I muscoli del potere, l’intelligenza dei proletari

 

Dovremmo essere abbondantemente vaccinati alle provocazioni e alla repressione poliziesca, allo sciacallaggio mediatico e alla criminalizzazione politica, eppure anche stavolta ne usciamo con più domande che soluzioni. Il mese di terrore organizzato da Polizia e ministero degli Interni rimanda direttamente alle giornate di Genova del 2001. Quel movimento di massa sottovalutò i richiami alla guerra dello Stato, e cascò mani e piedi dentro una trappola che scompaginò quel movimento e ne facilitò la dismissione. Anche sabato scorso lo Stato, come sempre nei momenti topici, non ha giocato più alla democrazia, ma ha imposto uno stato di eccezione che è, d’altronde, la sua caratteristica più intima.

La manifestazione contro l’Unione europea era, inequivocabilmente, la manifestazione “degli incidenti”. Nessuno, al di fuori dei partecipanti, capiva bene il senso politico della protesta, mentre tutta la cittadinanza romana (e nazionale) coglieva la natura “pericolosa” di quel corteo, a prescindere dalle ragioni politiche (ma c’erano? O erano solo una scusa per sfasciare vetrine?). Gli abitanti di Testaccio venivano coattivamente intimoriti, convocati in Questura, sobillati dalle spie del regime, con l’unico obiettivo di opporli alla manifestazione stessa. Giornalai al soldo della Questura chiedevano che almeno la fontana di piazza Testaccio venisse salvata dalla furia devastatrice. Centinaia, anzi: migliaia, di black bloc venivano fermati in ogni dove: ai confini nazionali; in altre città; per le vie di Roma; dentro le occupazioni; nascosti nei tombini. Le solite sacche piene di pugnali e maschere antigas venivano ritrovati nei soliti luoghi dalla solita squadra anti-terrorismo.

Una sceneggiatura scritta in partenza insomma, che non ha però impedito la realizzazione di un corteo davvero di massa. L’assenza di scontri – solo e unico obiettivo della selva di giornalai di regime assiepati in ogni anfratto del corteo – costituiva però un pericoloso vulnus al racconto trasversale della lotta alla Ue (che non è altro, nel racconto mediatico, che una scusa per sfasciare vetrine). Bisognava correre tempestivamente ai ripari, ed ecco scattare il fallo di frustrazione: carichiamoli e vediamo che fanno. Questa l’indicazione data repentinamente a fine corteo, quando si stava palesando l’orrore negli occhi del Questore e nei corridoi del Ministero: un corteo contro la Ue, di massa, ma senza scontri. Impossibile, si correva il rischio di far trapelare le ragioni politiche del corteo, svelare la cappa d’insofferenza nei confronti della Ue proprio nel giorno in cui tutto il popolo acclamava quei Trattati al grido di W l’Unione europea, W il liberismo, W Gentiloni.

Ma anche di fronte alla carica preventiva, alla provocazione diretta, il corteo rimaneva saldo nelle sue ragioni, senza cadere nel tranello poliziesco. Il pezzo sul lungotevere rimaneva allibito di fronte ai movimenti delle Forze dell’ordine; la parte che aveva già superato Bocca della Verità si fermava e aspettava, nell’impossibilità materiale di fare altro, il ricongiungimento dei due spezzoni. Questa intelligenza collettiva, mandando in frantumi lo schema politico-mediatico entro cui doveva essere ricondotta la manifestazione, ha stravolto l’intera narrazione del giorno dopo. La mattina seguente, anzi, dai telegiornali della sera, il corteo di fatto veniva oscurato. Gentiloni e Junker brindavano alla Ue, mentre la sinistra compatibile sfilava con Monti e la Camusso ballando il valzer neoliberale. E la lotta all’euroliberismo? Scomparsa. Niente scontri, niente notizia. Mettendoci di fronte a una contraddizione evidente: nessuno dei non addetti ai lavori ha capito le ragioni politiche della manifestazione; se ci fossero stati incidenti, questi avrebbero racchiuso tutta la narrazione sulla manifestazione stessa, oscurando le motivazioni politiche; senza incidenti, il corteo per i media non è mai avvenuto, e le ragioni politiche ugualmente tacitate. Che fare dunque?

Questo terreno, che costringe la mobilitazione allo scontro nel momento in cui lo stabiliscono gli apparati politico repressivi, va rifiutato, così come va rifiutato ogni sterile pacifismo che, lo abbiamo testato direttamente sabato, è funzionale alla scomparsa delle ragioni della lotta politica. Non ci sono risposte semplici per questo apparente vicolo cieco. La manifestazione come momento topico in cui tenere dentro tutte le ragioni e le prassi conflittuali non funziona più, perché è esattamente il terreno pensato dal potere per annullare ogni legittimità politica della stessa: è lì che ci aspettano insomma, ed è lì che dovremmo stravolgere il canovaccio già scritto dalla Questura. Allo stesso tempo, momenti di convergenza unitaria e nazionale servono e serviranno sempre, per raccogliere consensi e dare a tutti la possibilità di solidarizzare attivamente con le ragioni della manifestazione. Non se ne esce facilmente e, soprattutto, non se ne uscirà una volta per tutte con la “soluzione” al problema. Ci sembra che gli attuali rapporti di forza non ci consentono di tenere dentro nello stesso momento partecipazione, solidarietà popolare e conflittualità militante. Almeno non a livello nazionale e unitario, laddove l’obiettivo principale è quello di raccogliere consensi attorno a una lotta, generalizzarla, e non restringerla fra le ristrette cerchie di militanti. Soprattutto nel caso di un terreno, quello della lotta alla Ue, ancora percepito come “troppo politico” e quindi socialmente poco convincente.

La strada intrapresa sabato ci sembra una strada intelligente e proficua, che però non basta alle ragioni di questa lotta. Da qui dovremmo ripartire, se la voglia e l’interesse collettivo sosterrà i nostri ragionamenti.

Philippe Poutou: «Senza sciovinismo, dalla parte dei lavoratori»

Nostra intervista a Philippe Poutou, candidato anticapitalista alle prossime presidenziali francesi. Un operaio della Ford che sfida le ambigue figure del "socialista" Hamon e del gauchiste Mélenchon [di Giampaolo Martinotti]

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Genova, sei antifascista? Allora niente stadio per cinque anni

Daspo per cinque antifascisti a Genova. Il provvedimento notificato in seguito al corteo contro il convegno di febbraio delle ultradestre. Così lo Stato reprime le lotte [da Genova, Giampaolo Martinotti]

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Achtung Banditen 2017 – Partigiani nella metropoli

 

Settantadue anni dalla Liberazione. Ma anche quarant’anni dal 1977. E, sopra ogni cosa, cento anni dalla Rivoluzione. Le stelle dicono che è l’anno buono. Bisogna organizzarsi, fare presto, farci trovare pronti. La lotta al fascismo, ai fascismi mascherati, alle nuove destre reazionarie che soffiano sul fuoco della guerra fra poveri, ci impegnano quotidianamente in quelle periferie nelle quali viviamo, lavoriamo, amiamo e lottiamo. Per questa ragione ricordare il 25 aprile non è uno sforzo di retorica celebrativa, ma pratica quotidiana. E’ sopravvivenza e necessità, ed è così che intendiamo la lotta al fascismo oggi. Giunto alla quinta edizione, l’Achtung Banditen Festival è l’Appuntamento antifascista romano, il luogo e il tempo dove ragionare di politica, dove incontrare compagni da tutta Europa, dove ascoltare musica resistente e garantire la solidarietà economica a tutti i compagni inquisiti per antifascismo. Le quattro edizioni precedenti hanno segnato l’inizio di una tradizione popolare e militante. Questo è l’anno in cui moltiplicare sforzi e successi.

Non un passo indietro, ieri come oggi.

L’idea del festival antifascista nasce da una duplice necessità.

La prima necessità è quella di ricostruire un immaginario antifascista. Se il movimento arranca e soffre tra le pieghe della società e delle sue trasformazioni, un’altra delle cose importanti da fare ci sembra essere quella di capire perché sia scomparso dal nostro orizzonte politico un immaginario capace di tenerci uniti, nonostante le mille piccole differenze che ci contraddistinguono. Come fare per ritrovarlo? per coltivare ancora una visione comune delle cose, dei nostri obiettivi? Come ridarci degli obiettivi di lungo periodo che ci consentano anche una più sensata interpretazione di tutto ciò che succede nella realtà dei territori che attraversiamo, e che evidentemente non abbiamo più gli strumenti per capire? Di una cosa siamo certi, la musica ribelle, una cultura libera ed indipendente, la letteratura e l’approfondimento teorico, possono dare un contributo fondamentale.

 

La seconda riguarda, soprattutto all’interno di questa nuova fase repressiva, il dovere di sostenere le spese legali, sempre più ingenti e soffocanti, sia per pagare il lavoro dei nostri avvocati, sia per fare fronte alle continue sanzioni e ammende che colpiscono la nostra agibilità politica. Raddoppiando lo sforzo, speranzosi anche del risultato, abbiamo deciso di raddoppiare i luoghi oltre che le iniziative del festival. Tanti saranno gli appuntamenti di avvicinamento e due saranno i luoghi principali in cui il festival avrà luogo, con l’obiettivo di espanderne ancor di più la portata. Il 24 aprile, l’Acthung Banditen, tornerà al L.O.A. Acrobax, storico centro sociale della capitale nei pressi di quella Porta San Paolo simbolo della Resistenza romana, che ne ospiterà la prima giornata. Una giornata di sport popolare antifascista antirazzista e antisessista, come quello che vi si pratica tutti i giorni dell’anno, una serata di musica e parole per non dimenticare e per rivendicare l’importanza dei tanti spazi liberati, che resistono ogni giorno in una città, che arranca e si incattivisce e dove le istituzioni rispondono a suon di sfratti, sgomberi e privatizzazione dei servizi pubblici locali. Mentre la seconda si terrà il 5 maggio all’Università La Sapienza, da sempre laboratorio politico e centro propulsore della sinistra antagonista. Un’università smembrata, atomizzata e precarizzata dalle ventennali riforme strutturali che, dopo aver determinato alcuni dei più importanti momenti di rottura prodottisi in questo paese, continua a non essere normalizzata e pacificata. Per questo motivo ha senso organizzare dentro l’università il Festival Antifascista romano per eccellenza; per costruire immaginario, per essere punto di riferimento, per continuare a produrre quella rottura con la pacificazione imposta dal Governo e dall’apparato amministrativo tra i più corrotti al mondo.

Tra le due date principali numerose saranno le iniziative che verranno prodotte, perché Achtung Banditen non può essere limitato a una o due date l’anno, ma deve dilatarsi nel tempo e nello spazio, perché tutte e tutti lo sentano proprio e vi si riconoscano. Perché se è vero che l’antifascismo non è un’ideologia ma una pratica forte ed unificante che sta alla base del nostro agire, è necessario praticarlo tutto l’anno.

Roma 2017
Zona infestata da partigiani

Violenza simbolica: come si esercita contro le donne

Tra le violenze sulle donne, una è più subdola. E' la violenza simbolica, indiretta, quella che secondo Pierre Bourdieu è esercitata dal dominatore sul dominato imponendogli una determinata visione del mondo [Marina Zenobio]

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Nonostante tutto

 

Nonostante la Questura di Roma avesse da settimane fomentato un clima terroristico impedendo di fatto qualsiasi partecipazione “extra-militante”; nonostante tutto il campo della sinistra compatibile abbia lavorato per delegittimare le ragioni del corteo contro le politiche criminali della Ue; nonostante l’universo mediatico, senza eccezione alcuna, abbia censurato qualsiasi ragione politica e aizzato ogni peggiore repulsione verso il corteo anti-euroliberista, la manifestazione di ieri si è imposta come principale fatto politico della stagione. Ha oscurato ogni altra manifestazione – dalle celebrazioni ufficiali alle ridicole sfilate europeiste – con la forza dei numeri: più di 10.000 lavoratori, migranti, precari e studenti hanno dimostrato la propria avversione alle politiche Ue in una Roma mai come ieri blindata oltre l’inverosimile. Un successo oltre le aspettative, tenuto conto del boicottaggio mainstream trasversale e politicamente unificante, che rendeva impossibile solidarizzare materialmente con la manifestazione. La lotta all’Unione europea, al liberismo intrinseco delle sue istituzioni, da ieri è all’ordine del giorno della sinistra antagonista: un passaggio decisivo e qualificante che ha avuto la forza di affermarsi contro tutti i tentativi di pacificazione interessati. Se nei numeri possiamo dirci allora soddisfatti, sul piano più generale dei rapporti democratici e dell’agibilità politica l’atteggiamento del governo, della Polizia e della politica tutta segnano un punto di non ritorno di una gravità inaudita. Mai si era visto un corteo pacifico tagliato in due da cariche “preventive”. Mai si erano visti fogli di via comminati senza specifico reato contestato; mai si era assistito alla chiusura di ogni possibile manifestazione concreta di dissenso come ieri in piazza. E tralasciamo i pullman fermati nella mattinata, tenuti reclusi nel centro di identificazione di Tor Cervara e rilasciati a manifestazione finita, senza alcuna motivazione plausibile. Il vertice europeista imponeva una gestione, per l’appunto, “europea” della piazza, ma ieri tutta – ripetiamo: tutta – la democrazia italiana ha segnato un passo indietro senza precedenti. Chi da oggi non denuncerà il livello repressivo messo in pratica ieri con la reclusione forzata e, ribadiamo, preventiva e immotivata, di un intero pezzo della manifestazione, non solo certificherà il carattere reazionario del proprio posizionamento, ma contribuirà attivamente alla chiusura di ogni possibile agibilità politica dei movimenti nei prossimi anni. Ciò che è avvenuto ieri riguarda tutti, non solo le vittime dirette di un accanimento repressivo senza precedenti. E’ peraltro coerente con un’impostazione già in atto, e che vede nel decreto Minniti la formalizzazione di una gestione dell’ordine pubblico completamente “tecnicizzata” e quindi sottratta al confronto politico. Un clima che impone una riflessione al di là delle differenze politiche, perché in gioco c’è la possibilità stessa di manifestare, di fare politica, di tradurre le proprie idee in pratica, e questo scavalca i posizionamenti e la frammentazione attuale. Da ieri la lotta all’Unione europea riparte più forte di prima, ma il livello della democrazia sostanziale di questo paese ne esce con le ossa distrutte, ed è un problema collettivo e non dei soli manifestanti fermati.

“ Il segreto è che siamo sognatori, siamo utopistici, ma non di quei sognatori che stanno sempre con il cuscino sotto la testa sulla veranda di casa, siamo sognatori con i piedi piantati per terra, siamo sognatori con gli occhi bene aperti, siamo sognatori che conoscono gli amici e conoscono i nemici”