dei fatti sconosciuta solo alla sinistra europeista, che immagina la lotta alla Ue come “lotta all’Europa”. Dunque, quando parla di “Europa a due velocità” la Merkel intende un’Unione europea a due velocità. E’ bene essere chiari. Ma qui le cose si complicano, perché, 2) l’Unione europea “di serie b” condividerebbe la stessa moneta unica della Ue “di serie a”? Questo è il fatto cruciale, perché se così non fosse ci sarebbe di fatto lo scioglimento del vincolo monetario per l’Europa “inferiore”, dunque la fine dell’Unione europea per quegli Stati espulsi dal processo europeista. Dunque non ci sarebbe nessuna Ue di serie b, ma un’unica Unione europea ristretta ai suoi membri economicamente più stabili. Se, al contrario, la Ue a due velocità adottasse comunque la stessa moneta, dove sarebbe la discontinuità dei “cerchi concentrici”? Forse però la Merkel sta pensando a una riscrittura complessiva dei trattati, dai quali verrebbe escluso un gruppo di Stati membri non idonei agli standard finanziari degli Stati di serie a. Però, in tal caso, sorgono altre questioni: 3) i paesi sarebbero esclusi dai trattati in vigore, magari rivisti, o sarebbero esclusi dai trattati futuri (cioè gli accordi militari e sui migranti)? Perché nel primo caso ci troveremmo nella fantasiosa situazione per cui alcuni Stati sarebbero obbligati a rispettare regole, procedure e sanzioni di un’Unione di cui non fanno parte, sancendo di fatto la colonizzazione degli stessi. Una dipendenza talmente smaccata che porterebbe anche la genuflessa Italia a ribellarsi a uno stato di sottomissione surreale. Nel secondo caso, si riproporrebbe la situazione rilevata all’inizio: è già così, di fatto e di diritto, e quindi dov’è la discontinuità? Ma queste e altre domande non fanno i conti con l’Unione europea come entità produttiva. Come detto altre volte, e come ormai addirittura fatto assodato, la Ue e l’Euro così organizzati convengono (unicamente) alla Germania. In regime di tassi di cambio fissi legati a una moneta unica, la produzione convergerà nel territorio a maggiore capacità produttiva. E’ quello che è avvenuto da un ventennio a questa parte, dove la Germania ha vampirizzato le industrie degli altri paesi membri della Ue proprio perché poteva contare su di una moneta deprezzata e sull’impossibilità dei paesi concorrenti di rendere concorrente – appunto – la propria produzione attraverso svalutazioni competitive. Risulta difficile, per non dire impossibile, immaginare la struttura economica tedesca che cambi volontariamente questo bengodi produttivo. Un’Unione europea composta da Germania, Olanda e Francia vedrebbe la moneta adottata schizzare letteralmente verso l’alto, riducendo la competitività tedesca e distruggendo definitivamente quella francese. Certo, si potrebbe obiettare che la Cina, ad esempio, ha una straordinaria competitività economica in presenza di un Renminbi altamente deprezzato. Ma nel caso cinese la Banca centrale è sottoposta alla direzione politica del Ministero del tesoro, e quindi le scelte finanziarie sono sottomesse a un vincolo politico. La Bce, al contrario, è “libera” da condizionamenti politici, non ha alcun legame organico con le volontà degli Stati membri, e dunque non può, almeno legalmente, sostenere artificialmente la competitività delle economie europee attraverso svalutazioni politiche. Quindi il giochetto tedesco si infrangerebbe contro i postulati che proprio la politica liberista teutonica ha impresso alla costruzione europeista. L’Euro della Ue di serie a sarebbe un super Euro, e questo è l’incubo della Merkel. A meno che, lo scenario non sia in mutamento e la disintegrazione produttiva dei competitors venga giudicata definitiva o comunque ad un accettabile livello di inferiorità strutturale. Sono scenari ipotetici, che sicuramente vengono discussi all’interno dei gruppi dirigenti tedeschi, ma che non sembrano aver sedimentato una coscienza stabile e definitiva sulla strada da percorrere. Proprio per questo nei prossimi giorni approfondiremo la questione con l’aiuto di professionalità in grado di discernere il chiacchiericcio, la boutade elettoralistica, dal contenuto di verità che sottendono le parole della Merkel. In ogni caso, come abbiamo sentito dire da Tremonti recentemente, Brexit e vittoria di Trump “hanno rimesso la storia in cammino”. Tradotto nel caso in questione, significa che la Germania non resterà spettatrice di uno scenario che potrebbe crollare sotto i propri piedi. Motivo per cui anche la Ue giocherà la propria partita nello scontro sempre meno gestibile tra establishment e populismi.

Il job’s act “condiviso”

Susanna Camusso e Matteo Renzi

Susanna Camusso e Matteo Renzi

Cgil, Cisl e Uil, la cui unità di azione è ritornata in auge da parecchi mesi, hanno firmato con Confindustria una proposta da presentare al Governo sulle politiche attive di ricollocazione. In realtà, si tratta di una proposta-bozza applicativa del job’s act del Governo Renzi riguardo la disciplina dei licenziamenti e l’uso degli ammortizzatori sociali. In sostanza la controriforma del lavoro prevede il passaggio dagli ammortizzatori passivi a quelli attivi: verrà abolita l’indennità di mobilità che accompagnava i lavoratori verso la pensione e verranno valorizzati i percorsi di formazione attivi per il riorientamento dei lavoratori. La proposta sindacal-padronale si inserisce in questo quadro proponendo una serie di norme che prevedono:

  1. La possibilità di una conciliazione in denaro in cui il lavoratore si autolicenzia e può entrare in un percorso di formazione finanziato con i risparmi dovuti alla sua scelta
  2. Il finanziamento di un percorso di formazione per la ricollocazione finanziato anche attraverso i fondi europei gestito direttamente da sindacati e confindustria
  3. Una deroga alla cessazione dello strumento della mobilità nel caso di ristrutturazioni aziendali “complesse” che prevedano l’avvio di nuove attività lavorative

Sostanzialmente, con questo testo, i sindacati prendono atto che il job’s act è legge e cercano di valorizzarne il merito. Ovviamente accettando la disciplina dei licenziamenti e cercando di ricavare qualcosa dai corsi di formazione che sono tra i nuovi strumenti di cui il sindacato si è dotato trasformandosi da strumento di difesa dei lavoratori in ente bilaterale fornitore di servizi. Tutto questo in linea con il fatto di non aver lottato per nulla contro il job’s act il quale tra l’altro (come i sindacati e i padroni sanno bene) non crea nessun posto di lavoro in più e serve solo per aumentare a dismisura la precarietà. D’altra parte sarebbe curioso aspettarsi che Cgil, Cisl e Uil riprendano ora una lotta che si sono ben guardati dal fare quando sarebbe stato necessario. Non hanno mosso un dito al momento della discussione sul job’s act e ora cercano di ricavare qualcosa con una proposta che per loro significa soldi e possibilità di continuare a esistere, per i lavoratori è una presa in giro. Non si capisce proprio perché i processi di formazione dovrebbero ricollocare qualcuno visto che si continuano a delocalizzare imprese, vengono privatizzati i servizi pubblici e gli unici investimenti sono a favore delle banche. Evidentemente i sindacati confederali pensano (ma sarebbe meglio dire che fanno finta di credere) che il problema sia una non sufficiente preparazione dei lavoratori. Leggi come il job’s act sono attive o in via di approvazione in tutta Europa: la loi du travail francese è l’omologo della legge italiana. Chi dovrebbe difendere i lavoratori dovrebbe capire il segno di queste ristrutturazioni imposte dall’Unione Europea: c’è poco da trattare su ricollocamenti, formazione e strumenti attivi o passivi, in realtà si tratta di leggi atte ad aumentare la forza dei padroni e a diminuire le tutele dei lavoratori. Questo è il segno della ristrutturazione neoliberista che l’UE ha imposto ai lavoratori europei, in particolare a quelli dei paesi del sud. Il PD, al quale si fornisce un testo da discutere o approvare, è l’esecutore di queste politiche criminali. I sindacati confederali lo sostengono di fatto, evitando mobilitazioni e provando a trattare sulle spalle di chi lavora. Fornendogli, direttamente o indirettamente, sponda sindacale. Continuando a sostenerne di fatto le politiche. Il sindacato confederale è complice del disastro. Questo testo di accordo ne è l’ennesima conferma.

Infografica

Restituisco la tessera della CGIL. Beppe Corioni

Raccogliendo la Bandiera, dipinto realista di Geliĭ Mikhaĭlovich Korzhev (1925-2012), sovietico, definito uno dei più influenti pittori della seconda metà del ‘900. Korzhev ha lasciato alla storia delle straordinarie rappresentazioni – incredibilmente umane – del socialismo.

Restituisco la tessera della CGIL                                                               Beppe Corioni

Per me non è facile, anzi è molto doloroso, dopo 44 anni di appartenenza, decidere di lasciare questa organizzazione sindacale che mi ha formato politicamente e culturalmente.

Mi ricordo quando per la prima volta decisi di iscrivermi al sindacato, che da poco era entrato nella fabbrica dove lavoravo, ero ancora un ragazzino ma la mia scelta fu subito quella di iscrivermi alla Fiom, tutto fiero e orgoglioso di appartenere alla classe operaia, al suo sindacato e a quella Camera del lavoro di Brescia considerata la punta di diamante del sindacalismo nazionale. Allora erano altri tempi, eravamo all’inizio degli anni 70, avevamo grandi speranze e un’organizzazione alle spalle che ti dava fiducia. La CGIL era una sorta di casa madre sempre al tuo fianco che ti educava nelle scelte e nelle lotte. E di lotte ne abbiamo fatte tante dentro e fuori la fabbrica in difesa degli interessi dei lavoratori, sempre dalla parte di chi scioperava per i  propri diritti, per migliorare le condizioni di vita sul posto di lavoro.

Mi ricordo le occupazioni delle fabbriche, in particolare l’occupazione della fabbrica di confezioni dove lavorava mia moglie nel 1980. Il nuovo padrone aveva  rilevato la fabbrica solamente per avere accesso ai fondi europei, ma dell’andamento della stessa si disinteressava penalizzando le operaie attraverso il mancato pagamento degli stipendi. Siamo stati sei mesi sotto una tenda e in una baracca che la Camera del lavoro di Brescia ci aveva messo a disposizione per continuare il presidio, da ottobre a marzo, un intero inverno, giorno e notte insieme a una ventina di lavoratrici entrate in sciopero perché il padrone aveva licenziato 9 di loro per aver costituito, in previsione della chiusura della fabbrica, su consiglio del sindacalista, una cooperativa. Dopo sei mesi di duro presidio riuscimmo a portare via la fabbrica al padrone e a far partire la Cooperativa dal nome “MIMOSA” e a gestirla per 7 anni. Tutto questo è potuto accadere con il sostegno della CGIL e del suo funzionario Fausto Filippini al quale io ero molto legato.

Ricordo inoltre l’occupazione  della fabbrica dove io lavoravo nel 1986, anche in quel caso l’occupazione durò 6 mesi, da ottobre a marzo, dentro la portineria cercando di difendere 157 posti di lavoro. Mentre scrivo mi ritornano in mente i vari passaggi che ho vissuto in quella vicenda: l’assemblea fatta diversi mesi prima dal padrone della fabbrica per invogliare e convincere i lavoratori, con la scusa di essere maggiormente responsabili sul posto di lavoro, a entrare a far parte della “famiglia” acquistando una  piccola quota  di azioni dell’azienda, quota che per la parte maggiore sarebbe stata prelevata dalla liquidazione, a cui si sarebbe aggiunta una somma in contanti per ciascuna azione. Il mio intervento in quella assemblea, come rappresentante sindacale della Fiom, fu di assoluta contrarietà a quella operazione e mise in difficoltà, in quella circostanza, il padrone che chiuse l’assemblea dopo il mio intervento. Alcuni mesi dopo, visto che le adesioni non erano state quelle da lui previste, indisse una nuova assemblea con tutti i lavoratori nella quale  esordì dicendo che dal momento stesso in cui era lui che la organizzava,  essendo retribuita dall’azienda, parlava solo lui e noi avremmo dovuto solo ascoltare le sue parole. Aprì l’assemblea dicendo che l’azienda era appesa a un filo, sollecitando i lavoratori a stare molto attenti nelle scelte che avrebbero fatto, per poi passare ad un attacco frontale nei miei confronti. Disse ai lavoratori  che avevano eletto un incosciente, un irresponsabile, una persona legata chissà a quali organizzazioni o  gruppi politici, facente parte di  un’organizzazione sindacale come la Fiom, che aveva ottenuto la maggioranza tra i lavoratori nelle ultime elezioni, e che l’unica cosa che sapeva fare era quella di contrastare sempre le decisioni aziendali. In quella circostanza eravamo riusciti ad impedirgli di coinvolgere tutti i lavoratori nel progetto che aveva avanzato perché avevamo intuito che stava chiudendo la fabbrica e il fatto di proporre ai lavoratori l’acquisto di azioni, attingendo alle loro liquidazioni e ai loro risparmi, avrebbe molto probabilmente provocato la perdita anche della parte di liquidazione investita. Durante i mesi dell’occupazione, quando tutti i lavoratori cercavano affannosamente un nuovo lavoro, molti di loro tornavano al presidio dicendomi che a causa del mio impegno sindacale non avrei più trovato in zona un lavoro perché la prima cosa che gli chiedevano quando si presentavano ai cancelli della fabbrica  era il mio nome. Il padrone aveva fatto girare la voce, attraverso le sue conoscenze, di evitare nel caso mi fossi presentato per chiedere lavoro, di assumermi. Infatti in un colloquio di lavoro in una grossa azienda, in cui cercavano fresatori, il capo del personale, stando bene attento alle parole che usava, mi disse che ero troppo bravo per le mansioni che servivano,  che se accettavo quel lavoro ero sprecato e  io stesso non mi sarei trovato bene,  pertanto mi faceva gentilmente capire che in quella fabbrica non c’era posto per me. Anche in quei momenti molto duri ho sempre avuto il sostegno del mio funzionario e del mio sindacato. Quando mi si presentò l’occasione in una piccola fabbrica artigiana, che cercava  un fresatore, ed era disposta ad assumermi, chiesi ai lavoratori rimasti all’occupazione se potevo lasciare il presidio  per accettare il nuovo lavoro che mi veniva offerto, l’occupazione non era finita e c’erano lavoratori che non avevano ancora trovato una sistemazione, promisi loro, nonostante la contrarietà del mio funzionario, che la metà dei soldi che avrei preso lavorando li avrei messi a disposizione di quei lavoratori che erano nel bisogno perché ancora disoccupati, promessa che poi ho mantenuto.

Mi ricordo che per soddisfare le richieste di produzione dei miei nuovi datori di lavoro, ma anche per non lasciare sguarnito il presidio,  lavoravo tre giorni alla settimana superando le 10 ore giornaliere per poi correre nella fabbrica occupata  a sostenere gli ultimi lavoratori disoccupati rimasti.  Questa situazione durò circa un mese e mezzo, poi quando riuscimmo a percepire tutte le nostre spettanze e a trovare una sistemazione anche per gli ultimi, il presidio finì.

Per me si chiudeva un’epoca e se ne apriva un’altra.

Il mondo lavorativo che mi si presentava davanti era completamente diverso da quello che avevo fino ad allora vissuto: arrivando in una fabbrica artigiana, dopo 17 anni nell’industria, sono entrato a far parte di una “categoria di serie B” che non aveva gli stessi diritti dei lavoratori dell’industria:  niente permessi sindacali, niente assemblee di fabbrica, niente riduzione di orario di lavoro come i  lavoratori dell’industria, niente salario per i primi 3 giorni di malattia, niente mensa, ritmi di produzione altissimi, ecc. ecc. Qui ho passato gli ultimi 23 anni lavorativi della mia vita. In quel periodo se il padrone voleva ti  poteva licenziare ”ad nutum” con un semplice gesto, in seguito “si monetizzò” il licenziamento  attraverso una normativa che prevedeva in caso di  mancato reintegro un indennizzo da 2 a 6 mensilità stabilite dal Pretore,  in fase successiva attraverso il decreto D. Lgs. n. 51/1998 venne sostituita la figura del Pretore con quella  del Giudice del lavoro, lasciando inalterata però la sostanza. Nonostante tutto questo decisi di rimanere iscritto al mio sindacato e di entrare a far parte del direttivo della Fiom dal momento stesso in cui mi si dava la possibilità, unico per tutta la provincia, di dare voce al settore dell’artigianato dei metalmeccanici. La Fiom aveva un funzionario che seguiva il settore che veniva in fabbrica a consegnarmi il materiale che poi distribuivo ai miei compagni e alle altre fabbriche artigiane della zona. Non era più come un tempo. Quando riuscivo a organizzare un’assemblea con i lavoratori delle altre fabbriche della zona,  la facevamo all’Arci del paese che ci dava la possibilità di utilizzare una stanza, e quando si scioperava per il rinnovo del contratto di settore o per scioperi generali sono sempre stato da solo a lasciare il posto di lavoro. Mi ricordo un giorno che stavo uscendo dalla fabbrica perché c’era uno sciopero per il rinnovo del contratto e il mio datore di lavoro mi fermò chiedendomi quanto era l’aumento che chiedevamo per il nuovo contratto, io gli risposi che la richiesta era di 210.000 lire (allora c’erano ancora le lire) scaglionati in quattro anni e lui mi rispose che se non scioperavo e non partecipavo più ai direttivi della Fiom, che si svolgevano di norma una volta al mese, me ne avrebbe date 300.000  a partire dallo stesso mese. Dopo averlo ringraziato per l’offerta gli dissi che preferivo stare nel mio sindacato seguendo le sue direttive.

Ma anche nella CGIL le cose stavano cambiando. Il modello della concertazione tra padroni, governo e sindacati che si è  affermato in Italia negli anni 90, specie dopo la firma degli accordi interconfederali del protocollo del 23 luglio 1993, diede inizio a una deriva senza precedenti.  La logica dei governi amici  e del meno peggio, ha portato con la riforma Dini dell’8 agosto 1995 ad un cambiamento del sistema pensionistico pubblico e privato in Italia: legge votata da tutte le forze politiche presenti in parlamento tranne i parlamentari rimasti in Rifondazione Comunista dopo la scissione di Lucio Magri e dei comunisti unitari; inoltre si dette inizio alle grandi privatizzazioni: Enel,Telecom, Autostrade, grandi Banche e Assicurazioni; alla precarizzazione del lavoro con il pacchetto Treu, ai tagli alla scuola e al welfare. Nonostante il fatto che molti di noi gridassero nelle sedi e nelle piazze che i lavoratori non avevamo governi amici i cosiddetti governi di sinistra considerati “amici” non sono stati altro che i governi che hanno maggiormente penalizzato i lavoratori. I sindacati, pur di  avere un riconoscimento istituzionale, hanno accettato il sistema culturale, politico ed economico della rassegnazione e della subordinazione all’impresa. La tutela dei diritti dei lavoratori, la lotta contro lo sfruttamento non sono più una priorità per il sindacato, l’unica priorità è diventata la logica del mercato, di come un’azienda riesce a stare sul mercato e per questo si accetta, senza nessuna mobilitazione, la cancellazione dell’ART.18, l’imposizione del Jobs Act, la peggiore  riforma delle pensioni fatta dalla Fornero, la modifica dell’Art. 81 sul pareggio di bilancio e si permette a un governo mai eletto dalla popolazione  di mettere mano alla Costituzione attraverso la mancata presa di posizione della CGIL, che da una parte boccia la riforma Costituzionale e dall’altra non dà nessuna indicazione di voto in vista del referendum.  Tutto questo senza nemmeno provare  a mettere in campo iniziative  di lotta per contrastare questa deriva. Purtroppo negli ultimi anni è avvenuto un processo di spoliticizzazione della struttura della CGIL che viene sostituita sempre di più da una pratica burocratica dei servizi. Vengono ridotti  gli spazi di partecipazione e di democrazia nella vita interna della CGIL, segnata sempre di più dalla fedeltà ai gruppi dirigenti, e, non ultimo, vengono ridotti all’obbedienza tutti coloro che nelle fabbriche e negli apparati non vogliono diventare agenti di un sindacato fondato sulle risorse degli enti bilaterali, sulla vendita di assicurazioni private e sulla complicità con le aziende. Per questo l’accordo del 10 gennaio 2014 firmato da CGIL, Cisl e Uil con Confindustria segna una svolta clamorosa. L’accordo non è nient’altro che un’intesa che scambia il riconoscimento delle organizzazioni sindacali con la rinuncia alla lotta nei luoghi di lavoro:  se la maggioranza dei sindacati confederali firma un contratto, la minoranza  deve obbedire e non può neppure scioperare: chi non accetta questa regola non può presentarsi alle elezioni dei delegati.  E’ chiaro che questo accordo decapita il potere decisionale dei lavoratori nei luoghi di lavoro. La dimostrazione avviene negli stabilimenti di Melfi e di Termoli dove i delegati e i lavoratori della Fiom assieme con altri lavoratori scioperano denunciando le condizioni di lavoro e di supersfruttamento imposte dalla Fiat, e la stessa Fiom  di Landini sconfessa la lotta di questi lavoratori chiedendo alla CGIL di dichiarare “incompatibile” il loro comportamento con l’organizzazione, lasciandoli così da soli in balia di ritorsioni. Trovo gravissimo questo comportamento da parte della Fiom e della CGIL che condanna i lavoratori che scioperano per difendere i propri diritti e per quei diritti rischiano il posto di lavoro. Con questo atteggiamento non possiamo più parlare di libertà e di democrazia e questa per me è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

No, questo non è più il mio sindacato, il sindacato di cui andavo orgoglioso e  fiero quando sono entrato a farne parte da ragazzino, si è rotto il rapporto di fiducia nei confronti della CGIL. L’abolizione dell’Art. 18, il Jobs Act,  la precarizzazione consegnano ai padroni intere generazioni di lavoratori senza diritti, rubando il futuro ai nostri figli. Per poter continuare abbiamo bisogno di una rottura.

Mi rendo perfettamente conto che uscendo dalla CGIL non trovo nulla se non delle sacche di resistenza sparse qua e là sul territorio, ma è altrettanto vero che nella CGIL, non c’è più niente di quel sindacato fondato da Di Vittorio.

Per questo lascio la CGIL ma non lascio le lotte al fianco dei lavoratori. Lascio la CGIL perché  non posso più identificarmi in questa organizzazione, nella sua segretaria Susanna Camusso che reputo la peggiore che la CGIL abbia mai avuto, che ha saputo trasformare l’organizzazione in uno strumento non più di difesa degli interessi dei lavoratori, ma di controllo dei lavoratori.

Per queste ragioni esco, perché non voglio essere complice di tutto questo.

Beppe Corioni

 

Vi racconto la vita sotto la rivolta di Maidan

 

Vi racconto la vita sotto la rivolta di Maidan

L’insensatezza della rivolta. La distruzione dei monumenti. Gli omicidi. I pestaggi. Le rapine. Uno straordinario reportage di una Kiev che non vi hanno mai raccontato [Elena Saftenku]

 


Redazione
venerdì 2 maggio 2014 15:04

Da quando è iniziata la protesta di Maidan i pestaggi per le strade di Kiev sono diventata cosa ordinaria. Non sono cessati nemmeno con la vittoria dei rivoltosi.

Da quando è iniziata la protesta di Maidan i pestaggi per le strade di Kiev sono diventata cosa ordinaria. Non sono cessati nemmeno con la vittoria dei rivoltosi.

di Elena Saftenku

Kiev. Avevo una collaboratrice. Si chiamava Shevko Alla Nikolaevna. Era un’anziana scienziata dell’istituto di Fisiologia A.A. Bogomolez di Kiev. È stata uccisa lo scorso 5 di marzo, nel suo appartamento. Non era un’eroina e non aderiva ad alcun partito. Alla Nikolaevna è stata vittima del colpo di Stato. Una vittima come molti altri, di cui nessuno scriverà.

Alla Nikolaevna da quasi venti anni dirigeva il dipartimento di informazione scientifica. Aveva il compito di preparare le conferenze del nostro istituto, prendeva la parte nella creazione dei film scientifici, si occupava dalla biblioteca e dei servizi scientifici internazionali.


Miliziani di Settore destro, il neonato partito nazista, fino a pochi mesi fa galassia movimentista e ala militare del principale partito nazista ucraino Svoboda.

L’istituto Bogomolez era il migliore del Paese già all’epoca dell’Unione Sovietica nei campi della elettrofisiologia e della membranologia. Era, ed è, famoso nel tutto il mondo. Dopo la fine dell’Urss la maggioranza degli scienziati sono emigrati per cercare miglior vita e migliori guadagni. È sempre stato sufficiente fare il nome di Platon Kostiuk (l’ex direttore dell’istituto, morto nel 2010) per poter entrare nei migliori istituti negli Stati Uniti e in Europa.

Alla Nikolaevna soffriva molto, come noi tutti, la lenta agonia in cui stava sprofondando il settore scientifico in Ucraina. Era ossessionata dalla conservazione della memoria storica del nostro passato: conservava le biografie dei nostri più eminenti studiosi, intervistava gli scienziati ancora in vita, raccoglieva materiale fotografico. Negli ultimi dieci anni Alla Nikolaevna ha scritto e curato l’edizione di cinque biografie di altrettanti accademici: P.G. Kostiuk, V.I. Skok, P.M. Serkov, M.F. Shuba, N.N. Syrotinin. Inoltre ha scritto articoli sulla storia della neuroscienza e sulle scoperte fatte dai nostri scienziati.

Suo marito era morto da tempo. E così da anni condivideva l’appartamento con un’amica. Abitavano in via Grushevski. Poco più su rispetto allo stadio della Dynamo. A due passi da Maidan. Una delle strade dove avvenivano gli scontri più duri tra polizia e manifestanti. Le barricate bloccavano la via.



Per erigire un muro di fuoco tra se stessi e le forze dell’ordine quelli di Maidan hanno coninciato ad ammassare copertoni di auto sulle barricate incendiandoli. Finita la rivolta, lo scenario apocalittico di Maidan, completamente carbonizzata.

Io e lei parlavamo spesso. Si discuteva della vita, degli eventi quotidiani, dei problemi di salute. Entrambe non capivamo perché era necessaria la protesta di Maidan. Mancava meno di un anno alle prossime elezioni presidenziali, e Yanukovich non aveva nessuna possibilità di successo. Ci dicevamo che il nostro Paese sarebbe potuto essere indipendente solo quando avrebbe avuto una propria industria, e non com’è ora un semplice mercato di sbocco delle industrie di altri Paesi.

Poi la situazione è divenuta sempre più critica. E così abbiamo cominciato a sdegnarci per l’abbattimento del monumento a Lenin nel centro della città che era rotto in pezzi dai radicali ucraini. Non perché era il monumento a Lenin, ma perché era un bellissimo monumento storico, realizzato da uno scultore famoso. Supponevamo, anche, che dopo un tale inizio i dimostranti avrebbero attentato anche ad altri monumenti. Purtroppo, è quello che accadde. Vennero abbattuti e deturpati decine di monumenti, in tutto il Paese. Quello a Dimitri Manuilski, l’uomo che aveva capeggiato la delegazione ucraina alla conferenza constitutiva delle Nazioni. Quello al Santo principe Vladimir. E ancora. Quello al feldmaresciallo Michail Kutuzov, vincitore della guerra con Napoleone. Il monumento al Militare-liberatore sovietico.


I vandali non hanno risparmiato nemmeno la statua di San Vladimiro.

Con Alla Nikolaevna ci eravamo anche molto preoccupate di quello che stava accadendo in via Grushevski, dal lato dello stadio e degli edifici governativi. Da gennaio in strada bruciavano copertoni di automobili. Da quello che so, nei Paesi dell’Unione Europea è persino vietato sotterrarli i copertoni se si è in città, figurarsi bruciarli. Medici e ambientalisti sono molto chiari in proposito: il loro fumo è cancerogeno.

Su alcune riviste scientifiche ho letto che gli abitanti di Kiev avrebbero sofferto di tumori, che ci sarebbe stata un’ecatombe di morti dovute al cancro, specialmente di persone cagionevoli di salute. Alla Nikolaevna viveva dall’altro capo della strada, ma il fumo si sentiva comunque forte. Ne sentivamo l’odore persino all’istituto Bogomolez, che si trova a dieci minuti di cammino dalle barricate.

Poi è accaduto. Alla Nokolaevna era scomparsa dagli eventi sanguinosi del 21 febbraio. Nelle settimane seguenti a quei fatti c’era stato il caos. La metro non funzionava più e in città non c’era più traccia di polizia. A difendere l’ordine ora c’erano i ragazzi di Maidan, armati di bastone. E così Kiev era in balia di bande criminali e di squadracce di Maidan.



Il monumento a Lenin a Kiev è stato il primo a essere abbattuto e distrutto a suon di martellate.

C’era anche la violenza politica. Leggevamo sui giornali delle agressioni compiute da ragazzi di Settore destro. Avevano rotto il cranio a un passante in via Lev Tolstoi, avevano ucciso a colpi di mitra tre poliziotti nel distretto in cui vivo (sull’altra sponda del Dnipro), avevano catturato la figlia del sindaco come ostaggio, per farlo diventare (con successo) ubbidiente ai loro voleri, picchiavano, rapinavano passanti e banche, terrorizavano le famiglie degli avversari politici. Facevano tutto questo senza correre alcun rischio, perché erano gli eroi di Maidan. A loro tutto era permesso.

E così assassinarono anche Alla Nikolaevna. La sua amica e coinquilina ci ha raccontato che un giorno hanno suonato alla porta. Erano i ragazzi di Maidan, armati di bastoni. Hanno iniziato subito a picchiare Alla Nikolaevna, sulla testa. Poi hanno legato l’amica. Il loro era un bell’appartamento. In casa avevano pellicce, gioielli e altri oggetti preziosi. Si sono portati via tutto.


Abbattuto anche il monumento a Dimitri Manuilski, l’uomo che aveva capeggiato la delegazione ucraina alla conferenza constitutiva delle Nazioni Unite.

Un delitto che sarebbe di sicuro rimasto impunito. Gli aggressori questo lo sapevano. E così è stato. I ragazzi di Maidan non potevano essere denunciati.

Noi all’istituto l’abbiamo saputo quando Alla Nikolaevna era già stata sepolta. Nessuno ha avuto il coraggio di raccontare la verità pubblicamente. La verità ce la siamo raccontata solo sottovoce. A Kiev la verità non si può più dire. Si rischia troppo.

Da allora le cose sono migliorate? No. Le squadracce fasciste girano ancora armate. La polizia non controlla niente. Ora c’è la giustificazione della minaccia separatista, della minaccia della Russia. Ma quello che sta accadendo nel resto del Paese è solo una reazione agli eventi di Kiev. E i nazisti sono sempre stati tali, pericolosi. Non sono mai stati e non sono tuttora dalla parte giusta. Non è possibile.


Le squadracce naziste girano per Kiev indossando passamontagna.

Chi è il colpevole di quello che è accaduto e sta accadendo in Ucraina? Qualcuno dirà i fascisti, qualcun altro gli oligarchi, altri ancora l’Occidente. E tutti avranno ragione. Qui nessuno dubita più che nel 2004 la rivoluzione non fossa stata organizzata e finanziata dagli Stati Uniti. E già allora i fascisti ebbero un loro peso, vennero coccolati. Ma la sinistra era ancora forte, e gli impedirono di marciare in città.

Nel 2009 le cose sono cominciate a cambiare. I fascisti hanno cominciato a marciare due volte l’anno: nel giorno della nascita del capo dei nazionalisti ucraini Stepan Bandera e nel giorno della creazione dell’Armata insurrezionale ucraina, quella che ha collaborato con i nazisti durante l’occupazione tedesca, quella che fucilava i militari sovietici e i partigiani. Marciavano senza nessun ostacolo per il centro di Kiev. Lo facevano con le fiaccole e gridando slogan che incitavano alla violenza: impiccare i comunisti («i comunisti, sul ramo»), tagliare i russi con i coltelli («i russi, sui coltelli»), uccidere gli ebrei. Nessuna di queste marce è stata mai proibita, nessuno di loro è stato mai arrestato, nessuno di loro è stato mai condannato.

La violenza nazista non ha alcun collegamento con la necessità dei cambiamenti sociali. Ha molto a che fare con gli istinti irrazionali e animaleschi della gente, invece. A questo servono gli slogan che gridano e ripetono fino all’ossessione. Slogan copiati alla lettera da quelli nazisti di ottanta anni fa. Le stesse folle narcotizzate. Le stesse bugie. Lo stesso rovesciamento dei fatti.

Chi pensa che nel proprio Paese tutto questo non potrà arrivare mai, si sbaglia di grosso. In Ucraina anche noi pensavano così prima di 2004.


Elena Saftenku lavora come ricercatrice seniore nel Dipartimento della Fisiologia Generale del Sistema Nervoso all’Istituto di Fisiologia A.A. Bogomolez di Kiev.

Orrore a Odessa! Nazi bruciano vive 43 persone

Orrore a Odessa! Nazi bruciano vive 43 persone

Bande di Settore destro assaltano e danno fuoco alla sede del sindacato occupata da giorni da separatisti russofoni. Chi è morto bruciato, chi si è lanciato nel vuoto. [Franco Fracassi]

 


Redazione
sabato 3 maggio 2014 11:27

Uno dei sopravvissuti al pogrom portato via dai vigili del fuoco.

Uno dei sopravvissuti al pogrom portato via dai vigili del fuoco.


Il rogo dell’edificio sede dei sindacati


Due delle vittime morte nell’incendio all’interno dell’edificio.


Un miliziano nazista di Settore destro lancia una molotov nel palazzo in fiamme.


Le vittime della strage erano ritenute colpevoli dagli assalitori di non essere nazionaliste ucraine.

di Franco Fracassi

L’orrore va di scena a Odessa. I nazisti del Settore destro hanno preso d’assalto la sede dei sindacati, occupata da giorni dai separatisti russofoni. L’hanno presa d’assalto con spranghe, molotov, coltelli e pistole. Protetti dalla polizia. Pochi minuti ed è scoppiato l’inferno. Almeno dieci persone sono morte sotto i proiettili, le coltellate e le sprangate degli assalitori. Altre, la maggior parte, sono arse vivi, in un rogo che si è sviluppato in tutto l’edificio, oppure si sono lanciate nel vuoto. Un’ecatombe. Quarantatré morti. Centosettantaquattro i feriti, di cui tanti gravissimi. Ma è solo un bilancio provvisorio.

Ma è accaduto qualcosa di ancor più raccapricciante. Le bande di fascisti sono entrati nell’edificio subito dopo la fine dell’incendio per scovare chi potesse essere sopravvissuto. Chi è stato individuato, nonché ferito, è stato picchiato a morte. La polizia sempre a guardare, fuori dal palazzo, impedendo l’arrivo in soccorso degli assaliti di miliziani russofoni. «L’abbiamo fatto per impedire uno scontro di maggiori proporzioni», si è difesa la polizia. Permettendo, però, una strage.

Secondo la Prefettura di Odessa, tra gli assalitori, oltre alle squadracce di Settore destro, gli ultrà della squadra di calcio locale.

Mentre il massacro andava in onda in tv su Twitter si susseguivano i messaggi dei cosiddetti attivisti di Maidan che incitavano al pogrom. «Alcuni scarafaggi stanno finalmente venendo arrostiti a Odessa». «I topi di Mosca stanno finalmente avendo la lezione che si meritano: bruciare nella loro tana», in riferimento alla sede sindacale.

Di seguito alcuni filmati girati durante il rogo e subito dopo il massacro. Come si può vedere, alcuni dei corpi sono carbonizzati.

“ Il segreto è che siamo sognatori, siamo utopistici, ma non di quei sognatori che stanno sempre con il cuscino sotto la testa sulla veranda di casa, siamo sognatori con i piedi piantati per terra, siamo sognatori con gli occhi bene aperti, siamo sognatori che conoscono gli amici e conoscono i nemici”