Giappone: esplosione in una centrale nucleare…e vorrebbero installarle anche da noi…

IL PROGRAMMA NUCLEARE IN GIAPPONE
Il Giappone possiede 52 centrali nucleari che soddisfano circa il 25% del fabbisogno energetico del paese. Il governo nipponico ha recentemente puntato al rilancio dell’energia nucleare mediante la progettazione di nuove centrali.

Il piano governativo del premier nipponico Koizumi prevede di giungere al 50% di copertura del fabbisogno nazionale tramite l’energia nucleare ma non sono poche le voci di protesta. Ovunque si cerchi di costruire nuove centrali atomiche sorgono dal nulla referendum popolari locali e proteste da parte dei cittadini. Ed i recenti incidenti alle centrali nucleari nipponiche non contribuiscono a ricreare un clima di fiducia tra i cittadini.

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Delta in rivolta: pirateria e guerriglia contro le multinazionali del petrolio in Nigeria

da lottaunita.org

Da decenni la popolazione in Nigeria si batte contro lo sfruttamento selvaggio della propria terra da parte delle multinazionali del petrolio e del gas (tra le quali spicca la nostrana Eni-Agip), ma qui da noi il silenzio mediatico è al limite della censura. Sono decisamente rari i libri, infatti, pubblicati in Italia sulla rivolta che sta infiammando la Nigeria ed in particolar modo la zona del Delta del Niger, e non è affatto un caso strano, visto il livello di responsabilità e complicità del nostro paese nel conflitto dell’area.
Gli interessi dell’Eni, holding di San Donato Milanese, in questa regione strategica sono infatti enormi e la sua presenza risale al 1962: il petrolio del Delta alimenta le nostre automobili, il gas del Delta, attraverso i rigassificatori, accende i nostri fornelli e scalda le nostre case. Contemporaneamente il governo italiano non ha mai smesso di rifornire l’esercito nigeriano, al fine di reprimere il popolo in rivolta. Risale a febbraio del 2009, infatti, la visita del ministro degli esteri Frattini al presidente nigeriano Yar’Adua, in cui il ministro italiano ha assicurato ulteriori forniture e aiuti militari per reprimere la rivolta nel Delta a protezione delle estrazioni di gas e petrolio, dichiarando che “il governo nigeriano è interessato a usare tecnologie italiane, navi leggere, veicoli speciali, blindati Lince, aerei, tecnologie radar e controlli satellitari Alenia”.
La Nigeria oltre ad essere, con i suoi 130 milioni di abitanti, il paese più popoloso del continente africano, è anche il suo maggior esportatore di petrolio ed è il classico esempio degli esiti nefasti delle politiche coloniali nei cosiddetti paesi del terzo mondo.
Nel 1956, quando vennero scoperti enormi giacimenti di petrolio sotto le paludi del Delta del Niger, sogni e illusioni di prosperità dilagarono tra l’intera popolazione nigeriana, tutto sembrava possibile: una povera nazione africana miracolata da una smisurata e improvvisa ricchezza, quella dell’oro nero, poteva riscattarsi e autonomamente decidere del proprio futuro.
Gli unici, però, a trarre vantaggio dalle estrazioni di petrolio furono, e lo sono tuttora, da un lato le multinazionali degli idrocarburi, a cominciare dal colosso della Shell, che controlla circa la metà del greggio complessivo, passando per le varie Total, Mobil, Elf, Texaco, Chevron e la nostrana Eni-Agip, dall’altro la cricca di governanti ultra-corrotti nigeriani, mentre per l’intera popolazione fame, miseria e inquinamento.
L’avidità e la smania delle multinazionali, dunque, hanno svelato in poco tempo la terribile sentenza di morte che attendeva il popolo nigeriano: dopo mezzo secolo di sfruttamento dell’oro nero la situazione sociale, economica ed ambientale della Nigeria è, infatti, alla rovina. La Nigeria, dopo circa quattro decenni di produzione ininterrotta di petrolio, è diventata, dagli inizi degli anni novanta, completamente dipendente a livello economico dall’estrazione petrolifera generando, con la produzione del grezzo, il 40% del prodotto interno lordo. A dispetto delle incredibili ricchezze generate dal petrolio, i benefici della produzione di questa materia prima non hanno toccato la popolazione nativa che lentamente, dagli anni sessanta in poi, ha cominciato ad abbandonare le campagne e quella che è sempre stata l’attività principale: l’agricoltura. La produzione annuale di prodotti agricoli è crollata nell’ultima decade del XX secolo; la produzione di cacao è diminuita del 43% (la Nigeria era una delle più grandi esportatrici di cacao negli anni sessanta); la produzione del grano è diminuita del 29%, quella del cotone del 65%, quella di arachidi del 64%. La maggior parte degli strati della popolazione, specialmente di quella del Delta del Niger, sono rimasti poveri e degradati esattamente come negli anni sessanta. Il Delta del Niger ha una popolazione stabilmente in crescita stimata in circa 30 milioni di persone (2005), il 23% circa della popolazione totale della Nigeria. La densità abitativa è tra le più alte del mondo con 265 individui per chilometro quadrato. Questa popolazione si sta espandendo al ritmo del 3% all’anno e la capitale del petrolio, Port Harcourt, sta subendo una enorme crescita urbana. La povertà e l’urbanizzazione hanno portato ad uno stato in cui la corruzione è un fatto acquisito. Lo scenario risultante vede una incredibile urbanizzazione non accompagnata da sviluppo economico; di qui la disoccupazione a livelli intollerabili.
Sull’argomento è stato pubblicato a giugno di quest’anno un interessante libro dal titolo “Delta in rivolta” a cura di Daniele Pepino, ediz. Porfido, che volentieri segnaliamo con questo breve articolo perché lo riteniamo un eccellente contributo alla comprensione del conflitto in corso e degli interessi delle multinazionali nell’area ed anche un prezioso megafono di quel grido di rivolta e di dignità da cui gli animi intorpiditi di noi “privilegiati” d’Occidente avremmo molto da imparare. Da decenni la popolazione, infatti, si batte contro lo sfruttamento selvaggio della propria terra da parte delle multinazionali del petrolio e del gas e tra occupazioni di impianti e sabotaggi, manifestazioni non violente e azioni di guerriglia, una multiforme resistenza dimostra come sia ancora possibile opporsi alla devastazione sociale e ambientale che il capitalismo porta con sé.
Ed è in questo contesto di forte povertà e tentativi di resistenza che negli anni 2005 e 2006 nel Delta del Niger ha fatto la propria comparsa il Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger, gruppo di guerriglieri caratterizzato da un’organizzazione forte e da obiettivi precisi, quali la liberazione della regione dalle multinazionali straniere e il controllo delle ricchezze del sottosuolo da parte delle popolazioni native considerate legittime. In questo contesto, vengono tutt’oggi portati a compimento attacchi di guerriglia di varia natura tra i quali distruzione di oleodotti e sequestri di personale di compagnie petrolifere.
Vogliamo concludere questo scritto con la prima parte dell’introduzione del volume “Delta in rivolta”, con la speranza che la voluta brevità dell’articolo abbia solleticato il vostro interesse nel leggerlo e soprattutto vi abbia convinto, in questo periodo di censura e oscurantismo, della necessità di documentarsi sulle esperienze di lotta e resistenza che si sviluppano nel mondo, perché, anche se vogliono avvolgerli nel più rigoroso silenzio, ci sono milioni di persone che si battono contro i dettami del nuovo ordine mondiale ed urlano che questo non è il mondo migliore possibile!
< In Nigeria, tutte le speranze nella democrazia e nel benessere suscitate dall’indipendenza e dalla scoperta del petrolio, sono naufragate tra le paludi del Delta del fiume Niger, affondate dallo sfruttamento selvaggio di multinazionali come la Shell, l’AGIP, la Chevron e dai corrotti governi locali. All’ombra di un cielo inquinato e di un mare senza pesci, «la gente ha cominciato a pensare: “Dobbiamo armarci se non vogliamo morire”. La violenza genera violenza. E quando una persona perde la speranza, si sente devastata, e finisce per dire: “O combatto o tanto vale che muoia”». Così, a bordo di motoscafi veloci, con passamontagna, fucili automatici e kalashnikov, i ribelli del Delta sono passati al contrattacco, sabotando l’industria del petrolio. Sono la voce armata di una intera popolazione, stremata da decenni di saccheggio delle risorse e dalla repressione militare che tenta in ogni modo di stroncarne le proteste. Si battono per la fine dell’inquinamento delle loro terre, per il risarcimento dei danni subiti e la restituzione delle risorse alle comunità locali. Questo libro è un omaggio alla loro battaglia.

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8 marzo di lotta

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da Infoaut

In Italia tantissime le piazze convocate quest’oggi dentro dimensioni istituzionali e affini, nella pochezza del festeggiamento della scadenza, quindi espressione di piazze delle quali non ci si può affatto accontentare… pretendendo che anche l’8 marzo sia un giorno di lotta! eccedendo la ricorrenza e portando in piazza i contenuti che quotidianamente attraversano gli spazi e le realtà sociali del nostro paese.

Differenza che si è manifestanta in molte città d’Italia, incompatibilità che si è espressa nel rifiuto delle categorie educate e comode così come nella rivendicazione della riappropriazione di corpi e vite non assumibili dalla mercificazione e dalla strumentalità.

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PRESIDIO DI SOLIDARIETA’ SOTTO IL CARCERE

Presidio in solidarietà giovedì 10 marzo dalle ore 17.00 sotto il carcere di Canton Mombello
I detenuti della casa Circondariale di Brescia (Canton Monbello) hanno deciso di mettere in atto uno sciopero generale del vitto lunedì 7 marzo fino a giovedì 17 con battitura sui blindati dalle ore 8.00 alle 8.30, dalle ore 12.00 alle ore 12.30, e dalle ore 17.30 alle ore 18.00, questo dovuto al sovraffollamento e soprattutto alla mancata concessione di pene alternative da parte delle autorità competenti.

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Addio ad Alberto Granado compagno di viaggio del Che

Addio ad Alberto Granado compagno di viaggio del Che
da Repubblica.it

E’ morto a 88 anni all’Avana. All’inizio degli anni Cinquanta era stato protagonista con Guevara del viaggio raccontato in “I diari della motocicletta”. “Prima volevamo conoscere il mondo, dopo volevamo cambiarlo”

L’AVANA – “Quella motocicletta ci ha permesso di andarcene in fretta. Dalla famiglia, dagli amici, dalle fidanzate. Volevamo conoscere il mondo, avere un contatto con i popoli. Ma poi ci siamo resi conto che il mondo è grande, e quel che volevamo fare era un po’ troppo. E siamo rimasti in America Latina”. E’ cominciato così un viaggio che sarebbe diventato leggendario, ma chi poteva ricordarlo da protagonista non c’è più: è morto a Cuba Alberto Granado, il compagno di Ernesto Guevara nel celebre viaggio in moto attraverso il quale i due amici, all’inizio degli anni Cinquanta, entrambi studenti universitari cominciarono, senza saperlo, la costruzione di un mito.

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Dove finiscono i soldi dei tiranni?

da Carta.org

I tempi sono proprio brutti per i dittatori. Una volta i tiranni in pensione, finivano le loro vite in belle proprietà in Inghilterra, in Francia, Italia o in Svizzera. Non venivano disturbati da nessuno e potevano continuare a spendere le loro fortune colossali sparse per le varie banche del mondo ricco. Anche Bocassa «l’Orco della Repubblica Centro Africana» alla fine non se l’è spassata troppo male.

Oggi questo stesso mondo ricco sembra non volerli più accettare sulle proprie terre dopo averli spremuti. Sono costretti ad esili sempre dorati, ma lontani dal mondo libero e democratico. Sono diventati quasi come i rifiuti radioattivi, non si vuole metterli definitivamente al bando della storia, però tutti li tengono lontani dalla propria casa.

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Tessera del tifoso: intervista all’avvocato Lorenzo Contucci

da osservatoriorepressione.org
Avvocato, per la prossima stagione si vuole limitare le trasferte ai soli tesserati, è possibile?
“Dovrebbero ritenere a rischio tutte le centinaia di partite che nei fine settimana vengono giocate ma in base a cosa? Fai una legge dove ritieni potenzialmente a rischio ogni gara? Non vedo come sia possibile”.
La sensazione è che il progetto Tessera del Tifoso non sia stato gestito adeguatamente.
“Loro pensavano di risolvere ogni problema di “sicurezza”. Hanno fatto leva sul tifoso che segue in casa la squadra e che ha sottoscritto la tessera per aver l’abbonamento, non pensando che la grande maggioranza di coloro che la squadra la seguono anche in trasferta, avrebbero detto no. Si sono trovati di fronte a un movimento numeroso e colorato che ha di fatto messo in “crisi”, il sistema della tessera, tanto che i questori talvolta prendono decisioni autonome per “sistemare” i tifosi in trasferta. La sensazione è che il giocattolo gli sia scoppiato tra le mani e che navighino a vista”.
Dei famosi vantaggi per i tesserati, promessi e ripromessi non si vede traccia?
“Perchè è stata una sorta di “imposizione” per le società di calcio. Non erano e non sono preparati a una strategia di marketing”.
La sensazione però è che le società, tessera o non tessera, guardano solo alle pay-tv mentre non c’è rispetto per i tifosi
“E’ vero, e il duopolio Mediaset-Sky, i tanti abbonati in più, porteranno di riflesso più soldi nelle casse delle società ma quanto può continuare questo giochino?”
A Udine cinema allo stadio, a Torino sponda Juve e presto a Firenze leCheerleaders, più che il modello inglese un vero e proprio modello americano
“Senza dubbio, si guarda sicuramente a un modello che culturalmente non ci appartiene e niente ha a che vedere con il calcio”.

16 marzo 2011: otto anni senza te, otto anni con te

dax_2011

16 MARZO 2003/ 16 MARZO 2011: otto anni senza te, otto anni con te
daxresiste.org

Sono passati otto anni dalla notte nera di Milano: l’omicidio fascista
di Dax e i pestaggi di polizia e carabinieri all’ospedale San Paolo. Ne
sono passati dieci dall’omicidio di Stato di Carlo Giuliani e dalla
mattanza del G8 genovese. Si muore per i coltelli e le botte dei
fascisti e razzisti, si muore per la brutalità dello Stato in strada, in
caserma e in carcere. Istituzioni repressive, polizia, carabinieri e
guardie carcerarie uccidono, coperti da menzogne e depistaggi.
Continuiamo a ricordare Davide, insieme a Carlo e a tutti gli amici, i
compagni e i fratelli uccisi da razzisti, fascisti o dallo Stato, in
Italia come in Europa.

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Lampi di Cassandra/ Vi ricordate di Julian? di Marco Calamari

Roma – Penso di si, di Julian un ricordo lo dovreste avere. Non parlo del clamore suscitato dal sito Wikileaks nell’ultimo anno. il sito c’era anche prima, ma le azioni di pubblicazione che aveva effettuato non avevano raggiunto quella massa critica che le rende notizie di cronaca e che automaticamente ne moltiplica la risonanza ed i (positivi) effetti.

Non parlo neppure delle sue peripezie in giro per il mondo per essere un bersaglio meno facile, culminate nella sua vicenda giudiziaria anglo-svedese che lo vede oggi bersaglio di una ormai concessa estradizione dal Regno Unito alla Svezia.

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Don Gallo a Bossi: «Nessuno può fermare i migranti»

da IlsecoloXIX.it

«Le parole di Bossi sono inutili, nessuno può fermare i fenomeni migratori, sono come un fenomeno sismico». Don Andrea Gallo, fondatore e anima della comunità di San Benedetto al Porto di Genova, commenta così l’invito del leader della Lega Nord a mandare «in Francia e in Germania» gli immigrati in fuga dal Nord Africa.

«Per la probabile emergenza migratoria dal Maghreb serve l’impegno di tutta l’Europa, – aggiunge il sacerdote genovese a margine dell’inaugurazione di una nuova struttura d’accoglienza – e l’Italia deve cominciare per prima ad accogliere i profughi».

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“ Il segreto è che siamo sognatori, siamo utopistici, ma non di quei sognatori che stanno sempre con il cuscino sotto la testa sulla veranda di casa, siamo sognatori con i piedi piantati per terra, siamo sognatori con gli occhi bene aperti, siamo sognatori che conoscono gli amici e conoscono i nemici”