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75° ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE DAL NAZIFASCISMO

Dopo “La battaglia del Sonclino”, si trasmette un triplice contributo memoriale per la commemorazione del 75° anniversario della Liberazione dal nazifascismo, che quest’anno per la prima volta non si potrà celebrare solennemente insieme in piazza.
Una Liberazione costata davvero assai cara alle forze antifasciste e partigiane, il cui prezzo in sacrifici e vite umane non è possibile rimuovere e dimenticare. Solo la 122ª brigata Garibaldi ha un conto di 82 morti (74+8) e 40 feriti (23+17).
Una vittoria sul nazifascismo italiano, quella della Resistenza, risultata però ben presto amara per tanti partigiani, soprattutto di fede comunista, che han visto sfumare sotto i loro occhi il sogno di una società profondamente diversa, decisamente mutata rispetto al modello precedente.
Da qui le loro critiche, messe in luce nelle risposte ai quesiti finali del questionario Parri (quesiti N. 23, 24, 25).
A scopo documentativo, presentiamo i seguenti contributi storico-culturali riferiti alla sofferta storia della 122ª brigata Garibaldi, PER NON DIMENTICARE.
Il contributo memoriale è costituito dai seguenti N. 3 allegati:
1) Documenti inediti della 122ª brigata Garibaldi dopo la Liberazione
2) Il rastrellamento di Camaldoli e monte Quarone (27 e 28 ottobre 1944)
3) Il rastrellamento del monte Fratta (28 ottobre 1944)

Si sottolinea in particolare la lettura delle risposte finali della 122ª brigata ai quesiti avanzati dal cosiddetto “Promemoria Parri”, un questionario rivolto a tutte le brigate partigiane che hanno militarmente battuto con le armi fascisti e tedeschi. Oltre agli aspetti “quantitativi” della lotta sostenuta, vi sono infatti alcuni aspetti “qualitativi” che suscitano, per il tono e la tristezza che emanano, particolare attenzione.
Dalle risposte si evince l’accusa di un doppio mancato capovolgimento in atto:
1) non c’è il rovesciamento dell’ordine padronale fascista
2) manca il sovvertimento reale della società fascista.
Si fa pertanto presente alla superiore autorità che i partigiani sono relegati al ruolo di semplici osservatori/sorveglianti di una mutazione in sostanza solo apparente, che inoltre il loro ruolo è insufficiente e sottovalutato – se non disprezzato – rispetto alle esigenze che il momento storico richiede.
I partigiani infatti dovrebbero assumere un ruolo più consono alla loro missione.
In conclusione, si coglie l’occasione delle risposte per comunicare alla superiore autorità che è stata sì conquistata la Libertà ma che non sta affatto cambiando il potere. Da qui la richiesta implicita di un cambio di passo.

Gli altri due allegati sono ricostruzioni dettagliate dei due più feroci rastrellamenti subiti dalla brigata nell’ottobre del 1944, mentre stava seguendo una triplice tattica di riposizionamento altrove per sfuggire a un massiccio e prolungato rastrellamento in Valle Sabbia.
I documenti mostrano la stretta correlazione tra i due episodi, verificatisi il primo sulle colline di Gussago, il secondo sulla montagna tra S. Gallo e Castello di Serle ed avvenuti quasi in contemporanea, per una precisa ragione.
Le vittime nell’immediato furono complessivamente in numero di 6, ma nel conto bisogna aggiungere il ferimento di numerosi garibaldini e la deportazione – in un caso mortale – di altri.
A tutti i partigiani garibaldini caduti va il nostro riconoscente ricordo.
Buon 25 Aprile!
Con un affettuoso saluto rivolto all’amico Gino Boldini, partigiano per sempre.
Isaia Mensi

[gview file=”https://28maggio.org/files/2020/04/Documenti-inediti-della-122a-brigata-Garibaldi.pdf”]

[gview file=”https://28maggio.org/files/2020/04/Il-rastrellamento-di-Camaldoli-e-monte-Quarone.pdf”]

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LE COMPAGNE E I COMPAGNI DI SINISTRA ANTICAPITALISTA DI BRESCIA A FIANCO DEL “CS 28 MAGGIO”.

(il 13 aprile 2017, la solita mano fascista ha oltraggiato il murale esterno del “ Centro Sociale 28 maggio” di Rovato con croci celtiche e svastiche).
FASCISTI CAROGNE TORNATE NELLE FOGNE
Ci fu quel tempo quando fummo convinti che la forza delle ragioni, di palese evidenza, potesse, di per sé, mutare le coscienze deviate e le menti ottenebrate.
Ci fu quel tempo in cui le nostre speranze illuministe si scontrarono con la pervicace realtà delle ideologie (totalitarie, patriarcali, violente e razziste) e dei loro portatori insani; impermeabili a qualsiasi dimostrazione dI insopportabile inadeguatezza.
Ci fu quel tempo di azioni urgenti per arricchire le idee di concrete solidità. Restammo, comunque, sorpresi che esseri umani dotati di un normale apparato cognitivo potessero essere impregnati di pensieri e pratiche fuoriuscite dal ventre grottesco delle sterili filosofie nazifasciste del Novecento occidentale. Fino al punto, di uccidere e morire, ancora, per esse!
Pur nella sorpresa, preferimmo vederli impossibilitati e incapaci di nuocere nuovamente.
Le stesse ragioni resistenti ci spinsero, malgrado tutta la bontà praticata e raccontata, a affrontare i neofascisti, anche, sul terreno dello scontro fisico. Così com’era capitato alla generazione dei padri; quella della Resistenza.
Sempre con la speranza che fossero gli ultimi sussulti di una bestia morente.
Ma come aveva predetto il poeta, la bestia, pur nella sua morte, è in grado di partorire nuove generazioni di “teste di cazzo”.
Non capiscono, rifiutano le evidenze, ripetono ordinati gli stessi slogan. Le medesime cianfrusaglie ideologiche dei padri (loro).
In qualche misura, sono consoni con le nuove politiche liberticide. Gli sbirri li comprendono e, pertanto, li tollerano. In fondo, i picchiatori nazifascisti sono l’estrema ratio, per quando diventa improrogabile colpire, senza fronzoli, chi si oppone senza tregue ai manovratori designati. Così fu e sarà, quando verrà ritenuto utile.
Sono conosciuti e tenuti d’acconto. Sgridati se esagerano, magari; ma lasciati liberi di provocare, di insozzare coi loro scritti, di aggredire.
In particolare, a Rovato e dintorni, s’aggirano da anni a proclamarsi come gli eredi di quei bravi ragazzi salodiani; cui, addirittura, un sindaco camerata dedicò una via.
Più volte hanno colpito il CS 28MAGGIO e l’altra sera l’hanno fatto ancora.
Svastiche e croci celtiche hanno insozzato, minacciose, il centro sociale.
Sono davvero insopportabili. Dovremmo deciderci a spazzarli via; a snidarli dai loro covi merdosi.
Dovremmo farlo direttamente, perché non abbiamo alcuna fiducia in questo Stato che li ha sempre utilizzati per i suoi fini e, al contrario, continua a punire chi compie “reati di umanità e di solidarietà”.
Qui, dalle nostre parti, dove la ferocia capitalista si incrocia, da sempre, con quella fascista e razzista (28 maggio 1974), è sempre il tempo della Resistenza e delle scelte partigiane.
Oggi più che mai, abbiamo bisogno di azioni buone e solidali a fianco degli ultimi, dei dannati, dei poveri e degli sfruttati. Un agire che prefigura, in sé, un altro modo di vivere e contesta, nel profondo, i meccanismi autoritari e violenti, determinanti l’attuale.
Abbiamo bisogno di questa compassione dentro la critica strutturale al Capitale e allo Stato. Di un agire diretto e diffuso e buono.
E di vigorosi combattenti di strada, naturalmente!

Solidarietà al Centro sociale 28 Maggio di Rovato

Il Coordinamento antifascista e antirazzista della Valtrompia esprime la propria solidarietà al Centro sociale 28 Maggio di Rovato colpito per l’ennesima volta da mano nazifascista mediante l’imbrattamento con svastiche e croci celtiche tracciate sopra il nome identificativo dipinto a colori sul muro esterno alla struttura.
Il fatto è avvenuto la notte fra il 13 e il 14 aprile, alla vigilia dell’incontro previsto con Giorgio Cremaschi, Nicoletta Dosio e Sergio Pezzucchi sul tema “Europa: dallo stato sociale allo stato di polizia”. La provocazione messa in atto è l’ultima di una serie di azioni che testimoniano la presenza sul territorio di formazioni nazifasciste che vogliono agire e riorganizzarsi in senso antidemocratico e marcatamente anticomunista, cioè contro chi è in prima fila sul fronte antifascista e antirazzista, contro chi promuove iniziative di formazione politica, culturale e di sensibilizzazione sociale.
Il Centro 28 maggio evidentemente è un punto di riferimento che potenzia le istanze innovative provenienti da più parti e che nel contempo cerca di contrastare politiche amministrative razziste e autoritarie che non sembrano opporsi adeguatamente ai tentativi di condizionamento delle nuove destre, venendo meno al lascito resistenziale e ai principi costituzionali.
Il Coordinamento della Valtrompia si affianca pertanto rafforzativamente all’operato dei compagni del Centro sociale 28 maggio, in un progetto di nuova resistenza e di reinvenzione della democrazia.
Coordinamento antifascista e antirazzista della Valtrompia
15 aprile 2017

Un anno dopo, Casapound chiama la Questura risponde

 

Cinque giorni dopo la grande e “pericolosa” manifestazione del 25 marzo, stamattina diciassette compagni sono stati arrestati per antifascismo. Diciassette compagni arrestati col solito manuale Cencelli della repressione: Degage, Esc, Acrobax, Alexis e Militant le strutture colpite, ovviamente non a caso. Chi in questi anni si è mosso davvero nella lotta antifascista ne paga le conseguenze materiali, con buona pace dei social chiacchieroni. Due cose però saltano all’occhio anche al meno avvezzo alle cose della politica: diciassette misure cautelari comminate un anno dopo gli eventi costituiscono un vulnus particolare anche in tempi di stretta repressiva come questi. Quale giustificazione legale, quale razionalità giudiziaria si cela dietro a questo accanimento eccessivamente postumo? Ovviamente nessuna, ma al tempo stesso risponde alla logica delle misure cautelari comminate in questi anni. In assenza di prove e con la certezza dell’assoluzione nei processi, i Pubblici ministeri procedono alla vendetta cautelare, facendo scontare preventivamente pene che sanno di non poter provare in sede di giudizio. Una dinamica tipica di questi anni, e che andrebbe smascherata e combattuta non solo dentro le fila del movimento, ma anche da quella “presunta” magistratura “democratica” che si riempie la bocca di legalità e democrazia ma che, al dunque, favorisce abusi giudiziari di questo tipo.

La seconda evidenza di questi arresti è la loro vicinanza alla manifestazione contro l’Unione europea liberista del 25 maggio. E’ la risposta politico-repressiva a quel corteo, la mossa che in qualche modo ci aspettavamo di fronte all’assenza di scontri. Anzi: proprio l’assenza di incidenti ha consigliato alla repressione di agire non solo preventivamente (come abbiamo visto sabato scorso), ma “a prescindere”, cioè in assenza di fattispecie. In altre parole, erano arresti messi in preventivo: sfuggita l’occasione del 25 marzo, ecco recuperare la manifestazione antifascista dello scorso anno, tanto sempre i soliti compagni sono. Il pretesto lo si sarebbe comunque trovato, l’importante è il segnale: non si scherza più. E, in secondo luogo: non si scherza più con Casapound, che è a tutti gli effetti un soggetto politico considerato legittimo e quindi intoccabile.

C’è urgenza di uscire dall’angolo in cui vuole costringerci la politica repressiva della Questura e del Pd. Cosa hanno da dire i paladini delle legalità, da Sinistra italiana al M5S, da Pisapia all’Anpi – che pure era l’organizzatore di quella manifestazione – su questi arresti per antifascismo? Questi arresti coinvolgono tutti, perché ad essere perseguita non è questa o quella linea politica ma una pratica antifascista che a Roma è sempre stata terreno di convergenza oltre le differenze politiche di ciascuno.

Vi racconto la vita sotto la rivolta di Maidan

 

Vi racconto la vita sotto la rivolta di Maidan

L’insensatezza della rivolta. La distruzione dei monumenti. Gli omicidi. I pestaggi. Le rapine. Uno straordinario reportage di una Kiev che non vi hanno mai raccontato [Elena Saftenku]

 


Redazione
venerdì 2 maggio 2014 15:04

Da quando è iniziata la protesta di Maidan i pestaggi per le strade di Kiev sono diventata cosa ordinaria. Non sono cessati nemmeno con la vittoria dei rivoltosi.

Da quando è iniziata la protesta di Maidan i pestaggi per le strade di Kiev sono diventata cosa ordinaria. Non sono cessati nemmeno con la vittoria dei rivoltosi.

di Elena Saftenku

Kiev. Avevo una collaboratrice. Si chiamava Shevko Alla Nikolaevna. Era un’anziana scienziata dell’istituto di Fisiologia A.A. Bogomolez di Kiev. È stata uccisa lo scorso 5 di marzo, nel suo appartamento. Non era un’eroina e non aderiva ad alcun partito. Alla Nikolaevna è stata vittima del colpo di Stato. Una vittima come molti altri, di cui nessuno scriverà.

Alla Nikolaevna da quasi venti anni dirigeva il dipartimento di informazione scientifica. Aveva il compito di preparare le conferenze del nostro istituto, prendeva la parte nella creazione dei film scientifici, si occupava dalla biblioteca e dei servizi scientifici internazionali.


Miliziani di Settore destro, il neonato partito nazista, fino a pochi mesi fa galassia movimentista e ala militare del principale partito nazista ucraino Svoboda.

L’istituto Bogomolez era il migliore del Paese già all’epoca dell’Unione Sovietica nei campi della elettrofisiologia e della membranologia. Era, ed è, famoso nel tutto il mondo. Dopo la fine dell’Urss la maggioranza degli scienziati sono emigrati per cercare miglior vita e migliori guadagni. È sempre stato sufficiente fare il nome di Platon Kostiuk (l’ex direttore dell’istituto, morto nel 2010) per poter entrare nei migliori istituti negli Stati Uniti e in Europa.

Alla Nikolaevna soffriva molto, come noi tutti, la lenta agonia in cui stava sprofondando il settore scientifico in Ucraina. Era ossessionata dalla conservazione della memoria storica del nostro passato: conservava le biografie dei nostri più eminenti studiosi, intervistava gli scienziati ancora in vita, raccoglieva materiale fotografico. Negli ultimi dieci anni Alla Nikolaevna ha scritto e curato l’edizione di cinque biografie di altrettanti accademici: P.G. Kostiuk, V.I. Skok, P.M. Serkov, M.F. Shuba, N.N. Syrotinin. Inoltre ha scritto articoli sulla storia della neuroscienza e sulle scoperte fatte dai nostri scienziati.

Suo marito era morto da tempo. E così da anni condivideva l’appartamento con un’amica. Abitavano in via Grushevski. Poco più su rispetto allo stadio della Dynamo. A due passi da Maidan. Una delle strade dove avvenivano gli scontri più duri tra polizia e manifestanti. Le barricate bloccavano la via.



Per erigire un muro di fuoco tra se stessi e le forze dell’ordine quelli di Maidan hanno coninciato ad ammassare copertoni di auto sulle barricate incendiandoli. Finita la rivolta, lo scenario apocalittico di Maidan, completamente carbonizzata.

Io e lei parlavamo spesso. Si discuteva della vita, degli eventi quotidiani, dei problemi di salute. Entrambe non capivamo perché era necessaria la protesta di Maidan. Mancava meno di un anno alle prossime elezioni presidenziali, e Yanukovich non aveva nessuna possibilità di successo. Ci dicevamo che il nostro Paese sarebbe potuto essere indipendente solo quando avrebbe avuto una propria industria, e non com’è ora un semplice mercato di sbocco delle industrie di altri Paesi.

Poi la situazione è divenuta sempre più critica. E così abbiamo cominciato a sdegnarci per l’abbattimento del monumento a Lenin nel centro della città che era rotto in pezzi dai radicali ucraini. Non perché era il monumento a Lenin, ma perché era un bellissimo monumento storico, realizzato da uno scultore famoso. Supponevamo, anche, che dopo un tale inizio i dimostranti avrebbero attentato anche ad altri monumenti. Purtroppo, è quello che accadde. Vennero abbattuti e deturpati decine di monumenti, in tutto il Paese. Quello a Dimitri Manuilski, l’uomo che aveva capeggiato la delegazione ucraina alla conferenza constitutiva delle Nazioni. Quello al Santo principe Vladimir. E ancora. Quello al feldmaresciallo Michail Kutuzov, vincitore della guerra con Napoleone. Il monumento al Militare-liberatore sovietico.


I vandali non hanno risparmiato nemmeno la statua di San Vladimiro.

Con Alla Nikolaevna ci eravamo anche molto preoccupate di quello che stava accadendo in via Grushevski, dal lato dello stadio e degli edifici governativi. Da gennaio in strada bruciavano copertoni di automobili. Da quello che so, nei Paesi dell’Unione Europea è persino vietato sotterrarli i copertoni se si è in città, figurarsi bruciarli. Medici e ambientalisti sono molto chiari in proposito: il loro fumo è cancerogeno.

Su alcune riviste scientifiche ho letto che gli abitanti di Kiev avrebbero sofferto di tumori, che ci sarebbe stata un’ecatombe di morti dovute al cancro, specialmente di persone cagionevoli di salute. Alla Nikolaevna viveva dall’altro capo della strada, ma il fumo si sentiva comunque forte. Ne sentivamo l’odore persino all’istituto Bogomolez, che si trova a dieci minuti di cammino dalle barricate.

Poi è accaduto. Alla Nokolaevna era scomparsa dagli eventi sanguinosi del 21 febbraio. Nelle settimane seguenti a quei fatti c’era stato il caos. La metro non funzionava più e in città non c’era più traccia di polizia. A difendere l’ordine ora c’erano i ragazzi di Maidan, armati di bastone. E così Kiev era in balia di bande criminali e di squadracce di Maidan.



Il monumento a Lenin a Kiev è stato il primo a essere abbattuto e distrutto a suon di martellate.

C’era anche la violenza politica. Leggevamo sui giornali delle agressioni compiute da ragazzi di Settore destro. Avevano rotto il cranio a un passante in via Lev Tolstoi, avevano ucciso a colpi di mitra tre poliziotti nel distretto in cui vivo (sull’altra sponda del Dnipro), avevano catturato la figlia del sindaco come ostaggio, per farlo diventare (con successo) ubbidiente ai loro voleri, picchiavano, rapinavano passanti e banche, terrorizavano le famiglie degli avversari politici. Facevano tutto questo senza correre alcun rischio, perché erano gli eroi di Maidan. A loro tutto era permesso.

E così assassinarono anche Alla Nikolaevna. La sua amica e coinquilina ci ha raccontato che un giorno hanno suonato alla porta. Erano i ragazzi di Maidan, armati di bastoni. Hanno iniziato subito a picchiare Alla Nikolaevna, sulla testa. Poi hanno legato l’amica. Il loro era un bell’appartamento. In casa avevano pellicce, gioielli e altri oggetti preziosi. Si sono portati via tutto.


Abbattuto anche il monumento a Dimitri Manuilski, l’uomo che aveva capeggiato la delegazione ucraina alla conferenza constitutiva delle Nazioni Unite.

Un delitto che sarebbe di sicuro rimasto impunito. Gli aggressori questo lo sapevano. E così è stato. I ragazzi di Maidan non potevano essere denunciati.

Noi all’istituto l’abbiamo saputo quando Alla Nikolaevna era già stata sepolta. Nessuno ha avuto il coraggio di raccontare la verità pubblicamente. La verità ce la siamo raccontata solo sottovoce. A Kiev la verità non si può più dire. Si rischia troppo.

Da allora le cose sono migliorate? No. Le squadracce fasciste girano ancora armate. La polizia non controlla niente. Ora c’è la giustificazione della minaccia separatista, della minaccia della Russia. Ma quello che sta accadendo nel resto del Paese è solo una reazione agli eventi di Kiev. E i nazisti sono sempre stati tali, pericolosi. Non sono mai stati e non sono tuttora dalla parte giusta. Non è possibile.


Le squadracce naziste girano per Kiev indossando passamontagna.

Chi è il colpevole di quello che è accaduto e sta accadendo in Ucraina? Qualcuno dirà i fascisti, qualcun altro gli oligarchi, altri ancora l’Occidente. E tutti avranno ragione. Qui nessuno dubita più che nel 2004 la rivoluzione non fossa stata organizzata e finanziata dagli Stati Uniti. E già allora i fascisti ebbero un loro peso, vennero coccolati. Ma la sinistra era ancora forte, e gli impedirono di marciare in città.

Nel 2009 le cose sono cominciate a cambiare. I fascisti hanno cominciato a marciare due volte l’anno: nel giorno della nascita del capo dei nazionalisti ucraini Stepan Bandera e nel giorno della creazione dell’Armata insurrezionale ucraina, quella che ha collaborato con i nazisti durante l’occupazione tedesca, quella che fucilava i militari sovietici e i partigiani. Marciavano senza nessun ostacolo per il centro di Kiev. Lo facevano con le fiaccole e gridando slogan che incitavano alla violenza: impiccare i comunisti («i comunisti, sul ramo»), tagliare i russi con i coltelli («i russi, sui coltelli»), uccidere gli ebrei. Nessuna di queste marce è stata mai proibita, nessuno di loro è stato mai arrestato, nessuno di loro è stato mai condannato.

La violenza nazista non ha alcun collegamento con la necessità dei cambiamenti sociali. Ha molto a che fare con gli istinti irrazionali e animaleschi della gente, invece. A questo servono gli slogan che gridano e ripetono fino all’ossessione. Slogan copiati alla lettera da quelli nazisti di ottanta anni fa. Le stesse folle narcotizzate. Le stesse bugie. Lo stesso rovesciamento dei fatti.

Chi pensa che nel proprio Paese tutto questo non potrà arrivare mai, si sbaglia di grosso. In Ucraina anche noi pensavano così prima di 2004.


Elena Saftenku lavora come ricercatrice seniore nel Dipartimento della Fisiologia Generale del Sistema Nervoso all’Istituto di Fisiologia A.A. Bogomolez di Kiev.

Orrore a Odessa! Nazi bruciano vive 43 persone

Orrore a Odessa! Nazi bruciano vive 43 persone

Bande di Settore destro assaltano e danno fuoco alla sede del sindacato occupata da giorni da separatisti russofoni. Chi è morto bruciato, chi si è lanciato nel vuoto. [Franco Fracassi]

 


Redazione
sabato 3 maggio 2014 11:27

Uno dei sopravvissuti al pogrom portato via dai vigili del fuoco.

Uno dei sopravvissuti al pogrom portato via dai vigili del fuoco.


Il rogo dell’edificio sede dei sindacati


Due delle vittime morte nell’incendio all’interno dell’edificio.


Un miliziano nazista di Settore destro lancia una molotov nel palazzo in fiamme.


Le vittime della strage erano ritenute colpevoli dagli assalitori di non essere nazionaliste ucraine.

di Franco Fracassi

L’orrore va di scena a Odessa. I nazisti del Settore destro hanno preso d’assalto la sede dei sindacati, occupata da giorni dai separatisti russofoni. L’hanno presa d’assalto con spranghe, molotov, coltelli e pistole. Protetti dalla polizia. Pochi minuti ed è scoppiato l’inferno. Almeno dieci persone sono morte sotto i proiettili, le coltellate e le sprangate degli assalitori. Altre, la maggior parte, sono arse vivi, in un rogo che si è sviluppato in tutto l’edificio, oppure si sono lanciate nel vuoto. Un’ecatombe. Quarantatré morti. Centosettantaquattro i feriti, di cui tanti gravissimi. Ma è solo un bilancio provvisorio.

Ma è accaduto qualcosa di ancor più raccapricciante. Le bande di fascisti sono entrati nell’edificio subito dopo la fine dell’incendio per scovare chi potesse essere sopravvissuto. Chi è stato individuato, nonché ferito, è stato picchiato a morte. La polizia sempre a guardare, fuori dal palazzo, impedendo l’arrivo in soccorso degli assaliti di miliziani russofoni. «L’abbiamo fatto per impedire uno scontro di maggiori proporzioni», si è difesa la polizia. Permettendo, però, una strage.

Secondo la Prefettura di Odessa, tra gli assalitori, oltre alle squadracce di Settore destro, gli ultrà della squadra di calcio locale.

Mentre il massacro andava in onda in tv su Twitter si susseguivano i messaggi dei cosiddetti attivisti di Maidan che incitavano al pogrom. «Alcuni scarafaggi stanno finalmente venendo arrostiti a Odessa». «I topi di Mosca stanno finalmente avendo la lezione che si meritano: bruciare nella loro tana», in riferimento alla sede sindacale.

Di seguito alcuni filmati girati durante il rogo e subito dopo il massacro. Come si può vedere, alcuni dei corpi sono carbonizzati.

BOXE POPOLARE: PRIMI PASSI VERSO UN COORDINAMENTO NAZIONALE

Dopo anni di discussioni e confronti con compagni appartenenti alle più svariate realtà di sport popolare, è emerso un quadro abbastanza chiaro e comune, riguardo ciò che potrebbe essere inquadrato come un modello ideale del così detto “pugilato popolare”.

Crediamo utile in tal senso lavorare per raggiungere un denominatore comune che permetta l’apprendimento e la pratica di questo sport all’interno di un ambiente che sia: prima di tutto “sano”, sia a livello sociale e strettamente sportivo che a livello politico e più accessibile a livello economico, dato il momento storico che stiamo vivendo.

Facendo spesso queste realtà riferimento a strutture di movimento, dal punto di vista politico la messa in pratica di questi progetti, si traduce in una lettura che fa riferimento alle basilari e famose “tre A”, vale a dire Antifascismo, Antirazzismo e Antisessismo.

Un altro aspetto importante e non trascurabile che è emerso nei momenti di confronto, riguarda il così detto “approccio all’agonismo”, che per ora si può tradurre in un processo che porti a reagire contro il monopolio opprimente della Federazione Pugilistica Italiana.

Si da il caso che sia comunemente risaputo che non possa esistere una possibilità “legale” o quanto meno “regolare” di praticare questo sport, in senso agonistico e non, se non attraverso supporti o strutture federali. Ora, non si tratta di voler per forza puntare i piedi e dire che “la federazione fa schifo” e quindi “vogliamo per forza praticare questo sport come ci pare”, ma si tratta di aprire gli occhi e rendersi conto che quanto la federazione ha offerto e sta offrendo tuttora è un sistema carente e poco attento, che da decenni a questa parte non sta facendo altro che affossare uno sport straordinario, che meriterebbe invece attenzioni di ben altra natura.

I modelli di reazione da parte delle strutture popolari sono di fatto principalmente tre:

1) c’è chi ha deciso di federarsi ufficialmente cercando di portare un nuovo modo di concepire il pugilato direttamente all’interno dei movimenti federali;

2) c’è chi ha deciso di ignorare in maniera totale le disposizioni federali mettendo in pratica una sorta di “agonismo clandestino”;

3) infine c’è chi si sta muovendo nella direzione di creare un’alternativa alla federazione che sia “regolare” e quindi riconosciuta, procedimento che nel nostro paese è già da lustri normalità per qualsiasi altra disciplina sportiva (compresi tutti gli altri sport da contatto, per altro) a parte il tennis.

È indubbiamente ingiusto che tante realtà popolari, che stanno dimostrando con i fatti una passione e una competenza straordinaria, non possano essere regolarmente riconosciute come organi competenti per la diffusione e la pratica del pugilato. È ulteriormente più forte la necessità di fare in modo che queste realtà trovino il modo di essere non solo riconosciute, ma tutelate e, dal momento che di pugilato parliamo, assicurate.

Sono sempre più spesso queste realtà, non quelle federali, a rispettare quelli che andrebbero riconosciuti come i valori innegabili ed universali che il pugilato esprime, in qualità di sport che nasce di fatto dal basso ed è basato sul rispetto e sulla correttezza. Sempre più spesso invece le manifestazioni federali e le strutture stesse si stanno facendo portabandiera di ben altri valori: annientamento dell’avversario, elitarismo, verdetti fasulli o raccomandazioni. Inoltre diventano di frequente un bacino spesso attraente per “sottoculture di destra”: è insomma lo specchio fedele di quello che rappresenta il nostro paese, per lo meno a livello istituzionale.

Non si può di fatto negare che le realtà popolari esprimono sia di valori di tutt’altra sostanza, che un inevitabile repulsione e indignazione verso quel sistema fallimentare e malsano di cui si è discusso sopra.

Per questi motivi si sta lavorando alacremente per far sì che queste realtà possano avere la possibilità di confrontarsi all’interno di un contenitore comune che consenta di poter crescere insieme, in quanto ci si trova di fronte a un caso in cui l’unione farebbe veramente la forza, soprattutto per le realtà più nuove e piccole.

La proposta che sarà presentata all’interno dei tre importanti appuntamenti di Bergamo il 22 febbraio, di Roma l’8 di marzo, e infine di Brescia il 5 aprile, sarà quella di costruire una rete, o comunque un coordinamento “nazionale”, che possa essere interpretato come terreno comune di discussione.

Crediamo però fondamentale che ogni palestra continui a mantenere la sua di autonomia decisionale: si cercherà invece di trovare accordi per lo meno sugli assiomi di quello che dovrebbe portare ad un evoluzione concreta di apprendimento e pratica del pugilato, nelle vie qui sopra descritte.

Ovviamente ci si augura una presenza di realtà di sport popolare in generale, e di pugilato popolare in particolare, che sia il più significativa possibile, proprio perché il confronto che nascerà possa essere costruttivo e variegato: siamo convinti infatti che questo sia il momento giusto per affondare il colpo!

Alcune palestre popolari