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Catania. I vigili del fuoco chiedono “diritti e rispetto!”

I Vigili del fuoco del comando di Catania aderenti all'USB,all'indomani della festa patronale,scrivono una lettera aperta rivolta alla cittadinanza, dove viene ancora una volta evidenziato lo stato di abbandono in cui versa il servizio dei Vigili del fuoco,al di là delle medaglie di piombo e le lacrime di coccodrillo. "Lavoratori […] L'articolo Catania. I vigili del fuoco chiedono “diritti e rispetto!” su Contropiano.

“Europa a due velocità”: dalla colonizzazione produttiva alla dipendenza istituzionale?

  La boutade sull’Europa a due velocità ha provocato il coro trasversale della politica nazionale: “è già così”, ci ricorda Angelo Angelino Alfano; “era ora”, rimpalla Enrico staisereno Letta. Eppure l’avventata dichiarazione della Merkel contiene un fondo destabilizzante per l’attuale conformazione europeista. Cosa vuol dire, concretamente, un’“Europa a due velocità”? Troppe cose non sono chiare: 1) è l’“Europa” ad essere immaginata a velocità diseguali, o l’Unione europea? Nel primo caso, infatti, è davvero già così (come da immagine a corredo dell’articolo), ma è l’equivoco ideologico su cui si fonda ogni retorica europeista: scambiare una costruzione politico-economica, la Ue, per un fatto naturale, il continente europeo. L’Europa è tutt’altro che un territorio omologato: ci sono Stati nella Ue e Stati fuori dalla Ue; ci sono Stati nella Ue che hanno l’Euro e Stati nella Ue che non adottano la moneta unica; ci sono Stati dentro la Ue e dentro l’unione doganale di Schengen e Stati che non l’adottano; e così via. L’Europa e la Ue non sono entità sovrapposte, e immaginarne “due” a velocità differenti significherebbe unicamente fotografare una realtà dei fatti sconosciuta solo alla sinistra europeista, che immagina la lotta alla Ue come “lotta all’Europa”. Dunque, quando parla di “Europa a due velocità” la Merkel intende un’Unione europea a due velocità. E’ bene essere chiari. Ma qui le cose si complicano, perché, 2) l’Unione europea “di serie b” condividerebbe la stessa moneta unica della Ue “di serie a”? Questo è il fatto cruciale, perché se così non fosse ci sarebbe di fatto lo scioglimento del vincolo monetario per l’Europa “inferiore”, dunque la fine dell’Unione europea per quegli Stati espulsi dal processo europeista. Dunque non ci sarebbe nessuna Ue di serie b, ma un’unica Unione europea ristretta ai suoi membri economicamente più stabili. Se, al contrario, la Ue a due velocità adottasse comunque la stessa moneta, dove sarebbe la discontinuità dei “cerchi concentrici”? Forse però la Merkel sta pensando a una riscrittura complessiva dei trattati, dai quali verrebbe escluso un gruppo di Stati membri non idonei agli standard finanziari degli Stati di serie a. Però, in tal caso, sorgono altre questioni: 3) i paesi sarebbero esclusi dai trattati in vigore, magari rivisti, o sarebbero esclusi dai trattati futuri (cioè gli accordi militari e sui migranti)? Perché nel primo caso ci troveremmo nella fantasiosa situazione per cui alcuni Stati sarebbero obbligati a rispettare regole, procedure e sanzioni di un’Unione di cui non fanno parte, sancendo di fatto la colonizzazione degli stessi. Una dipendenza talmente smaccata che porterebbe anche la genuflessa Italia a ribellarsi a uno stato di sottomissione surreale. Nel secondo caso, si riproporrebbe la situazione rilevata all’inizio: è già così, di fatto e di diritto, e quindi dov’è la discontinuità? Ma queste e altre domande non fanno i conti con l’Unione europea come entità produttiva. Come detto altre volte, e come ormai addirittura fatto assodato, la Ue e l’Euro così organizzati convengono (unicamente) alla Germania. In regime di tassi di cambio fissi legati a una moneta unica, la produzione convergerà nel territorio a maggiore capacità produttiva. E’ quello che è avvenuto da un ventennio a questa parte, dove la Germania ha vampirizzato le industrie degli altri paesi membri della Ue proprio perché poteva contare su di una moneta deprezzata e sull’impossibilità dei paesi concorrenti di rendere concorrente – appunto – la propria produzione attraverso svalutazioni competitive. Risulta difficile, per non dire impossibile, immaginare la struttura economica tedesca che cambi volontariamente questo bengodi produttivo. Un’Unione europea composta da Germania, Olanda e Francia vedrebbe la moneta adottata schizzare letteralmente verso l’alto, riducendo la competitività tedesca e distruggendo definitivamente quella francese. Certo, si potrebbe obiettare che la Cina, ad esempio, ha una straordinaria competitività economica in presenza di un Renminbi altamente deprezzato. Ma nel caso cinese la Banca centrale è sottoposta alla direzione politica del Ministero del tesoro, e quindi le scelte finanziarie sono sottomesse a un vincolo politico. La Bce, al contrario, è “libera” da condizionamenti politici, non ha alcun legame organico con le volontà degli Stati membri, e dunque non può, almeno legalmente, sostenere artificialmente la competitività delle economie europee attraverso svalutazioni politiche. Quindi il giochetto tedesco si infrangerebbe contro i postulati che proprio la politica liberista teutonica ha impresso alla costruzione europeista. L’Euro della Ue di serie a sarebbe un super Euro, e questo è l’incubo della Merkel. A meno che, lo scenario non sia in mutamento e la disintegrazione produttiva dei competitors venga giudicata definitiva o comunque ad un accettabile livello di inferiorità strutturale. Sono scenari ipotetici, che sicuramente vengono discussi all’interno dei gruppi dirigenti tedeschi, ma che non sembrano aver sedimentato una coscienza stabile e definitiva sulla strada da percorrere. Proprio per questo nei prossimi giorni approfondiremo la questione con l’aiuto di professionalità in grado di discernere il chiacchiericcio, la boutade elettoralistica, dal contenuto di verità che sottendono le parole della Merkel. In ogni caso, come abbiamo sentito dire da Tremonti recentemente, Brexit e vittoria di Trump “hanno rimesso la storia in cammino”. Tradotto nel caso in questione, significa che la Germania non resterà spettatrice di uno scenario che potrebbe crollare sotto i propri piedi. Motivo per cui anche la Ue giocherà la propria partita nello scontro sempre meno gestibile tra establishment e populismi.

Il job’s act “condiviso”

Susanna Camusso e Matteo Renzi

Susanna Camusso e Matteo Renzi

Cgil, Cisl e Uil, la cui unità di azione è ritornata in auge da parecchi mesi, hanno firmato con Confindustria una proposta da presentare al Governo sulle politiche attive di ricollocazione. In realtà, si tratta di una proposta-bozza applicativa del job’s act del Governo Renzi riguardo la disciplina dei licenziamenti e l’uso degli ammortizzatori sociali. In sostanza la controriforma del lavoro prevede il passaggio dagli ammortizzatori passivi a quelli attivi: verrà abolita l’indennità di mobilità che accompagnava i lavoratori verso la pensione e verranno valorizzati i percorsi di formazione attivi per il riorientamento dei lavoratori. La proposta sindacal-padronale si inserisce in questo quadro proponendo una serie di norme che prevedono:

  1. La possibilità di una conciliazione in denaro in cui il lavoratore si autolicenzia e può entrare in un percorso di formazione finanziato con i risparmi dovuti alla sua scelta
  2. Il finanziamento di un percorso di formazione per la ricollocazione finanziato anche attraverso i fondi europei gestito direttamente da sindacati e confindustria
  3. Una deroga alla cessazione dello strumento della mobilità nel caso di ristrutturazioni aziendali “complesse” che prevedano l’avvio di nuove attività lavorative

Sostanzialmente, con questo testo, i sindacati prendono atto che il job’s act è legge e cercano di valorizzarne il merito. Ovviamente accettando la disciplina dei licenziamenti e cercando di ricavare qualcosa dai corsi di formazione che sono tra i nuovi strumenti di cui il sindacato si è dotato trasformandosi da strumento di difesa dei lavoratori in ente bilaterale fornitore di servizi. Tutto questo in linea con il fatto di non aver lottato per nulla contro il job’s act il quale tra l’altro (come i sindacati e i padroni sanno bene) non crea nessun posto di lavoro in più e serve solo per aumentare a dismisura la precarietà. D’altra parte sarebbe curioso aspettarsi che Cgil, Cisl e Uil riprendano ora una lotta che si sono ben guardati dal fare quando sarebbe stato necessario. Non hanno mosso un dito al momento della discussione sul job’s act e ora cercano di ricavare qualcosa con una proposta che per loro significa soldi e possibilità di continuare a esistere, per i lavoratori è una presa in giro. Non si capisce proprio perché i processi di formazione dovrebbero ricollocare qualcuno visto che si continuano a delocalizzare imprese, vengono privatizzati i servizi pubblici e gli unici investimenti sono a favore delle banche. Evidentemente i sindacati confederali pensano (ma sarebbe meglio dire che fanno finta di credere) che il problema sia una non sufficiente preparazione dei lavoratori. Leggi come il job’s act sono attive o in via di approvazione in tutta Europa: la loi du travail francese è l’omologo della legge italiana. Chi dovrebbe difendere i lavoratori dovrebbe capire il segno di queste ristrutturazioni imposte dall’Unione Europea: c’è poco da trattare su ricollocamenti, formazione e strumenti attivi o passivi, in realtà si tratta di leggi atte ad aumentare la forza dei padroni e a diminuire le tutele dei lavoratori. Questo è il segno della ristrutturazione neoliberista che l’UE ha imposto ai lavoratori europei, in particolare a quelli dei paesi del sud. Il PD, al quale si fornisce un testo da discutere o approvare, è l’esecutore di queste politiche criminali. I sindacati confederali lo sostengono di fatto, evitando mobilitazioni e provando a trattare sulle spalle di chi lavora. Fornendogli, direttamente o indirettamente, sponda sindacale. Continuando a sostenerne di fatto le politiche. Il sindacato confederale è complice del disastro. Questo testo di accordo ne è l’ennesima conferma.

Infografica

Restituisco la tessera della CGIL. Beppe Corioni

Raccogliendo la Bandiera, dipinto realista di Geliĭ Mikhaĭlovich Korzhev (1925-2012), sovietico, definito uno dei più influenti pittori della seconda metà del ‘900. Korzhev ha lasciato alla storia delle straordinarie rappresentazioni – incredibilmente umane – del socialismo.

Restituisco la tessera della CGIL                                                               Beppe Corioni

Per me non è facile, anzi è molto doloroso, dopo 44 anni di appartenenza, decidere di lasciare questa organizzazione sindacale che mi ha formato politicamente e culturalmente.

Mi ricordo quando per la prima volta decisi di iscrivermi al sindacato, che da poco era entrato nella fabbrica dove lavoravo, ero ancora un ragazzino ma la mia scelta fu subito quella di iscrivermi alla Fiom, tutto fiero e orgoglioso di appartenere alla classe operaia, al suo sindacato e a quella Camera del lavoro di Brescia considerata la punta di diamante del sindacalismo nazionale. Allora erano altri tempi, eravamo all’inizio degli anni 70, avevamo grandi speranze e un’organizzazione alle spalle che ti dava fiducia. La CGIL era una sorta di casa madre sempre al tuo fianco che ti educava nelle scelte e nelle lotte. E di lotte ne abbiamo fatte tante dentro e fuori la fabbrica in difesa degli interessi dei lavoratori, sempre dalla parte di chi scioperava per i  propri diritti, per migliorare le condizioni di vita sul posto di lavoro.

Mi ricordo le occupazioni delle fabbriche, in particolare l’occupazione della fabbrica di confezioni dove lavorava mia moglie nel 1980. Il nuovo padrone aveva  rilevato la fabbrica solamente per avere accesso ai fondi europei, ma dell’andamento della stessa si disinteressava penalizzando le operaie attraverso il mancato pagamento degli stipendi. Siamo stati sei mesi sotto una tenda e in una baracca che la Camera del lavoro di Brescia ci aveva messo a disposizione per continuare il presidio, da ottobre a marzo, un intero inverno, giorno e notte insieme a una ventina di lavoratrici entrate in sciopero perché il padrone aveva licenziato 9 di loro per aver costituito, in previsione della chiusura della fabbrica, su consiglio del sindacalista, una cooperativa. Dopo sei mesi di duro presidio riuscimmo a portare via la fabbrica al padrone e a far partire la Cooperativa dal nome “MIMOSA” e a gestirla per 7 anni. Tutto questo è potuto accadere con il sostegno della CGIL e del suo funzionario Fausto Filippini al quale io ero molto legato.

Ricordo inoltre l’occupazione  della fabbrica dove io lavoravo nel 1986, anche in quel caso l’occupazione durò 6 mesi, da ottobre a marzo, dentro la portineria cercando di difendere 157 posti di lavoro. Mentre scrivo mi ritornano in mente i vari passaggi che ho vissuto in quella vicenda: l’assemblea fatta diversi mesi prima dal padrone della fabbrica per invogliare e convincere i lavoratori, con la scusa di essere maggiormente responsabili sul posto di lavoro, a entrare a far parte della “famiglia” acquistando una  piccola quota  di azioni dell’azienda, quota che per la parte maggiore sarebbe stata prelevata dalla liquidazione, a cui si sarebbe aggiunta una somma in contanti per ciascuna azione. Il mio intervento in quella assemblea, come rappresentante sindacale della Fiom, fu di assoluta contrarietà a quella operazione e mise in difficoltà, in quella circostanza, il padrone che chiuse l’assemblea dopo il mio intervento. Alcuni mesi dopo, visto che le adesioni non erano state quelle da lui previste, indisse una nuova assemblea con tutti i lavoratori nella quale  esordì dicendo che dal momento stesso in cui era lui che la organizzava,  essendo retribuita dall’azienda, parlava solo lui e noi avremmo dovuto solo ascoltare le sue parole. Aprì l’assemblea dicendo che l’azienda era appesa a un filo, sollecitando i lavoratori a stare molto attenti nelle scelte che avrebbero fatto, per poi passare ad un attacco frontale nei miei confronti. Disse ai lavoratori  che avevano eletto un incosciente, un irresponsabile, una persona legata chissà a quali organizzazioni o  gruppi politici, facente parte di  un’organizzazione sindacale come la Fiom, che aveva ottenuto la maggioranza tra i lavoratori nelle ultime elezioni, e che l’unica cosa che sapeva fare era quella di contrastare sempre le decisioni aziendali. In quella circostanza eravamo riusciti ad impedirgli di coinvolgere tutti i lavoratori nel progetto che aveva avanzato perché avevamo intuito che stava chiudendo la fabbrica e il fatto di proporre ai lavoratori l’acquisto di azioni, attingendo alle loro liquidazioni e ai loro risparmi, avrebbe molto probabilmente provocato la perdita anche della parte di liquidazione investita. Durante i mesi dell’occupazione, quando tutti i lavoratori cercavano affannosamente un nuovo lavoro, molti di loro tornavano al presidio dicendomi che a causa del mio impegno sindacale non avrei più trovato in zona un lavoro perché la prima cosa che gli chiedevano quando si presentavano ai cancelli della fabbrica  era il mio nome. Il padrone aveva fatto girare la voce, attraverso le sue conoscenze, di evitare nel caso mi fossi presentato per chiedere lavoro, di assumermi. Infatti in un colloquio di lavoro in una grossa azienda, in cui cercavano fresatori, il capo del personale, stando bene attento alle parole che usava, mi disse che ero troppo bravo per le mansioni che servivano,  che se accettavo quel lavoro ero sprecato e  io stesso non mi sarei trovato bene,  pertanto mi faceva gentilmente capire che in quella fabbrica non c’era posto per me. Anche in quei momenti molto duri ho sempre avuto il sostegno del mio funzionario e del mio sindacato. Quando mi si presentò l’occasione in una piccola fabbrica artigiana, che cercava  un fresatore, ed era disposta ad assumermi, chiesi ai lavoratori rimasti all’occupazione se potevo lasciare il presidio  per accettare il nuovo lavoro che mi veniva offerto, l’occupazione non era finita e c’erano lavoratori che non avevano ancora trovato una sistemazione, promisi loro, nonostante la contrarietà del mio funzionario, che la metà dei soldi che avrei preso lavorando li avrei messi a disposizione di quei lavoratori che erano nel bisogno perché ancora disoccupati, promessa che poi ho mantenuto.

Mi ricordo che per soddisfare le richieste di produzione dei miei nuovi datori di lavoro, ma anche per non lasciare sguarnito il presidio,  lavoravo tre giorni alla settimana superando le 10 ore giornaliere per poi correre nella fabbrica occupata  a sostenere gli ultimi lavoratori disoccupati rimasti.  Questa situazione durò circa un mese e mezzo, poi quando riuscimmo a percepire tutte le nostre spettanze e a trovare una sistemazione anche per gli ultimi, il presidio finì.

Per me si chiudeva un’epoca e se ne apriva un’altra.

Il mondo lavorativo che mi si presentava davanti era completamente diverso da quello che avevo fino ad allora vissuto: arrivando in una fabbrica artigiana, dopo 17 anni nell’industria, sono entrato a far parte di una “categoria di serie B” che non aveva gli stessi diritti dei lavoratori dell’industria:  niente permessi sindacali, niente assemblee di fabbrica, niente riduzione di orario di lavoro come i  lavoratori dell’industria, niente salario per i primi 3 giorni di malattia, niente mensa, ritmi di produzione altissimi, ecc. ecc. Qui ho passato gli ultimi 23 anni lavorativi della mia vita. In quel periodo se il padrone voleva ti  poteva licenziare ”ad nutum” con un semplice gesto, in seguito “si monetizzò” il licenziamento  attraverso una normativa che prevedeva in caso di  mancato reintegro un indennizzo da 2 a 6 mensilità stabilite dal Pretore,  in fase successiva attraverso il decreto D. Lgs. n. 51/1998 venne sostituita la figura del Pretore con quella  del Giudice del lavoro, lasciando inalterata però la sostanza. Nonostante tutto questo decisi di rimanere iscritto al mio sindacato e di entrare a far parte del direttivo della Fiom dal momento stesso in cui mi si dava la possibilità, unico per tutta la provincia, di dare voce al settore dell’artigianato dei metalmeccanici. La Fiom aveva un funzionario che seguiva il settore che veniva in fabbrica a consegnarmi il materiale che poi distribuivo ai miei compagni e alle altre fabbriche artigiane della zona. Non era più come un tempo. Quando riuscivo a organizzare un’assemblea con i lavoratori delle altre fabbriche della zona,  la facevamo all’Arci del paese che ci dava la possibilità di utilizzare una stanza, e quando si scioperava per il rinnovo del contratto di settore o per scioperi generali sono sempre stato da solo a lasciare il posto di lavoro. Mi ricordo un giorno che stavo uscendo dalla fabbrica perché c’era uno sciopero per il rinnovo del contratto e il mio datore di lavoro mi fermò chiedendomi quanto era l’aumento che chiedevamo per il nuovo contratto, io gli risposi che la richiesta era di 210.000 lire (allora c’erano ancora le lire) scaglionati in quattro anni e lui mi rispose che se non scioperavo e non partecipavo più ai direttivi della Fiom, che si svolgevano di norma una volta al mese, me ne avrebbe date 300.000  a partire dallo stesso mese. Dopo averlo ringraziato per l’offerta gli dissi che preferivo stare nel mio sindacato seguendo le sue direttive.

Ma anche nella CGIL le cose stavano cambiando. Il modello della concertazione tra padroni, governo e sindacati che si è  affermato in Italia negli anni 90, specie dopo la firma degli accordi interconfederali del protocollo del 23 luglio 1993, diede inizio a una deriva senza precedenti.  La logica dei governi amici  e del meno peggio, ha portato con la riforma Dini dell’8 agosto 1995 ad un cambiamento del sistema pensionistico pubblico e privato in Italia: legge votata da tutte le forze politiche presenti in parlamento tranne i parlamentari rimasti in Rifondazione Comunista dopo la scissione di Lucio Magri e dei comunisti unitari; inoltre si dette inizio alle grandi privatizzazioni: Enel,Telecom, Autostrade, grandi Banche e Assicurazioni; alla precarizzazione del lavoro con il pacchetto Treu, ai tagli alla scuola e al welfare. Nonostante il fatto che molti di noi gridassero nelle sedi e nelle piazze che i lavoratori non avevamo governi amici i cosiddetti governi di sinistra considerati “amici” non sono stati altro che i governi che hanno maggiormente penalizzato i lavoratori. I sindacati, pur di  avere un riconoscimento istituzionale, hanno accettato il sistema culturale, politico ed economico della rassegnazione e della subordinazione all’impresa. La tutela dei diritti dei lavoratori, la lotta contro lo sfruttamento non sono più una priorità per il sindacato, l’unica priorità è diventata la logica del mercato, di come un’azienda riesce a stare sul mercato e per questo si accetta, senza nessuna mobilitazione, la cancellazione dell’ART.18, l’imposizione del Jobs Act, la peggiore  riforma delle pensioni fatta dalla Fornero, la modifica dell’Art. 81 sul pareggio di bilancio e si permette a un governo mai eletto dalla popolazione  di mettere mano alla Costituzione attraverso la mancata presa di posizione della CGIL, che da una parte boccia la riforma Costituzionale e dall’altra non dà nessuna indicazione di voto in vista del referendum.  Tutto questo senza nemmeno provare  a mettere in campo iniziative  di lotta per contrastare questa deriva. Purtroppo negli ultimi anni è avvenuto un processo di spoliticizzazione della struttura della CGIL che viene sostituita sempre di più da una pratica burocratica dei servizi. Vengono ridotti  gli spazi di partecipazione e di democrazia nella vita interna della CGIL, segnata sempre di più dalla fedeltà ai gruppi dirigenti, e, non ultimo, vengono ridotti all’obbedienza tutti coloro che nelle fabbriche e negli apparati non vogliono diventare agenti di un sindacato fondato sulle risorse degli enti bilaterali, sulla vendita di assicurazioni private e sulla complicità con le aziende. Per questo l’accordo del 10 gennaio 2014 firmato da CGIL, Cisl e Uil con Confindustria segna una svolta clamorosa. L’accordo non è nient’altro che un’intesa che scambia il riconoscimento delle organizzazioni sindacali con la rinuncia alla lotta nei luoghi di lavoro:  se la maggioranza dei sindacati confederali firma un contratto, la minoranza  deve obbedire e non può neppure scioperare: chi non accetta questa regola non può presentarsi alle elezioni dei delegati.  E’ chiaro che questo accordo decapita il potere decisionale dei lavoratori nei luoghi di lavoro. La dimostrazione avviene negli stabilimenti di Melfi e di Termoli dove i delegati e i lavoratori della Fiom assieme con altri lavoratori scioperano denunciando le condizioni di lavoro e di supersfruttamento imposte dalla Fiat, e la stessa Fiom  di Landini sconfessa la lotta di questi lavoratori chiedendo alla CGIL di dichiarare “incompatibile” il loro comportamento con l’organizzazione, lasciandoli così da soli in balia di ritorsioni. Trovo gravissimo questo comportamento da parte della Fiom e della CGIL che condanna i lavoratori che scioperano per difendere i propri diritti e per quei diritti rischiano il posto di lavoro. Con questo atteggiamento non possiamo più parlare di libertà e di democrazia e questa per me è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

No, questo non è più il mio sindacato, il sindacato di cui andavo orgoglioso e  fiero quando sono entrato a farne parte da ragazzino, si è rotto il rapporto di fiducia nei confronti della CGIL. L’abolizione dell’Art. 18, il Jobs Act,  la precarizzazione consegnano ai padroni intere generazioni di lavoratori senza diritti, rubando il futuro ai nostri figli. Per poter continuare abbiamo bisogno di una rottura.

Mi rendo perfettamente conto che uscendo dalla CGIL non trovo nulla se non delle sacche di resistenza sparse qua e là sul territorio, ma è altrettanto vero che nella CGIL, non c’è più niente di quel sindacato fondato da Di Vittorio.

Per questo lascio la CGIL ma non lascio le lotte al fianco dei lavoratori. Lascio la CGIL perché  non posso più identificarmi in questa organizzazione, nella sua segretaria Susanna Camusso che reputo la peggiore che la CGIL abbia mai avuto, che ha saputo trasformare l’organizzazione in uno strumento non più di difesa degli interessi dei lavoratori, ma di controllo dei lavoratori.

Per queste ragioni esco, perché non voglio essere complice di tutto questo.

Beppe Corioni

 

BOXE POPOLARE: PRIMI PASSI VERSO UN COORDINAMENTO NAZIONALE

Dopo anni di discussioni e confronti con compagni appartenenti alle più svariate realtà di sport popolare, è emerso un quadro abbastanza chiaro e comune, riguardo ciò che potrebbe essere inquadrato come un modello ideale del così detto “pugilato popolare”.

Crediamo utile in tal senso lavorare per raggiungere un denominatore comune che permetta l’apprendimento e la pratica di questo sport all’interno di un ambiente che sia: prima di tutto “sano”, sia a livello sociale e strettamente sportivo che a livello politico e più accessibile a livello economico, dato il momento storico che stiamo vivendo.

Facendo spesso queste realtà riferimento a strutture di movimento, dal punto di vista politico la messa in pratica di questi progetti, si traduce in una lettura che fa riferimento alle basilari e famose “tre A”, vale a dire Antifascismo, Antirazzismo e Antisessismo.

Un altro aspetto importante e non trascurabile che è emerso nei momenti di confronto, riguarda il così detto “approccio all’agonismo”, che per ora si può tradurre in un processo che porti a reagire contro il monopolio opprimente della Federazione Pugilistica Italiana.

Si da il caso che sia comunemente risaputo che non possa esistere una possibilità “legale” o quanto meno “regolare” di praticare questo sport, in senso agonistico e non, se non attraverso supporti o strutture federali. Ora, non si tratta di voler per forza puntare i piedi e dire che “la federazione fa schifo” e quindi “vogliamo per forza praticare questo sport come ci pare”, ma si tratta di aprire gli occhi e rendersi conto che quanto la federazione ha offerto e sta offrendo tuttora è un sistema carente e poco attento, che da decenni a questa parte non sta facendo altro che affossare uno sport straordinario, che meriterebbe invece attenzioni di ben altra natura.

I modelli di reazione da parte delle strutture popolari sono di fatto principalmente tre:

1) c’è chi ha deciso di federarsi ufficialmente cercando di portare un nuovo modo di concepire il pugilato direttamente all’interno dei movimenti federali;

2) c’è chi ha deciso di ignorare in maniera totale le disposizioni federali mettendo in pratica una sorta di “agonismo clandestino”;

3) infine c’è chi si sta muovendo nella direzione di creare un’alternativa alla federazione che sia “regolare” e quindi riconosciuta, procedimento che nel nostro paese è già da lustri normalità per qualsiasi altra disciplina sportiva (compresi tutti gli altri sport da contatto, per altro) a parte il tennis.

È indubbiamente ingiusto che tante realtà popolari, che stanno dimostrando con i fatti una passione e una competenza straordinaria, non possano essere regolarmente riconosciute come organi competenti per la diffusione e la pratica del pugilato. È ulteriormente più forte la necessità di fare in modo che queste realtà trovino il modo di essere non solo riconosciute, ma tutelate e, dal momento che di pugilato parliamo, assicurate.

Sono sempre più spesso queste realtà, non quelle federali, a rispettare quelli che andrebbero riconosciuti come i valori innegabili ed universali che il pugilato esprime, in qualità di sport che nasce di fatto dal basso ed è basato sul rispetto e sulla correttezza. Sempre più spesso invece le manifestazioni federali e le strutture stesse si stanno facendo portabandiera di ben altri valori: annientamento dell’avversario, elitarismo, verdetti fasulli o raccomandazioni. Inoltre diventano di frequente un bacino spesso attraente per “sottoculture di destra”: è insomma lo specchio fedele di quello che rappresenta il nostro paese, per lo meno a livello istituzionale.

Non si può di fatto negare che le realtà popolari esprimono sia di valori di tutt’altra sostanza, che un inevitabile repulsione e indignazione verso quel sistema fallimentare e malsano di cui si è discusso sopra.

Per questi motivi si sta lavorando alacremente per far sì che queste realtà possano avere la possibilità di confrontarsi all’interno di un contenitore comune che consenta di poter crescere insieme, in quanto ci si trova di fronte a un caso in cui l’unione farebbe veramente la forza, soprattutto per le realtà più nuove e piccole.

La proposta che sarà presentata all’interno dei tre importanti appuntamenti di Bergamo il 22 febbraio, di Roma l’8 di marzo, e infine di Brescia il 5 aprile, sarà quella di costruire una rete, o comunque un coordinamento “nazionale”, che possa essere interpretato come terreno comune di discussione.

Crediamo però fondamentale che ogni palestra continui a mantenere la sua di autonomia decisionale: si cercherà invece di trovare accordi per lo meno sugli assiomi di quello che dovrebbe portare ad un evoluzione concreta di apprendimento e pratica del pugilato, nelle vie qui sopra descritte.

Ovviamente ci si augura una presenza di realtà di sport popolare in generale, e di pugilato popolare in particolare, che sia il più significativa possibile, proprio perché il confronto che nascerà possa essere costruttivo e variegato: siamo convinti infatti che questo sia il momento giusto per affondare il colpo!

Alcune palestre popolari

COMPAGNO, PERCHÉ DOMANDI REDDITO? Giulio Palermo

COMPAGNO, PERCHÉ DOMANDI REDDITO?

Giulio Palermo

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Mangi forse soldi?

Quando hai freddo

Ti copri con una coperta o con la cartamoneta?

E quando ti ammali

Ingoi una compressa di paracetamolo o una moneta da un euro?

I tuoi bisogni culturali

Li soddisfi leggendo un libro o contando i numeri di serie impressi sulle banconote?

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Compagno

Non provocare!

Lo sai benissimo che in questo sistema di merda

Che si chiama capitalismo

È con il denaro

Che si ottengono pane, coperte, medicine, libri e tutto il resto

Non lo vedi che è la mancanza di reddito che ci incatena al capitale?

Non lo vedi che la gente è stanca di stringere la cinghia?

Perché credi che i lavoratori si inchinino al ricatto del salario?

Invece di criticare

Unisciti a noi

La nostra è una lotta universale:

Reddito per tutti!

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Aspetta Compagno

A me non piacciono le lotte universali

Il bene contro il male

Mi ricorda solo brutte cose

In un mondo di sfruttatori e sfruttati

Il bene comune non esiste

Perciò

Dì chiaramente da che parte stai

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Compagno

Lo sai benissimo:

Io sto con gli umili e i diseredati

Con tutti quelli che non hanno neppure i soldi per piangere

Vinciamo assieme questa lotta

E vedrai che i primi a tremare saranno proprio quelli che tu chiami “padroni”

____

Già perché

Vedi Compagno

Le categorie economiche son cambiate

E il tuo Marx è morto

Oggi siamo tutti imprenditori

Di noi stessi

Valiamo perché esistiamo

Non perché lavoriamo

Il reddito che noi difendiamo

Con audacia e convinzione

È appunto lo strumento

Per esistere e valere

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Compagno

Puoi buttare a mare Marx

Le sue categorie economiche

E la sua critica dell’economia politica

Ma tu resti succube dell’economia borghese

Di cui però non capisci il contenuto

Da dove vengono i soldi

Che dovrebbero garantire il nostro reddito?

Se lo stato li prende dalle tasse

A pagare saranno i lavoratori

Se invece li risparmia e taglia la spesa pubblica

Pagheremo attraverso la riduzione dei servizi sociali

Se infine, come ai vecchi tempi, li potesse semplicemente stampare

L’aumento dei prezzi lascerebbe tanti di noi senza pane e senza medicine

Compagno

La tua non è una lotta di emancipazione dal capitale

Ma una partita di giro

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E poi secondo le tue categorie economiche

Così moderne e imborghesite:

Dove andranno tutti questi soldi

Che finalmente anche la povera gente potrà spendere?

A comprare merci

E ingrossare i profitti delle imprese

Allora dimmi

Ti batti per far arrivare le medicine al malato

O per aumentare il fatturato della compagnia farmaceutica?

Perché vedi Compagno

Nel tuo sistema

La medicina resta una merce

E il diritto alla salute rimane subordinato al potere d’acquisto

Così facendo

La mercificazione non la combatti

La sviluppi!

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Insomma Compagno

Nella tua proposta

Continuano ad esserci i senza tetto

Gli affamati e i malati senza medicine

E di fronte a loro

Ci saranno capitalisti ancora più ricchi

Grati anche a te

Di averli aiutati a vendere le merci

Prodotte col sudore di lavoratori sempre più poveri

Ma allora, Compagno, di questo sistema di merda

Chiamato capitalismo

A te piace tutto

Tranne che la posizione che ricopri!

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E ora

Visto che siamo in argomento

Parliamo un po’ di chi le produce queste merci

Che molti lavoratori non riescono nemmeno a comprare

Come è possibile reclamare reddito

Senza mai nominare il lavoro

Che è la fonte di tutto il valore?

Compagno

Perché non ti unisci a tutti noi che lavoriamo

E che lottiamo per il pane, per la casa

Per il diritto alla salute, ai trasporti e alla cultura?

__    __

Lo dicevi anche tu:

Dobbiamo unirci!

Ma non sotto la bandiera del bene comune

Bensì sotto quella dell’emancipazione dal capitale

Il lavoro, la salute, la scuola, il territorio

Appartengono a noi

Non al capitale

Riprendiamoceli

Sottraiamo assieme tutta la società dal dominio del capitale!

Questa è la sola strada che conosco

Per trasformare realmente il sistema capitalista

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Altrimenti Compagno

Mangia soldi e riparati dal freddo con la cartamoneta

Ma non parlarmi di anticapitalismo

Perché la lotta al capitale è un’altra cosa

Assemblea Nazionale di Rossa relazione di Giorgio Cremaschi

Assemblea Nazionale di Rossa – relazione di Giorgio Cremaschi

Casa della Pace (Roma) 14 Dicembre 2013


Dispositivo finale approvato dall’Assemblea Nazionale del 14 dicembre

1) ROSS@ ha tenuto a Roma, sabato 14 dicembre, la sua Assemblea Nazionale.

L’assemblea ha approvato i temi fondamentali delle tre relazioni relative al suo programma e analisia politica, alle valutazioni sulla necessità di rompere l’Unione Europea, alle scelte di adesione e organizzazione di ROSS@ come soggetto politico. I contenuti delle tre relazioni sono indicativi e dirimenti rispetto a ogni ipotesi relativa alle prossime elezioni europee. L’assemblea assume tutti i contributi del dibattito.
2) Con l’Assemblea di oggi ROSS@ ha avviato il suo processo costitutivo, attraverso adesioni e tesseramento, per arrivare in modo chiaro alla sua assemblea costituente, indicata per il prossimo giugno.

3) ROSS@ intende proporre e costruire unitariamente il percorso affinché in primavera si arrvi a una grande manifestazione nazionale che dichiari apertamente la rottura dell’Unione Europea e il ripudio delle misure della Troika.

4) ROSS@ invita a rompere gli indugi sul piano dell’attivazione dei gruppi e delle iniziative di lotta territoriali, sia sulle campagne già in corso (referendum contro i trattati europei, diritto alla salute contro i tagli alla sanità, sul “no tav”, sul piano sindacale e sul diritto all’abitare), sia intervenendo attivamente nei conflitti già in corso, sia nei conflitti che si vanno delineando nel nostro paese, contrastando le forze della destra e avanzando apertamente i propri contenuti.

* approvato dall’Assemblea con un voto contrario e 5 astenuti

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Ordine del giorno contro la legge sul femminicidio

L’Assemblea Nazionale di ROSS@, tenutasi a Roma il 14/12/2013, assume come obiettivo e impegno politico la critica e il contrasto alla cosiddetta “legge contro il femminicidio” promossa dal governo Letta-Alfano per le seguenti ragioni:

1) si tratta della ennesima strumentalizzazione della questione politica del corpo e della libertà femminile per varare pacchetti sicurezza e repressione;

2) è una misura fortemente regressiva sul tema della libertà e dignità delle donne (irrevocabilità della querela, aggravante per donne incinte, permesso di soggiorno per donne migranti vincolato al periodo della violenza), dell’autodeterminazione della soggettività femminile;

3) usa il pretesto della “difesa dei territori” per militarizzare e imporre operazioni di polizia anche con l’uso dei militari per servizi di “vigilanza e siti sensibili come i cantieri della TAV di Chiomonte”; di fatto dando copertura di legge a pratiche illegali già in atto da tempo sul territorio;

4) si sanciscono accordi territoriali di sicurezza tra Ministeri, Regioni, enti locali con possibili contribuzioni di privati e altri “corpi pubblici, per un sostegno strumentale, finanziario e logistico finalizzato alla promozione della sicurezza del territorio e soccorso pubblico”.

Non in nostro nome

L’Assemblea di ROSS@

* approvato all’unanimità

BRESCIA, INDAGINE SHOCK: PIÙ 30% DI TUMORI NEL SUD-EST. IN AUMENTO

La nuova inchiesta shock firmata da Il Manifesto sulla questione dei rifiuti nel bresciano: nel sud-est della città l’ex discarica Ecoservizi, dove in 30 anni sono stati riversati 130mila mc di rifiuti tossici e pericolosi. Tumori in aumento

Una discarica ad oggi cementata, composta ai tempi di una doppia vasca, e in cui sarebbero stati riversati ben 130mila metri cubi di rifiuti tossici, scorie industriali, acidi e terre contaminate, scarti della chimica industriale. Sita nella zona già inquinata del sud-est bresciano, dove ora al di sopra ‘giace’ una cooperativa sociale che “poco o niente sa di quello che si nasconde sotto il piano di calpestio”.

La nuova e shoccante denuncia arriva ancora una volta dalla penna tagliente di Andrea Tornago, dalle pagine de Il Manifesto: l’ennesima ‘bomba ecologica’, ancora una volta a due passi dalla città. Proprio lì, scrive Tornago, “nel 2011 l’ASL ha registrato un aumento anomalo di tumori del 30%”: è il caso, continua, “dell’ex discarica della società Ecoservizi di Brescia, un colosso industriale del trattamento dei rifiuti speciali pericolosi” che, fino al 2004, “smaltiva da sola un quarto dei rifiuti industriali d’Italia”.

Di proprietà di un ex dirigente della Compagnia delle Opere, attualmente è ‘sotto controllo’ della Systema Ambiente; la “discarica esaurita” invece è “finita in gestione ad una società con sede a Roma, la Ve-Part”. E ad oggi giace in “uno stato d’abbandono inquietante” tanto che, sostiene Tornago, “non è più impermeabilizzata e le piogge infiltrano i rifiuti, creando volumi enormi di percolato che rischia di tracimare e invadere il piazzale, inquinando i campi e la falda acquifera”.

Se mai dovesse accadere, riferiscono i Comitati cittadini, “sarebbe male, anzi malissimo”. E non manca nemmeno l’allarme ARPA che nel 2009 ha trovato tracce di Cesio 137 nel percolato prodotto dalla discarica, un ‘frutto radioattivo’ che, si legge ancora su Il Manifesto, sarebbe “misteriosamente sparito nei successivi controlli”.
I lavori di messa in sicurezza annunciati si sono poi interrotti, lasciando tutto in sospeso, nelle mani dei “vecchi e nuovi signori dei rifiuti in Lombardia”.

20 NOVEMBRE 2013  http://www.bresciapoint.it/index.php?option=com_zoo&task=item&item_id=8672&Itemid=265

il manifesto 2013.11.16 – 06 SOCIETÀ
BRESCIA/TUMORI AUMENTATI DEL 30%
I veleni industriali sotto la Ecoservizi
TAGLIO MEDIO – ANDREA TORNAGO 
BRESCIA 
Ha l’aspetto innocuo di un piazzale di periferia, uno dei più inquietanti invasi di rifiuti tossici e nocivi d’Italia. Nelle terre avvelenate del nord non ci sono roghi né emergenze rifiuti, le minacce sono silenziose e si confondono con l’architettura senza soluzione di continuità dei distretti industriali. È il caso dell’ex discarica della società Ecoservizi di Brescia, nella zona a sud-est della città. Lì nel 2011 l’Asl ha registrato un aumento anomalo di tumori del 30%. In quelle vasche, dal 1980 al 2000, sono finiti 130 mila metri cubi di rifiuti tossici e scorie della produzione industriale italiana. Fango galvanico e di acidi, morchie di verniciatura, polveri di abbattimento fumi, terre di bonifica. E i residui del trattamento chimico fisico dei rifiuti industriali: le scorie delle scorie.
Oggi le due vasche sono cementate e sopra ci parcheggia i suoi mezzi una cooperativa sociale che poco o niente sa di quello che si nasconde sotto il piano di calpestìo.
Ecoservizi è un colosso industriale del trattamento dei rifiuti speciali pericolosi, tra i primi in Italia a gestire un impianto e una discarica autorizzati fin dai primi anni ’80, quando ancora non esisteva il ministero dell’Ambiente. Per capire le proporzioni della struttura basta soffermarsi su un dato, contenuto in una sentenza del Tar della Lombardia: fino al 2004 la società bresciana smaltiva da sola un quarto dei rifiuti industriali d’Italia, tanto da essere riconosciuta dall’autorità giudiziaria come attività strategica «di pubblica utilità».
Ora la Ecoservizi è di proprietà della Systema Ambiente dell’avvocato romano Manlio Cerroni, che nel 2005 ha acquisito l’azienda da Andrea Calubini, dirigente della Compagnia delle opere. Ma l’avvocato Cerroni si è guardato bene dall’acquistare, insieme all’impianto di inertizzazione e trattamento, anche quella discarica esaurita. Che invece è finita in gestione a una società con sede a Roma, la Ve-part dei fratelli Colucci, il cui oggetto sociale è la post-gestione delle discariche cessate. In pratica si occupa solo della gestione della ex discarica Ecoservizi di Brescia. E con risultati inquietanti: lo stato di abbandono della discarica nel 2010 ha portato la Provincia di Brescia a diffidare più volte la Ve-part e a chiedere la riscossione della garanzia finanziaria depositata a suo tempo dalla società per provvedere al suo posto alla messa in sicurezza del sito. La discarica infatti non è più impermeabilizzata e le piogge infiltrano i rifiuti, creando volumi enormi di percolato che rischia di tracimare e invadere il piazzale inquinando i campi e la falda acquifera. Nel 2009 l’Agenzia regionale per l’ambiente ha trovato tracce di Cesio 137 nel percolato prodotto dalla discarica. Radioattività poi misteriosamente sparita nei successivi controlli, anche se l’Arpa ha specificato che l’indagine radiometrica «risente dell’incertezza, non trascurabile, dovuta alla presenza della copertura in cemento».
Una minaccia che preoccupa i comitati ambientalisti cittadini, che nel marzo del 2012 hanno interessato la Commissione parlamentare sui rifiuti presieduta da Gaetano Pecorella. I lavori di messa in sicurezza sarebbero dovuti finire entro il 2012, ma sono interrotti da mesi e la situazione non sembra affatto migliorata. Proprietaria dell’area è la Intergreen Spa, società della Compagnia delle opere legata al vecchio gestore dell’Ecoservizi, Andrea Calubini. Che attribuisce ogni responsabilità alla Ve-part. Vecchi e nuovi signori dei rifiuti in Lombardia.